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L'estate del nostro scontento
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
30 agosto 2004
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Il
clima è sempre
bello e il mare
sempre così
così, ma non
ci sono più le
stagioni. Non
le mezze, bensì
quelle piene,
quelle
affollate e
redditizie. Ai
tempi degli
esodi estivi e
delle invasioni
di villeggianti
ci si
lamentava, noi
indigeni della
cittadella
gaetana, come
per un’offesa
all’orgoglio
dei nostri
luoghi, però
ben compensata
dall’ingrossamento
di certi
portafogli.
Adesso, invece,
in questa
estate che si
avvia ad una
modesta
conclusione,
tra gente
(numerosa) che
tirava la
cinghia e gente
(disperata) che
tirava le
somme, ci
chiediamo che
fine abbiano
fatto i
turisti, non li
troviamo né
qui né
altrove, i
cartelli
Fittasi
sbattono
malinconicamente
al vento, e un
po’ ci
preoccupiamo.
La
crisi delle
vacanze è
ormai cosa
nota, affatto
ascrivibile al
mugugnismo
locale, e se ne
parla
dappertutto
(con
l’eccezione
di Porto
Rotondo, sede
del rinomato
circolo
ricreativo La
Bandana). Un
20/30% in meno
di turisti, un
20/30% in più
per i prezzi,
si dice. Insomma,
è crisi nera.
E non è solo
questione di
cifre, di
soldi, di
aumenti, di
litri di
benzina. Nelle
analisi dei
politologi fino
alle
chiacchiere dei
bar, si può
palpare
l’incertezza,
la paura del
futuro. I
telegiornali
nel frattempo
continuano a
edulcolorare le
balle, mentre
si profila
all’orizzonte
un autunno
fatto di
stangate e
rivendicazioni.
Tutto questo,
vabbé, che
c’entra con
l’ombrellone
al mare?
Gaeta,
diciamolo, è
un buon
osservatorio.
Pallosissimo a
volte, ma se ne
ricava qualche
riflessione.
Per misurare la
crisi che
colpisce
ovunque, la
congiuntura
negativa che
affligge i
governi e i
cittadini. E
poi soprattutto
per rendersi
conto del
cattivo destino
che imprigiona
invece proprio
questa città.
Un destino
quasi
antropologico
che, da
decenni, è
cautela e
furbizia, paura
di contare
sulle proprie
forze,
incapacità di
mettere insieme
un progetto per
il futuro.
Paura atavica
quella gaetana,
di restare
sotto assedio.
E sotto assedio
ci siamo
rimasti,
proprio adesso.
Adesso che non
c’è più
nessuno. Che la
fortezza
tardo-turistica
è diventata il
deserto dei
tartari.
Le
scene
dell’estate
gaetana 2004.
Strade deserte,
stabilimenti
dimezzati, rari
turisti
impegnati a
timbrare
l’ossessivo
ticket dei
parcheggi a
pagamento. Una
giunta comunale
inetta e
volatilizzata,
alle prese con
un rimpasto di
poltrone che
dura da mesi,
gli
investigatori
dell’antimafia
che bussano in
Municipio per
indagare sul
porto, il
sindaco che la
butta in
spettacolo e si
esibisce alla
festa paesana
con Mario
Merola. Pochi
soldi in cassa,
pochi eventi
per la stagione
estiva. Molte
case sfitte,
molte stanze
d’albergo
vuote. Una
piccola
impennata di
presenze solo
nelle due
settimane
ferragostane.
Certo,
in tutto il
Paese i grandi
esodi di massa
non esistono più.
Le ferie si
fanno incerte,
le vacanze
spezzettate e
precarie, il
caro-vita
pericolosamente
alto. E
(figuriamoci)
pure la Gaeta
assediata da
villeggianti
sbracati con
tuguri
affittati a
peso d’oro e
riempiti come
una caserma,
coi loro
sandali,
calzoncini,
“ciro ciro!”,
e
un’obesità
ancheggiata con
spavalderia,
sembra solo un
lontano
ricordo.
Conteneva
anche, quella
stagione
svaccata e
agiata, il
presagio della
dannazione
futura. Il
miraggio della
Gaeta
Turistica, con
tutti i suoi
enormi
squilibri
strutturali:
nel porto,
nella rete
viaria,
nell’urbanistica
irregolare e
abusiva, nella
ricettività di
pochi alberghi
e troppe case e
prezzi smodati,
nel benessere
senza cultura,
nello sviluppo
concentrato
nella mani
avide di poche
Famiglie. Quel
miraggio fu il
Grande
Equivoco,
l’annuncio di
una precarietà
insuperabile,
quella dello
sviluppo
ingordo e
imprevidente,
che riempie le
tasche oggi per
svuotarle
domani.
Quella
che si presenta
oggi è una
città di mare
sgovernata e
disillusa. La
comunità dei
gaetani e il
suo rozzo
establishement
non hanno un
progetto
politico che
sia uno,
sembrano solo
impegnati a
contendersi le
ultime briciole
di una
torta ormai
avariata.
Continuano
a venire quei
turisti
affezionati, la
maggioranza dei
quali per
senile o
familiare
abitudine.
Rimangono i
ragazzi nudisti
delle Scissure,
contro le
convenzioni e
la pesantezza
dei falsi
moralismi, ma
sono stufi pure
loro, cacciati
e multati dalle
forze
dell’ordine.
Resistono i
reperti e i
monumenti,
chiese,
castelli e
vicoli, che
dovrebbero
essere
circondati,
recuperati e
protetti ma
invece se ne
stanno in
colpevole
abbandono (del
Castello
Angioino a
luglio è stata
aperta una
piccola parte,
ma il resto
rimane chiuso
in un restauro
eterno – una
martellata
oggi, una
domani –
delegato da
anni
all’Università
di Cassino
senza chiederne
conto). La
vecchia
vetreria, piena
di sterpi e
capannoni
abbandonati,
occupa da anni
il centro della
città, tra la
spiaggia e il
corso, come un
cadavere in
putrefazione,
in attesa di
nuova
destinazione.
La vecchia
stazione è
inutilizzata e
ospita un circo
al mese, tra i
beati sogni di
chi vorrebbe
riattivarla e
gli sdegnati
lamenti degli
abitanti della
zona per la
puzza degli
animali in
gabbia.
Inquietanti
scritte naziste
tappezzano, da
un po’ di
settimane,
buona parte
della città,
così per dare
il benvenuto.
Il mare è
libero dalle
scioccanti
mucillagini
dello scorso
anno ma ancora
infestato di
misteriose
chiazze oleose,
ma la regola è
che tutti
facciano finta
di niente. Il
Comune ha
investito i
pochi fondi
disponibili per
un revival di
fiori e piante
decorative, che
però fanno il
triste effetto
di dare solo
una gradevole
cornice alla
decadenza.
Preso
atto del
peggioramento e
dell’incapacità,
da qualche
parte bisognerà
pure
guadagnarci. Se
il turismo non
li sa fare, ci
si arrangia con
furberie e
speculazioni,
adattate ai
tempi. Così si
è trovata la
diabolica
soluzione.
L’unica
industria
florida è oggi
quella dei
parcheggi a
pagamento e
delle multe: il
giovane gaetano
in cerca di
lavoro e privo
di clientele può
andare a fare
il vigile
ausiliario,
pagato (il
minimo minimo
che basta)
dalla ditta
appaltatrice, e
condannato a
scarpinare per
ore e sfornare
decine di multe
al giorno. I
residenti
pagano annuale
balzello (non
caro: 12 euro),
sui pendolari
“a ora” si
può infierire.
Ci sono turisti
incavolatissimi,
con regolare
ticket pagato e
sessanta euro
di multa per un
pneumatico
fuori dalla
striscia blu.
Oppure storie
di gente
multata mentre
si avviava
dalla
macchinetta per
timbrare il
ticket. Le
emergenze del
Codice e delle
strade mortali
certamente
sarebbero
altre. Intanto
il Comune fa
cassa, la ditta
è contenta, il
turista si
prende la
lezione e la
prossima volta
ci penserà due
volte: non per
parcheggiare,
bensì per
venire a Gaeta.
Dunque,
la nostra Gaeta
tanto vantata e
tanto
orgogliosa
delle sue
bellezze così
come inetta nel
gestirle, vive
una maledizione
che è già
meridionale.
Quella del
“paradiso
abitato da
diavoli” di
cui parlava
Benedetto
Croce. Della
terra dove i
semi non
germogliano, le
speranze di
cambiamento non
attecchiscono,
le legittime
ambizioni si
frustano. E,
per i giovani e
per chi può,
non rimane che
fuggire o
emigrare o
trovarsi un
cantuccio
sicuro. Alla
fine, dopo aver
messo in
vendita quel
che resta del
romanticismo
gaetano, andrà
a finire così:
coi vacanzieri
che rimangono a
casa, e gli
indigeni che
partono in
cerca di nuovi
lidi.
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