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L’ultima sera di ogni anno
a Gaeta si perpetua la tradizione dello sciuscio: gruppi di persone, dai bambini
fino agli adulti, girano per case e negozi a portare i loro canti augurali. Sono
vestiti quasi sempre in costumi tradizionali o comunque folkloristici, cantano
soprattutto in dialetto e suonano strumenti tipici e artigianali come l’urzo, il
martello, la rattacasa. Sono pochi i gaetani che, almeno una volta nella vita,
non hanno passato il 31 dicembre cantando lo sciuscio. E’ un modo per
divertirsi, esibirsi e racimolare qualche cosa. Il fenomeno è stato anche
oggetto della tesi di laurea di Paola Polito, studentessa di Lettere alla
Sapienza, pubblicata in un libro edito dal Comune di Gaeta nel 2000. La Polito
descrive lo sciuscio come un sincretismo tra radici storiche, foklore e
influenze della cultura di massa, un rito propiziatorio e di iniziazione.
Nino Granata, nome d’arte Cocchetto, 63 anni, ex
calciatore, di professione fotografo, da oltre venti anni è conosciuto come “il
re dello sciuscio gaetano”. «Senza di me lo sciuscio sarebbe già scomparso»,
dice. Lo
sciuscio per lui è un’arte, una religione, una ragione di vita: scrive canzoni,
consiglia i giovani, organizza un Festival. Il suo stile è una via di mezzo tra
Pulcinella, Peppe Barra e Renato Zero. Ogni sua sciusciata è uno spettacolo
applaudito e richiestissimo: comincia il giro alle 17 del 31 dicembre e prosegue
per negozi, case private e locali fino all’alba di Capodanno. Certo, è anche una
faticaccia: «Altro che re, scrivi che io sono lo sgobbatore del sciuscio». Sono
andato a trovarlo da “FotoNino”, il suo negozio di fotografia ormai riconvertito
a tempio del rito sciusciaiuolo, di cui è massima autorità: «Io sto aperto
perché i ragazzi vengono, provano, vogliono consigli, canzoni. Da qui sono
passati un po’ tutti». Cocchetto parla e canta, mostra le sue foto alle pareti,
articoli scritti su di lui, persino il costume, lungo, bianco e rosso con
mantello, che indosserà quest’anno.
«Si stava perdendo la tradizione dello sciuscio,
ma 23 anni fa l’ho acciuffata. Io scrivo parole e musica a quasi tutti i gruppi
che vedi ogni anno».
Com’è nata questa passione?
Io giocavo a pallone col Gaeta, Cocchetto del
Gaeta, ero il più piccolo giocatore del Gaeta e tutti mi dicevano “che bel
Cocchetto”, e tuttora mi chiamano Cocchetto, così per una cosa di simpatia.
Io ci avevo due passioni: il pallone e lo
sciuscio. All’età di 6-7 anni già facevo i sciusci. Andavo appresso a sta’
gente, che i miei non volevano, perché ero piccolo. Poi giocavo a pallone, avevo
12-13 anni e già la vena di scrivere gli sciusci a quelli grandi. I vecchi
allora me lo chiedevano, Nino scrivici qualcosa! Oggi io sono l’unico che col
pulmino e tutto alle 9 di sera vado per le case fino alle 4 di mattina a portare
sciusci. Nessuno ci vuole andare. I giovani massimo alle 10 staccano. I gaetani
vogliono la tradizione ma non la sanno mantenere. Io invece giro case, locali,
ma è lavorato. Altro che o re degli sciusce. Io sono lo sgobbatore, l’operaio
degli sciuscie. Ma lo faccio con l’anima, me lo sento.
Lo sciuscio di quest’anno è pronto?
Ecco, questa è la canzone di quest’anno. Vich e
ammor.
(canta) “Vir e vich e ti
fa suspira’, meraviglia de questa città, ca so’ nato e ci voglio restà, chist
vich che ammor ti da’, na figliola abbracciata cu tte è sicuro che sta con ‘nnu
re...” Io adesso ho la voce un po’ così che sono appena andato a provare...
”Guardanne e vich te mett into o’ ccorre n’ammore paesan, o ricord dei vich è
vita ammore e felicità, parapapa....”. Questa è la canzone creata da me
Complimenti. Quando l’ha scritta?
L’ho scritta già questa estate, il pezzo mio lo
scrivo sempre prima e poi lo metto da parte. I gruppi grandi come il mio
cominciano un mese prima a provare.
Allora, questo sarebbe il
pezzo mio che do al pubblico, però l’inno nazionale, “nui simm’ gli poveri
poveri” rimane sempre, quello non si tocca. Io ci cambio solo la musica, ma
quando vai in una casa se non chiami “ohi padrò...” i soldi non te li danno.
Si dice in giro di leggende sulla sua
sciarpa. Me le spiega?
Ora ti spiego. L’ingegnere Fantasia, lo sanno
tutti a Gaeta, aveva 105 anni quando è morto. E io andavo da lui che gli
piacevano queste cose. E lui mi regalò questa sciarpa. La sciarpa è del bene e
del male, usala per il bene. L’ho persa 13 volte e sempre me l’hanno riportata.
Una volta sono andato a RaiUno e il direttore della Raiuno mi ha detto “per
piacere ho sentito parlare della sciarpa, posso esprimere un desiderio?”. Chissà
chi ce l’avrà detto.
E cosa chiese il direttore di Rai1?
Il desiderio non lo so. Bisogna farlo
mentalmente...
Torniamo allo sciuscio. Lei parte ogni anno
alle 17 del 31 dicembre dalla galleria sul Corso.
Io sono l’ultimo a uscire e l’ultimo a tornare.
Le quattro, le cinque...
Ma alla mezzanotte dove va?
Viene il costruttore Capomaccio, tutti gli anni
viene qui e vuole che a mezzanotte meno un quarto siamo a casa sua. Ci fa fare
lo sciuscio proprio a mezzanotte, ci fermiamo lì senno se stiamo nel pulmino ci
lanciano le cose addosso. Poi c’è la Base nautica che lo vuole all’una e mezzo,
l’Antico vico a un altro orario. Vado da Scialdone, da Ciccariello. Dal fior
fiore della Gaeta.
Però chissà quanto costa.
No, non è vero proprio. Quanto mi dai dai è
uguale. Specie adesso col fatto dell’euro...
Solite polemiche sulla modernizzazione,
contro si è schierato anche l’assessore Di Mille. E lei che strumenti usa?
Io ho sassofono, fisarmonica e batteria. Basta.
Poi ho urzo, martello, tamburella e rattacassa, e l’acciarino. Che sono i
tradizionali.
Il festival 2003 si terrà
il 5 gennaio in piazza della libertà, c’è un bando per le strade di Gaeta con la
firma del sindaco, premi in euro, una collaborazione con Radio Spazio Blu (che,
per coincidenza di tradizione e novità, ha la sede proprio a pochi metri da
FotoNino). E ci sarà anche il musicista napoletano Tony Esposito sul palco.
A proposito il sindaco Magliozzi l’ha visto?
Magliozzi è venuto qua mi ha dato la mano, mi ha ringraziato, ha detto quest’anno
facciamo una cosa migliore. Io collaboro a scrivere i testi. A me non importa di
partecipare, che vinca il migliore.
In tutti questi anni
qualche premio, qualche contributo glielo avranno dato.
Tutti i sindaci, ognuno che
viene mi da sempre qualcosa. Una targa, un piccolo contributo. E poi tutti mi
dicono: quando tu non ci sarai più chissà come andrà a finire. Io oggi batto a
macchina i testi e glieli do gratis ai ragazzi. Perché la fonte dei sciusci sono
i piccoli. Se io 23 anni fa non cominciavo oggi sarebbe tutto scomparso. Allora
c’erano solo pochi che uscivano, il maestro Ciano, il maestro De Rosa. Io li
acciuffati e piano piano... C’era Andreotti che mi mandava 300mila lire ogni
anno. Allora c’era Uttaro che me lo fece conoscere. Ma ogni giunta mi dava
sempre una cosetta. Quest’anno forse fanno anche una cosa più organizzata.
Ma chi erano i poveri poveri, quelli che
hanno iniziato la tradizione della questua di Capodanno?
Lo sciuscio è nato a Elena, zappatori e
pescatori. C’era la manovalanza che veniva da Casoria, li chiamavano i gaetani
per costruire le case, che non avevano nemmeno da mangiare. Loro andavano porta
per porta... ohi padrò Tore dacce sti sciusci, dacci sti fichisecchi... Poi il
maestro Ciano e altri ci fecero la musica, diventò una serenata.
Ha
fatto lo sciuscio anche ad Andreotti.
14 anni fa Uttaro mi portò da Andreotti. Gli
piacevano il dialetto, le tradizioni. Cocchitelli, tu sei un filibustiere mi ha
detto. E Io risposi: onore’, amma fa’ la conta io e tte... Poi Andreotti mi
disse: allora Cocchitelli, che vuole? Onore’, so dodici anni che faccio sti
sciusci, perché lo devo fare solo io, questa è una cosa cittadina. E lui: e se
poi viene un altro per un anno e lo fa meglio di te? Poi finisce la
bagattella...
Una
bella lezione. Lei ormai sta durando quasi più di Andreotti. Cambiano i temi, le
amministrazioni e tutto, però lo sciuscio non si tocca.
Ogni amministrazione ha racimolato sempre
qualcosa. Massimo un milione, non di più. Perché se danno dieci milioni a me qua
facciamo meglio di Sanremo. Lo sciuscio è come se fosse una mia creatura. Quando
la gente mi vede cantare, dice “tu somigli a Renato Zero o a quell’altro...”,
perché io canto con l’anima. Come te lo spiego? Non è che uno va a recitare. Io
Gaeta ce l’ho nell’anima.
Ha portato il suo sciuscio anche alle giunte
comunali, vero?
Parecchie giunte mi
invitano a cantare con loro. Sei anni fa, c’era la giunta D’Amante, io arrivo
lì, tutti seduti a tavola, ridevano. Io ho dato gli strumenti in mano a loro,
così loro suonavano e io cantavo. Lo sciuscio è armonia, è una famiglia, non
c’entra la politica.
Se questa giunta nuova non faceva qualcosa per
lo sciuscio mi dispiaceva. Poi è il primo anno tutti si aspettano qualcosa. Poi
io devo dire viva chi va e viva chi viene, l’importante è lo sciuscio. E’
l’unica tradizione che c’è rimasta.
Però,
quando arriva Cocchetto la gente pretende qualcosa di particolare.
Bravo, esatto. Loro dicono tu sei o re d’o
sciuscio. Ma che o ‘rre? Io sgobbo. Io sono lo sgobbatore, l’operaio dello
sciuscio.
E’ una
missione sociale
Si, io sono il missionario dei sciusci. Nel vero
senso della parola.
Quando
prova è anche un perfezionista?
Ti dico una cosa: c’era un ragazzo che faceva il
batterista, mentre provavamo ha lasciato la batteria ed è andato al telefono. Lo
chiamava la ragazza. Io ho preso un portacenere e ce l’ho tirato appresso. Mica
l’ho colpito, ho rotto dei vetri. Io voglio il meglio del meglio, per il
pubblico.
Per concludere, quali
sono i fondamentali del vero sciuscio?
L’inno nazionale: nui simm gli poveri poveri...
ohi patro Tore... quello ci sta sempre. Il ringraziamento a Gaeta, sempre Gaeta.
Quello è lo sciuscio. Io ho scritto sempre canzoni su Gaeta. E in dialetto, che
è importante, si deve capire. Poi gli strumenti, la partitura musicale. E sempre
urzo, rattacasa, martello. E poi io ci metto l’anima. E la gente questo lo sente.
Come se la spiega questa popolarità?
La gente si innamora della tradizione. Certa
gente mi dice “Nino, non ti offendere, io ti devo chiamare Cocchetto”. E
chiamatemi Cocchetto...
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