|
» gaeta
Il belpaese del "più case per tutti"
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
31 gennaio 2005
|
l volto smarrito della sinistra gaetana è quello paonazzo di Salvatore Di Maggio.
I suoi muscoli facciali deformati come in un urlo di Munch appena più contenuto,
i suoi occhi sgranati che scrutano il semivuoto di una sala composto dall’altra
Gaeta, quella che non ci sta, quella che non stappa lo champagne per i nuovi
piani di edilizia, quella perplessa e di nuovo sicura di essere minoritaria, il
suo grido di dolore che ora potrebbe perfino farsi slogan: “Cosa abbiamo fatto
per meritarci tutto questo, cosa abbiamo fatto?!”.
È una gelida domenica di
fine gennaio, con replica in prime time sulla telestreet di paese TMO: va in
scena la faticosa seduta di autocoscienza del centrosinistra locale, la Gaetana
Alleanza Democratica suggerisce qualcuno, ma non è il momento di fare umorismo.
In realtà trattasi di una sessione pubblica del congresso della sezione
cittadina di Rifondazione Comunista, partito dello strappo con l’Ulivo anche qui
a Gaeta ma pure capace di notevole aggregazione di iscritti, specialmente
giovani, e discrete perfomances elettorali (nel giugno scorso il consigliere
Pavone unico eletto gaetano alla destrorsa Provincia di Latina, oltre ovviamente
al potente sindaco). Tra gli ultimi interventi arriva quello di Di Maggio,
capogruppo dei Ds in consiglio comunale, il maggiore della sparuta pattuglia di
consiglieri (“siamo a malapena in cinque, ci vorrebbe almeno un coordinamento
tra di noi”) all’opposizione della pervicace giunta Magliozzi di centrodestra,
forse il papabile di una prossima sfida elettorale comunale a cui mancano ancora
due anni ma che già si comincia a pensare. Parla di una destra capace di entrare
in sintonia coi bisogni e le aspettative dei cittadini, con una concezione
dell’uso della macchina amministrativa “che noi, nei nostri otto anni, ci
eravamo sempre rifiutati di attuare”. Punta l’indice contro le polemiche interne
e i vecchi rancori, rievoca il ciclo delle alleanze e delle liste, i giorni
“drammatici” della scissione di Rifondazione dalla maggioranza, la crisi di
consensi trascurata fin dal ’99, la sconfitta “che nemmeno io mi aspettavo in
quelle dimensioni” alle amministrative del 2002. Si scaglia contro il documento
del verde Mola che invitava a fare autocritica perché i piani edilizi di oggi
sono figli di quelli già approvati dal centrosinistra nel 2002 e però sventolato
in aula dal sindaco con perfidia politica e in segno di derisione, poi striglia
le associazioni “che non possono sostituirsi ai partiti”. “Ma noi dobbiamo stare
uniti, certo con grandi sacrifici sia da parte dei riformisti che da parte dei
radicali, ma non ci sono alternative per battere questa destra”.
Dall’altra parte il
centrodestra gaetano – “una forza fatta di persone e personalismi e non di
partiti”, come dice con disprezzo Di Maggio – non ha assise, congressi o
autoanalisi da celebrare (fedele specchio del quadro politico nazionale) ma si
muove con disinvoltura nella gestione dei molteplici interessi e adesso si
crogiola nella sua più recente vittoria, l’approvazione dei nuovi piani
urbanistici. Forza Italia tappezza Gaeta di manifesti trionfali e azzurrini che
invitano “tutta la cittadinanza” a partecipare con gioia al consiglio comunale e
celebrare il momento storico del più-case-per-tutti. E in effetti alla seduta di
consiglio di lunedì scorso di pubblico ce ne era in abbondanza. Quel pubblico
solitamente disaffezionato alla politica che però compare quando sono in gioco
il suo futuro e i suoi interessi. Il tema dell’edilizia pubblica e privata,
dallo stagnante mercato immobiliare all’alto fabbisogno di prima casa, dalle
legittime aspettative dei proprietari di terreni fino al variegato mondo delle
cooperative, è molto sentito e in grado di smuovere decisivi consensi. Al centro
ovviamente c’è una disputa: infatti non si sa come lo stesso piano venga da un
lato definito come “la più grande occasione di sviluppo degli ultimi 25 anni”, e
dall’altro come “la più grande speculazione degli ultimi 25 anni”. È il segno
che molti gaetani – amministratori, oppositori, semplici cittadini – ancora non
hanno pagato il conto della loro modernità e delle loro dannazioni.
Se nella lunghe riunioni
alla luce dei neon il centrosinistra gaetano si chiede sconsolato “cosa abbiamo
fatto per meritarci tutto questo?” – e cita un lungo corredo di colpe a carico
dell’attuale maggioranza, di incompetenze, arroganze politiche, giri di
poltrone, provvedimenti ad personam, cessioni strategiche come quella del porto
– dall’altro lato c’è tutta una cospicua parte di opinione pubblica che non solo
non si chiede cosa ha fatto ma anzi si ritiene fortunata di quello che le sta
capitando. Che, insomma, una fetta della torta magari ci scappa per tutti.
Tuttavia l’impressione è che si stia disegnando il futuro della città basandosi
su una prospettiva sballata, di cui non tarderemo a pagare il conto.
L’amministrazione Magliozzi preferisce coprire le incongruenze sotto il dolce
tintinnio dei brindisi, invitare i cittadini al consiglio comunale come un
diciottenne esuberante inviterebbe i suoi compagni di baldoria alla festa di
compleanno, santificare uno sviluppo di “case, lavoro, economia” che già mostra
tutte le sue crepe. La pianificazione economica ridotta a moltiplicazione dei
pani e dei pesci, la democrazia elevata a rito orgiastico.
Eppure guai a considerare il
varo in pompa magna dei piani urbanistici di Magliozzi come l’equivalente a
livello locale dal taglio delle tasse di Berlusconi, cioè un balsamo per il
recupero dei consensi ma un provvedimento vuoto nei contenuti e poco incisivo
nella realtà. Tutt’altro. I piani urbanistici non sono solo fumo ma anche
arrosto: sono terre, cemento, mutui, bisogni, famiglie. Spiazzano e destano
ammirazione al di là delle tradizionali divisioni politiche. I 235000 metri cubi
sono un’incisione (da molti desiderata) nel tessuto vivo della città di Gaeta.
La retorica su cui si fonda il successo di questi piani, su cui si propaganda la
loro virtù quasi miracolistica per le sorti della città, è in realtà un castello
di approssimazioni. E non si tratta solo di confutare, da superficiali notai,
quella relazione sul fabbisogno presentata in consiglio come impianto teorico
della “grande opera” e però perfettamente concordante con le tesi
dell’associazione agenzie immobiliari, il cui presidente – guarda un po’ – è
casualmente un consigliere comunale di Forza Italia. Non basta. È necessario
smontare altri pregiudizi culturali, che hanno radici ben più profonde.
Una delle manipolazioni più
clamorose riguarda il tanto vituperato “esodo” dei gaetani in cerca di casa
verso Itri, e l’idea che edificare case su case a Gaeta significhi aumentare le
prospettive di lavoro per i giovani residenti nella città e fermare la forte
emigrazione. Sulle distorsioni e sui prezzi proibitivi del mercato immobiliare
gaetano tutti sappiamo. Tuttavia basta analizzare le statistiche
sull’emigrazione della popolazione gaetana (come in un recente documento dei
Verdi) per scoprire realtà diverse, e ben più allarmanti, da quelle della
propaganda ufficiale e della cosiddetta vox populi. Tra il 1981 e il 1991 la
popolazione di Gaeta è passata da 23379 a 22334 abitanti (una diminuzione di
1045 abitanti, pari al 4,47%). Nello stesso periodo – ed è la prima incongruenza
– a Gaeta sono state costruite ben 2572 abitazioni, che sono passate da 9913 a
12495, con un aumento pari al 25,94%. Quindi le cause dell’emigrazione sono ben
altre che l’attività edilizia. Serve leggere i dati statistici per confermare
che la causa principale dell’emigrazione, soprattutto giovanile, dei gaetani è
la mancanza di lavoro: in 13 anni, dal 1992 al 2004, sono emigrate da Gaeta 6039
persone. Di queste solo 1258 si sono trasferite a Formia (20,8 %) e 768 a Itri
(12,7%). Tutti gli altri, 4013 persone pari al 66, 5%, sono emigrate al di fuori
del Sud Pontino. La confusione (fin quanto consapevole?) tra causa ed effetto è
chiara: la crisi di occupazioni e prospettive viene ben prima della penuria di
casa. E non si può rimediare a questo dramma solo costruendo case, a meno che
qualcuno pensi a un impiego in massa dei giovani gaetani come muratori e
manovali. Il piano Magliozzi viene pure celebrato come soddisfazione del diritto
alla prima casa di proprietà per numerose famiglie gaetane. E qui una smentita
arriva dai numeri dello stesso piano: l’edilizia pubblica e residenziale (cioè
quella accessibile alle fasce di popolazione respinte dal mercato immobiliare
per gli alti prezzi) rappresenta appena il 36,56% del volume complessivo, mentre
tutto il resto è ragionevole pensare che andrà ad incrementare il mercato delle
residenze secondarie. «Servono investimenti nella portualità, nella piccola e
media industria, nella cultura, nell’istruzione superiore, nel restauro storico
e ambientale, nel turismo di qualità. Tutto ciò non si è fatto e non si fa.
Gaeta si accontenta di vivere di un turismo agostano che produce soltanto
rendita e lavoro precario e stagionale», dice il professore Salvatore Mola, ex
assessore, ambientalista.
Insomma la gioia dei novelli
urbanisti gaetani si posa su fondamenta fragili, dimentica gli errori del
passato, dirotta le percezioni di una crisi che innegabilmente c’è (di case e di
lavoro) su soluzioni ancora peggiori. Resta impressa l’immagine di famiglie che
acquistano con sacrificio appartamenti per i loro figli e di figli che un giorno
saranno comunque costretti a emigrare lontano lasciando case inesorabilmente
vuote, ed è inutile dire che fa molta tristezza. Come far capire questo
all’opinione pubblica senza apparire dei “signor no” è un problema ancora più
complicato, e anche di questo si dibatteva in quella seduta di autoanalisi della
sinistra gaetana di cui si raccontava all’inizio. Verso la fine, quando già
mezza platea stava per andare via, è andato al microfono il signor Gallinaro di
Legambiente, e ha impresso il definitivo sigillo alla serata: «Io non è che
partecipo attivamente alle discussioni politiche perché faccio altro, però cari
compagni quand’è che cominciamo finalmente a discutere?».
|