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Gli inerti di Formia, fenomenologia di un paese fratturato
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
31 gennaio 2006
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A un certo punto della storia ci si poteva
aspettare pure lo sbarco degli extraterresti. E in effetti c’è mancato poco. In
una tiepida sera di metà ottobre, nel cielo della frazione formiana di Penitro,
qualcuno ha creduto di avvistare degli strani oggetti non identificati, “una
strana sagoma a tre luci”, poi “un forte bagliore”, poi chissà. E comunque, il
cielo di Penitro era lo stesso su cui da settimane si agitavano immani polemiche
e foschi presagi in merito alla creazione di una discarica di rifiuti. Rifiuti
catalogati come “inerti”, la cui provenienza sarebbe dovuta essere il cantiere
dell’ex area siderurgica di Bagnoli e la cui destinazione sarebbe diventata
entro due anni l’area periferica delle campagne di Penitro, in seguito a un
accordo tra il sindaco di Napoli Jervolino e il sindaco di Formia Bartolomeo, in
via di ratificazione dai rispettivi consigli comunali. Tutto pronto pareva: con
tanto di cortesi convenevoli istituzionali, “siamo felici” di qua, “siamo grati”
di là. Non se ne è fatto più nulla, e la storia è ormai nota a tutti.
Fondamentalmente, i cosiddetti inerti sono una
tipologia speciale di rifiuti provenienti da demolizioni e costruzioni. Inerti
come i mattoni, le lamiere, i tubi eternit, gli elettrodomestici abbandonati
incivilmente a mucchi in ogni dove: nei fossati, nei campi incolti, ai margini
dei boschi; gli “inerti quotidiani” li chiama Legambiente. Su quanto siano da
considerarsi “speciali” e su quanto casomai possano essere reputati come
“pericolosi” quelli in arrivo da Bagnoli le discussioni invece si sono protratte
a lungo, in una ridda di pareri e contropareri, voci di infiltrazioni
camorristiche, timori per la salute pubblica, commenti infuocati e valutazioni
contrastanti. Un comitato civico appositamente costituito organizzò persino una
“pubblica scampagnata” nei pressi dell’ameno laghetto di Penitro, indicato come
a rischio dalle nefaste esalazioni della futura discarica. Ora, l’inerzia – come
da definizione del dizionario – è pure quella “tendenza dei corpi a preservare
nello stato di quiete o di moto rettilineo uniforme finché non subentri una
forza esterna”. Il vero nocciolo della questione degli inerti, dunque, sta nel
capire quale scintilla, quale geometrica connessione psico-politica, quale
congiunzione astrale (e qui finisce che rispuntano fuori pure gli
extraterrestri) abbia prodotto quel “no” così categorico, così perentorio, così
fragoroso al punto di far vacillare gli equilibri dell’amministrazione e
archiviare il progetto della discarica. Perché, insomma, ormai non è un mistero
che gli sponsor degli inerti puntavano molto sull’inerzia generale.
Mai si sarebbe arrivati a un esito del genere
senza la nascita di comitati spontanei di cittadini, senza l’opera di
informazione e mobilitazione favorita da alcuni siti internet come Telefree,
senza l’adesione sempre più larga di cittadini comuni, in maggioranza scevri da
appartenenze politiche e logiche di partito. Come tanti Beppe Grillo suburbani,
un intero stuolo di penne internettiane ha preso di mira “l’inerte Bartolomeo” e
chiunque altro osasse frapporsi sul campo della battaglia anti-discarica, senza
andare per il sottile rispetto al curriculum disinteressato o alle ragioni
strumentali di molte figure, spesso mettendoci l’intima convinzione di essere
investiti da una vera e propria missione etica, in virtù della quale comminare
sanzioni e pene, sentenziare e intimidire. Oppure, come scrisse una volta il
consigliere comunale di centrosinistra D’Angelis, «sparare
ad alzo zero contro chiunque abbia il torto, soprattutto se ha la disavventura
di essere un politico di maggioranza di Formia, di esporre qualche posizione
diversa». Tuttavia, fu
l’immediata risposta che si beccò il ragionevole D’Angelis,
«il grido di dolore si leva per
chiedere che la salute dei nostri discendenti sia salvaguardata! E' cosa
irrilevante, questa?».
No, appunto, ci mancherebbe.
Di fatto, è vero che le mobilitazioni di blog
e comitati hanno avuto il merito, non piccolo, di aprire la discussione su un
problema ambientale e strategico rispetto al futuro della città che le autorità
locali avrebbero dovuto aprire molto tempo prima. Usare l’area di Penitro per
una discarica interregionale oppure per costruirci, come viene proposto oggi, il
nuovo Policlinico del Golfo? Stabilirne il rapporto tra costi e benefici,
l’eventuale impatto sulla salute della popolazione? Ospitare dei rifiuti
ambiguamente catalogati come inerti, e già rifiutati da altri Comuni, per
garantire il buon vicinato con la Campania oppure per ottenere delle legittime
compensazioni economiche nelle casse comunali? E in tal caso a quale ramo di
bilancio destinarle? Argomenti di questo tipo andrebbero offerti alla
discussione pubblica di una comunità cittadina e della sua assise politica, e
non sbrigati via come una scartoffia burocratica di una qualunque riunione di
assessori. Se in democrazia il metodo è sostanza, occorre salvaguardare
entrambi. Tanto che, alla fine della discussione, diventa inevitabile imbattersi
nella più ardua e disarmante delle questioni: la fiducia. O quel che ne rimane.
Scrive un commentatore di nome Blutango:
«Potrebbe essere, ragiono per
assurdo, che quegli inerti siano davvero tali. Ma io non ci credo perché chi me
lo dice non mi sembra (più) credibile. E se non mi fido un motivo c'è. Troppe
delusioni, troppe promesse, troppe belle parole, ma pochi fatti, e pure fatti
male. O per tornaconto di chissachì».
Non è scienza qualunquista, anzi. Sepolte sotto chili di catrami e immondizie,
ancora si torna alla crisi delle democrazie, alla politica della lacerazioni,
all’implosione delle masse. Gli scricchiolii della valle di Penitro sono gli
stessi di molte altre fratture che lacerano il mondo.
Il piccolo “no” dei formiani autoconvocati
contro la discarica degli inerti si è vantato di somigliare, seppure alla
lontana, col “no” alla ferrovia ad Alta Velocità della Val di Susa, col “no” ai
termovalorizzatori nella Campania assediata dalla monnezza, col “no” al deposito
nucleare della popolazione di Scanzano, con “no” sordo e rabbioso delle
banlieues parigine, e via così, ai tanti “no” che risuonano nel pianeta, dentro
e fuori l’Occidente. Si tratta di “no” trasversali, né di destra né di sinistra,
uniscono giovani e anziani, uomini e donne. Dei “no” indecifrabili agli occhi
dei mestieranti della politica, pure se armati di buonsenso. Non si fidano della
politica, di Berlusconi o di Prodi o di chiunque altro. Forse vogliono essere
loro a decidere. Forse pretendono di stare al centro del loro microcosmo
comunitario ignorando tutto il resto, “non nel mio giardino” insomma. Poco tempo
fa il filosofo francese Jean Baudrillard ha scritto un articolo dal quale vale
la pena trarre una citazione:
«I popoli non sanno quello che vogliono. Pertanto è
inutile e pericoloso domandarglielo; tanto vale parlare a nome loro, è questa la
democrazia. Ma ciò che essi assolutamente non vogliono è che dall’alto gli si
rifili qualunque cosa, anche se “è per il loro bene”».
«Che cosa si può infatti pretendere da un popolo reso quanto mai virtuale dai
sondaggi, ingabbiato dalle statistiche, braccato dai mezzi di comunicazione? Che
cosa ci si può attendere se non che esso scuota il giogo, questa nuova
sudditanza, opponendo a questa presa di ostaggi virtuale un “no”
indecifrabile?». «Questo è il segno d’una frattura molto più profonda d’un
semplice risentimento sociale ed economico. Dietro quel “no” si cela una
reazione istintiva di massa contro una forma di dominio esclusivo detenuto
dall’intellighenzia e dalla nomenklatura alleate insieme». Forse, riflettendo
bene su questo pensiero, si può cogliere una parte notevole e spiazzante della
realtà e del mondo in cui viviamo. Senza allontanarci troppo dal nostro giardino
di casa. Anche scavando sotto un cumulo di rifiuti nelle nostre campagne.
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