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Il Gaeta dei miracoli vince la Coppa, mille tifosi e il sindaco in curva

 

 

Luca Di Ciaccio

telefree.it,

31 maggio 2005

 

 

Il Gaeta che gioca a calcio esce vincitore da una stagione obliqua e fortunata, solleva al cielo una Coppa Italia a cui tutti tenevano enormemente, i volti dei giocatori sono bagnati dalla pioggia e forse anche da qualche lacrima, e con loro quelli di mezza città che sembra essersi concentrata sugli spalti dello stadio Flaminio di Roma a godersi il fatidico momento. Che momenti, uno sventolare mai visto di bandiere biancorosse. Che momenti, l’allenatore Caneschi accarezza il trofeo e ha gli occhi di chi ancora non ci crede. Che momenti, ci sono pure il sindaco e il capo dell’opposizione che si abbracciano. Il Gaeta vince la Coppa Italia, anzi la Coppa Lazio a voler essere precisi, e dalla Promozione passa dritta all’Eccellenza (che sembrano categorie dello spirito ma in realtà sono gironi di campionato).


Nella finale, giocata allo stadio Flaminio di Roma, la squadra della Polisportiva Gaeta ha sconfitto il Boville Ernica 6 a 4, vincendo ai rigori dopo che i tempi regolamentari si erano chiusi 1-1. Gran sventolio di bandiere, ma d’altronde l’organizzazione aveva lavorato bene: ognuno delle centinaia di tifosi spartiti su una dozzina di pullman era stato fornito del perfetto kit comprendente bandiera, sciarpa biancorossa e cappellino con visiera “Gaeta - La perla del Tirreno”. «Noi modestamente siamo una grande città, stiamo bene, c’è gente che lavora, mica siamo un paesino», gongola il sindaco forzista Massimo Magliozzi che arriva per primo allo stadio, in compagnia del fratello Damiano, noto imprenditore dell’itticoltura, e di Salvatore Di Maggio, capogruppo dei Ds, suo acerrimo oppositore di tanti consigli comunali. Divisi dalla politica, uniti dallo sport? «Ma il livello umano è un’altra cosa, vedi, noi due abbiamo pure fatto la scuola insieme, vero Salvato’?». «Si, ma poi Massimo ha fatto più carriera di me». Il Capitano mangia avidamente un panino, stanco dal viaggio e dalla mattinata di impegni, è andato anche a far pace col sindaco di Formia, nel momento dell’emergenza bomba che paralizzava la città vicina. Il Capitano e l’Avvocato, uno di destra e l’altro di sinistra, uno juventino e l’altro milanista, strana coppia del giorno, fendono la folla e stringono mani paesane in terra romana, mentre dai viali alberati che stanno tra il lungotevere e l’auditorium arrivano code di pullman, frotte di gaetani in completo biancorosso, cappello e bandierina d’ordinanza.

In tribuna stampa ci sono quelli di TMO che preparano telecamere e microfoni: fanno la radiocronaca in diretta col cellulare, dal giorno dopo trasmetteranno la partita in tv, e poi magari anche un dvd ricordo a offerta libera. Non si può negare che la telestreet gaetana, grazie all’appassionato telecronista Erasmo Lombardi e alla sua “redazione sportiva”, abbia avuto un ruolo importante nel restituire vitalità e passione popolare a una squadretta provinciale un po’ in declino come era il Gaeta. Qui, a differenza di ciò che succede ad altri livelli, la tv ha aiutato il calcio a rialzarsi, e davvero quello raccontato nel rilassante piccolo mondo di un calcio e di un tv come questi sembra un Paese desueto, a tratti arcaico e di sicuro meno irritante di quello maggiore. E insomma, quelli del Gaeta sono stati bravi e fortunati, ma vi pare che senza telecamere e tifosi tutti per loro sarebbe stato lo stesso? Non si sa come comincia la valanga mediatica, se più la tv diceva che loro erano forti e più loro lo diventavano sul serio e noialtri ci si cominciava allora a crederci o viceversa, ma ora io ritrovo gente di tutti i tipi sugli spalti del Flaminio: ragazzi, famiglie, bambini, nonni, sindaci, pure qualche mio ex compagno di scuola negli ultras. E anche io, che mi ritrovo qua con la sciarpetta regalata dal sindaco, il bloc notes scarabocchiato e divertendomi a urlare “forzagaeta”, chi l’avrebbe mai detto?

Al Flaminio, il rapporto tra i tifosi del Boville è di uno a dieci. Sul campo la differenza tattica è meno ampia ma il predominio del Gaeta c’è e si vede. La curva del Gaeta si applica con foga al coro “Chi non salta ciociaro è”. Salta pure il sindaco, tutto contento, mentre Di Maggio, seduto accanto a lui, si mantiene fermo e senza lasciar trasparire equivoche passioni. Il Capitano va d’impulso a urlare per i nostri, l’Avvocato invece prima riflette e poi gli dice se era fuorigioco o no. «Se si vince, stasera Gaeta la chiudiamo» urla un tifoso, e Magliozzi, di rimando, «ma veramente è già chiusa, stanno tutti qua». Sugli spalti c’è davvero mezza città, mezzo struscio sul corso del sabato pomeriggio trasferito sulla via Flaminia, mezzo consiglio comunale ora unito dalla fede taumaturgica del pallone (si vedono pure Di Ciaccio della Margherita e Pavone di Rifondazione), mezza scuola già con la testa in vacanza. «Non si era mai visto a Gaeta un tifo così» commenta il telecronista Lombardi. Il ragazzo che pare essere il capo tifoseria ha una maglietta nera col teschio incrociato e su scritto “pirates”, a un certo punto attacca ancora coi cori anti-ciociari. Su quello che fa “sporchi ciociari figli di p...” il Capitano evidentemente non lo segue più, al massimo si da di gomito col fratello. Si sa che allo stadio il tifo non ha le stesse regole del galateo. Dietro al sindaco c’è un tifoso enorme e col vocione che inveisce sull’arbitro promettendogli cose inenarrabili, però si pente degli slogan sui ciociari quando gli fanno notare che l’arbitro è di Cassino.

Nel primo tempo il Gaeta va più volte vicino al gol ma lo manca per poco. «Troppe occasioni perse» si lamenta il sindaco. «Bisogna prenderli per stanchezza» suggerisce il fratello. Passa un quarto d’ora del secondo tempo e il Gaeta comincia a scuotersi, al 29’ arriva il gol di Guerra. Gioiscono i tifosi, e persino Magliozzi abbraccia Di Maggio. L’esultanza dura appena novanta secondi, Di Maggio si è già riseduto, il sindaco è ancora in piedi a stringere mani quando Cinelli del Boville salta la difesa gaetana e infila il gol del pareggio. I biancorossi non si riprendono, e per poco gli avversari non raddoppiano. “Furmia’, stavi murenn’, mo’ che ti si arripigliato?”, urla il tifosone accanto a me all’indirizzo del numero 10 del Boville che è formiano. Si va ai supplementari, con le squadre affaticate e il generoso capitano Vujacich che esce al 109’.Finiscono i supplementari, col cielo che si fa scuro e carico di pioggia, il destino ineluttabile dei rigori che fa aleggiare presagi. Nella postazione di TMO la telecronaca diretta assume tonalità eroiche, ci sono le batterie del cellulare che stanno per scaricarsi, e bisogna far presto. Rigori, rigori. Il Gaeta è micidiale, segnano tutti: Guerra, Strozza, Santangelo, Valente, Fantasia. Per il Boville sbaglia Cinelli ed è allora che, mentre dal cielo scende la pioggia e rombano i tuoni, il Flaminio si tinge di passione, urla e colori biancorossi. “Campioni, campioni, campioni” urla Lombardi nei microfoni di TMO appena prima che le batteria cedano. E il sindaco si prende per mano Di Maggio, scavalca la folla festante, e va giù in campo incontro alla Coppa e se la mette in braccio e poi si fa fotografare dai tifosi dietro le sbarre sui corridoi laterali dello stadio.

Fuori dallo stadio gente che esulta, bambini che corrono sotto la pioggia, giocatori portati in braccio. Esagerato? Forse si, ma anche no. La squadra di calcio di Gaeta suscita passioni nobili, forse perché è rimasta l’elemento troppo forte di un’identità ormai troppo debole. D’altronde, anche qui che sembra più provinciale e più pulito, il calcio continua a essere metafora della società, ed è come in quella meravigliosa curva di un insolito sabato allo stadio Flaminio: impasto perfetto di novità e vecchiume, vecchi e giovani, popolo e padroni, maffioni e sprovveduti. Nel giro di una ventina di minuti vanno via tutti, clacson spiegati e direzione casa. C’è da festeggiare, “non siamo un paesino”, il Gaeta pallonaro stavolta ha fatto il miracolo.