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» utopie di strapaese
Benvenuti
a Strapaese
Luca Di Ciaccio
estratti dal capitolo 2,
tesi di laurea "Utopie di Strapaese -
Urbanizzazione e potere da Littoria a Milano Due passando per
Disneyland",
SdC La Sapienza Roma, 2010
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La città nuova fascista ormai realizzata, con
l’intonaco fresco sui muri appena tirati sù, offriva, alle soglie della guerra,
agli occhi di chi la visitava fuggevolmente e di chi veniva ad abitarla,
un’immagine che probabilmente oggi è avvertibile solo a sprazzi, a brandelli.
C’è stata la guerra, c’è stato soprattutto l’impetuoso e disordinato sviluppo
dei decenni successivi, e i mutati indirizzi produttivi: tutto si è allargato a
macchia d’olio, una macchia informe. Eppure questa immagine resiste ancora oggi,
e racchiude il cuore di tanta ideologia italiana, non solo a Littoria poi
diventata Latina. E’ l’eterna – e trasversale – immagine dello Strapaese. Il
ciclico incantesimo dello spirito del luogo (genius loci, per dirla in
latino), il mito di ciò che è caratteristico, la vera vita di soggetti portatori
di ordine e onestà. Questa immagine è già il portato specifico del modello
concettuale che ha pianificato, progettato ed eseguito la maglia poderale, la
rete dei borghi e dei centri urbani, i criteri di selezione dei coloni, la
gestione del loro esodo e delle loro vite, insomma l’operazione Agro Pontino nel
suo complesso. Di più, essa può costituire un vero e proprio vanto del fascismo,
come fatto arci-italiano, miracolosamente al di fuori del fervido dibattito
sulla città funzionale ed anche da ogni contatto con le parallele esperienze
condotte oltralpe. Nella città nuova si celebra, difatti, il trionfo
dell’inesausta genialità provinciale, protagonista di quella rivoluzione
conformista la cui capitale è lo Strapaese, «e Strapaese non si trova in Europa,
ma in Italia, nell’antica giovanissima Italia delle tradizioni e delle
trasformazioni».
Insomma tutto qui rimanda all’esaltazione della
cultura rurale e municipale, a Longanesi, Maccari e Malaparte, «al vino buono e
soprattutto nostrale», al genius loci e contemporaneamente ai difetti italiani
assunti come limite e come forza, al selvaggio (allora fascista) che tira
cazzotti intellettuali alla modernità. Lo Strapaese è un movimento culturale ed
artistico, sviluppatosi in Italia dopo il 1926, di natura patriottica e a difesa
del territorio nazionale. Ma l’insegna di Strapaese, piuttosto sterile sul piano
letterario, si è trasformata nell’elemento portante della vicenda delle città di
fondazione del Ventennio e poi, sotto diverse maschere, in tanta parte
dell’architettura ideologica nazionale. «Strapaese è stato fatto apposta per
difendere a spada tratta il carattere rurale e paesano della gente italiana;
vale a dire l’espressione più genuina e schietta della razza, l’ambiente, il
clima e la mentalità ove son custodite per istinto e per amore, le più pure
tradizioni nostre. Strapaese si è eletto baluardo contro l’invasione delle mode,
del pensiero straniero e delle civiltà moderniste, in quanto tali mode, pensieri
e civiltà minacciano di reprimere, avvelenare o distruggere le qualità
caratteristiche degli italiani, che nel travaglio contemporaneo debbono essere
l’indispensabile base e l’elemento essenziale; come sono state, se si pensi, le
impareggiabili nutrici del genio, dell’arte e dello spirito».
C’è un aspetto anche violento dello Strapese e dell’arcitaliano che oggi è
implicito ma allora era esplicito e rivendicato: «Ormai l’Italia è messa bene /
ve ne potete andare a letto / ma rammentar sempre conviene / che la fortuna va
presa di petto. / Mogli briache e botti piene / a Strapaese non fanno difetto: /
qui ci sono legni per tutte le schiene / legni d’olivo benedetto. / A raddrizzar
le gambe ai cani / bastano ormai gli Arcitaliani».
La dimensione strapaesana rimane il dato più evidente comune a tutte le città
nuove, dove la ruralità viene realizzata per trasposizione, cioè ruralizzando
un’immagine cittadina profondamente radicata nella storia italiana, quella della
gloriosa città stato comunale, rozzamente rivisitata dall’ideologia fascista.
Tutto ciò, che in anticipo sui tempi si sarebbe già potuto definire come
“immaginario nazionale”, era già percepibile agli occhi dello scrittore Corrado
Alvaro che in suo libretto-reportage dall’Agro Pontino appena bonificato,
pubblicato nel 1934 dall’Istituto Nazionale di Cultura Fascista, intitolato
Terra Nuova, notava con un certo lirismo che «i borghi nuovi e non ancora in
vita sembrano costruzioni di ragazzi posati su un tappeto verde; quelli già
popolati acquistano subito color di paese, riproducono angoli di villaggi veduti
altrove, e costruiti dalla frequentazione lunga degli uomini, e che sono il
paesaggio fisso della vita campestre. Chi ricorda l’Emilia, la Romagna, il
Veneto, specie il Veneto ricostruito dopo la guerra, ne ritrova qui lo schema;
il senso è lo stesso, quello l’aspetto, e l’uomo ha reso vecchio questo
paesaggio nuovo imposto alla natura in un anno».
E ancora: «E’ l’utopia dell’Italia di piccoli proprietari divenuta fatto vivo:
difatti in questo lembo di terra nasce un nuovo ordine, si tenta una
costituzione umana che ha più d’un punto di contatto coi sogni di tutti i
pensatori che fantasticano su uno Stato ordinato, senza servi né padroni, la
comunità che assorbe gli individui e tuttavia non ne fa un numero».
Ora, la voglia di creare una sorta di “villaggio
utopico” nell’Agro Pontino bonificato è tutt’altro che campata in aria. Gli
indizi ci sono, a cominciare dall’abolizione delle classi con l’istituzione
delle corporazioni stabilita del regime, ed è plausibile pensare che Mussolini,
mirando a una forte espansione imperialista, cercasse un metodo di
trasformazione sociale da usare in situazioni successive, e in questo l’Agro
Pontino assume un considerevole valore sperimentale. Uno delle parole d’ordine
della politica del regime e della sua opera di modellizzazione sociale era la
“piccola proprietà”. La piccola proprietà che era già stata uno dei cardini di
una soluzione teorica di “riforma sociale” destinata a essere ripresa a più
ripetizioni e in salse diverse: quella di Frédéric Le Play a metà
dell’Ottocento. Una riforma che mirava all’abolizione della lotta di classe,
all’introduzione di un nuovo “ordine morale” di tipo cattolico, al ripristino
della centralità dell’istituto della famiglia, a sua volta sottoposto
all’autorità sociale.
Questo progettò ebbe una vastissima eco nell’Europa industriale e intrigò anche
quelli che mai si sarebbero detti reazionari. Di certo, fu sempre utilizzato
parzialmente e – guardacaso – sempre con finalità antiurbane e reazionarie. Uno
degli strumenti per la realizzazione di questo ordine suburbano e morale era,
secondo Le Play, la “casa con giardino”. Nella casa individuale si ricostruisce
la famiglia e l’autorità paterna, nella cura del piccolo orto si ricompone il
perduto senso della proprietà, nei due elementi – casa e orto – rinasce la
morale. Fu questo l’alibi teorico, funzionale a ideologie diverse nel tempo e
nello spazio, per le operazioni di “colonizzazione suburbana” riservate alla
piccola borghesia.
Sta di fatto che, da un certo momento in poi,
l’Agro è diventata un’opera “da mantenere”, anche in senso finanziario, ad ogni
costo. Un’opera che assume un carattere quasi esclusivamente politico per
l’estero e ideologico per l’interno. La propaganda del regime all’interno del
Paese si basava su un largo impiego di immagini fotografiche accuratamente
selezionate, presente un’esaltazione anche fisica del ruolo del capo, ecco
Mussolini a mensa con gli operai, Mussolini a torso nudo che trebbia il grano,
Mussolini sul trattore che traccia il solco del perimetro di Aprilia – poi uno
dice il presidente operaio – il tutto a corredo di centinaia di articoli
ovviamente d’elogio ma sempre molto generici:
mai si trova un pezzo pertinente sull’architettura delle città nuove, sulla loro
struttura, non diciamo su eventuali difetti dell’organizzazione ma perlomeno su
suggerimenti da parte dei coloni, anzi le famiglie coloniche sembrano scomparire
dall’orizzonte della visibilità, come mute comparse sulla scena.
A conti fatti, si trattava comunque di un successo del regime. Pure il
socialista Sandro Pertini non si trattenne dall’ammettere che negli anni Trenta
«Mussolini progettò la bonifica e riuscì a far crescere il grano dove prima
c’erano paludi e malaria. Fu una grande opera, sarebbe disonesto negarlo.
Ricordo che il mio amico Treves era preoccupato: Sandro, mi diceva, se questo
continua così siamo fregati».
Molta era anche l’attenzione dell’estero: l’anti-urbanesimo in chiave italiana
interessava a molti. D’altronde il momento coincideva con la fase in cui in
tutto il mondo capitalistico si accentuava la ricerca pratica e teorica su
criteri che fossero una via di mezzo tra liberismo e pianificazione, sulla linea
tracciata dai piani regionali agricoli e industriali della Gran Bretagna e della
Germania, dai centri urbani minerari della Ruhr, delle nuove città industriali
in Unione Sovietica, primi passi verso il decentramento urbano.
Passi che si affrettano anche nel regime italiano,
col passare del tempo. Alla fine degli anni Trenta si parla di borgate suburbane
con tutti i servizi della città, quartieri autonomi ubicati a qualche decina di
chilometri fuori dal centro urbano e ad essi collegati con mezzi di trasporto,
diametralmente all’opposto dell’esaltazione precedente della vita rurale e delle
casette con podere. Passati i tempi in cui Pontinia veniva orgogliosamente
presentata come il Comune che «non avrà bellurie, non avrà fregi, statue,
colonne; non avrà sale da gioco, e ritrovi notturni. A Pontinia la notte si
dormirà perché il giorno si lavora e la sera si è stanchi. Non avrà vetrine
scintillanti, con cappellini per signore più o meno improvvisate, profumi e
rossetti esotici: il paese è sorto sul presupposto che nessuno comprerebbe di
codeste cianfrusaglie».
Tra la fine degli anni Trenta e l’inizio dei Quaranta, mentre il Paese si avvia
nella catastrofe della guerra e il regime continua a costruire alcuni villaggi
rurali nei latifondi del Meridione, non c’è dubbio che le paludi pontine siano
ormai lontanissime, come un sogno infantile, ora si chiedono «borgate satelliti,
che vogliamo spaziose e ridenti, in cui l’operaio, il capo-officina, l’ingegnere
stanno ancora a contatto di gomito».
Così il fascismo passa dalla terra alla borgata di periferia, pur senza
abbandonare l’ordine autoritario e patriarcale. Gli ultimi anni del regime
vedono un ritorno del fascismo nelle città con una lunga serie di sventramenti
urbani e risanamenti, oltre che con la creazione di borgate e villaggi nelle
immediate corone urbane di tutto il paese, con la netta caratterizzazione della
città divisa in centro e periferia.
La vera data di nascita della maggior parte delle periferie urbane in Italia è
appunto riferita a questo periodo. Quelle stesse borgate su cui, negli anni
della Repubblica che verranno dopo la guerra, uno come Pasolini si dannerà
l’anima. A Roma, in seguito agli sventramenti di vecchi quartieri nel centro
storico, intere porzioni di popolazione, spesso sottoproletaria, vengono
deportate d’autorità nelle prima periferie. Questo vuole essere lo spazio della
nuova “grande classe media”.
La soluzione prospettata contro l’affollamento urbano è quella delle borgate e
città-satellite, ovvero spostare le città verso la campagna, far diventare la
campagna uno spazio suburbano. In testa sempre il mito campestre e paesano da
non abbandonare. Nel 1940 in un ennesimo articolo “Contro la città” sulla
rivista Critica fascista si legge: «Per sfollare le grandi metropoli
bisogna attirare in campagna anche le medie classi cittadine. Occorre creare
villaggi semirurali, situati sulle grandi arterie ferro-tramviarie, alla
periferia di una grande città, per una distanza non superiore ai 50 km e non
inferiore ai 10 o ai 15, altrimenti sarebbero presto assorbiti dall’espansione
delle metropoli. Queste borgate, destinate agli operai specializzati, ai capi
tecnici, alle famiglie di impiegati e anche di professionisti, avrebbero un
duplice scopo: anzitutto di sfollare le grandi città e far godere alle famiglie
quei vantaggi che sono proprio della vita cittadina e campestre».
Il Duce, comunque, aveva davvero preso a cuore
l’impresa della “terra nuova” pontina: controllava l’andamento, si faceva
inviare dispacci, interveniva sui progetti degli architetti, faceva improvvisi
sopralluoghi nei cantieri, a ogni ora del giorno. Come Berlusconi da giovane,
quando andava a controllare alle 5 di mattina che il giardiniere avesse
annaffiato l’erba dei prati a Milano Due.
Oggi le strade dell’Agro, intorno a Latina, sono
un reticolo di cardi e decumani che si incrociano nel deserto dei campi. «La
sera qui c'è poco da fare, puoi solo annaffiare le piante», mi dice la cassiera
di un bar, in una di queste strade di pianura vagamente metafisiche, tra le
serre di pomodori e i saloni di abiti da sposa e gli stabilimenti chimici,
mentre tutt’attorno potrebbe risuonare una ballata country. Sembra, a vederla,
una versione contadina dell’idea eterna di periferia: una modernità perennemente
fuori tempo, come una giacca da matrimonio con il cartellino del prezzo ancora
attaccato alla manica. Un certo genio del luogo si sente ancora, sarà
l'architettura di travertino e mattoni, oppure i tombini sul corso coi littori
di ghisa. A qualcuno magari non dispiacerebbe farla diventare una specie di
Disneyland del fascismo, coi pellegrinaggi, l’indotto, sarebbero anche maturi i
tempi. Le cronache dei giornali sollevano in maniera sempre più forte il
problema delle infiltrazioni criminali nel tessuto sociale ed economico della
zona. L’Agro Pontino di domenica è un deserto con pochi alberi in cui regna un
silenzio irreale. Voci dai ristoranti prenotati per le prime comunioni e folle
di auto in fila per entrare nei centri commerciali sempre in espansione. Viene
in mente una scena di “Latina/Littoria”, documentario del regista Gianfranco
Pannone girato nel 2001, un dialogo tra lo scrittore Antonio Pennacchi e un
amico librario nel suo negozio, proprio dentro uno di questi centri commerciali
di recente costruzione, uguale a tanti altri, affollato come tutti. Pennacchi
invoca, come al solito, il ritorno alla purezza dell’architettura di fondazione,
al razionalismo e al mito fondativo, all’identità perduta della città. Il
libraio indica con una mano il panorama attorno a loro, che in fondo potrebbe
essere lo stesso di una qualunque città italiana, e gli risponde: «Anto’, questo
che vedi invece è perfettamente coerente con Latina. La Latina che dici tu non
c’è, è rimasta solo l’architettura. Latina è una produzione Mediaset. Questa è
Latina».
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