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» utopie di strapaese
Va ora in onda
lo Strapaese
Luca Di Ciaccio
estratti dal capitolo 3,
tesi di laurea "Utopie di Strapaese -
Urbanizzazione e potere da Littoria a Milano Due passando per
Disneyland",
SdC La Sapienza Roma, 2010
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Tutto cambiò quando alle città in espansione, come
corpi sempre più obesi e nervosi e famelici, spuntarono le antenne. Una foresta
di antenne si moltiplicò sui tetti delle case, come evidente segno esteriore di
consumo e benessere, gli enormi ripetitori della Rai, da collina a collina,
divennero il simbolo del potere della televisione. Quelle foreste di antenne
contraddistinsero paesaggi e fotografie da un certo periodo in avanti. Nelle
aree urbane cominciarono a sorgere anche negozi di televisori, con gli
apparecchi accesi esposti nelle vetrine. I passanti si fermavano a guardare
certi programmi, senza audio, attraverso la vetrina, e spesso, a specifici
orari, si formava un crocchio di persone. Nel 1963 Pasolini, in riferimento al
fenomeno delle antenne, diede sfogo alla sua feroce ironia. «Sai cosa mi sembra
l’Italia? Un tugurio i cui proprietari son riusciti a comprarsi la televisione e
i vicini, vedendo l’antenna, dicono, come pronunciando il capoverso di una
legge, “Sono ricchi! Stanno bene!”».
In quegli stessi anni quasi tutti i quotidiani italiani inviavano cronisti per
svolgere inchieste sugli immigrati più poveri delle grandi città. Molti
scrivevano articoli commoventi, all’interno dei quali tuttavia prevaleva
un’immagine ricorrente: quella del televisore, anche nella più povera delle
baracche. Questa immagine, rimandata dalle fotografie e dalle storie popolari
d’Italia forniva una prova decisiva dell’importanza della televisione per gli
immigrati meno abbienti e per il sottoproletariato delle metropoli italiane. Il
libro di Guido Crainz sul boom, uno dei primi tentativi accademici di storia del
miracolo economico, prende spunto da questa immagine definendola un “mito”.
Crainz cita un critico contemporaneo che scrive: «Il discorso del televisore
nella baracca è uno di quegli argomenti che ispirano particolarmente
l’insopportabile genia dei chiacchieroni ferroviari».
Tuttavia l’immagine coglie un aspetto particolare del consumismo durante il
boom: l’ago della bilancia dei consumi si sposta dai generi di prima necessità
verso i beni durevoli, e il televisore, magari acquistato a rate, effettivamente
faceva la parte del leone. Vedere le foto dei tuguri o delle povere casette
appena imbiancate con la loro brava antenna sopra può essere una prova a favore
di conclusioni pasoliniane sul livellamento culturale, ma tutto ciò
rappresentava pure una forma significativa di liberazione e un salto di status
anche per le famiglie più povere. Numerosi sociologi hanno definito questa
tendenza una “distorsione” dei modelli di consumo, ma questo presuppone che ci
sia un modello “normale” (generalmente associato ad altre nazioni, come la Gran
Bretagna o la Francia) al quale il consumo dovrebbe attenersi. Ci troviamo
ancora una volta di fronte al “caso italiano” con le sue presunte diversità
rispetto alla “norma”.
In parole povere la tv veniva (e viene) vista
sostanzialmente come un fenomeno negativo con alcuni positivi effetti secondari,
in particolare l’unificazione linguistica dell’Italia.
Alla televisione di Stato che, in Italia, inizia in condizioni di monopolio le
trasmissioni nel 1954, è attribuito dagli storici e dagli studiosi della cultura
un ruolo fondamentale nella “morte” delle culture tradizionali sia contadine che
operaie. Gianni Bosio, per esempio, sostenne che il «capitalismo organizza in tv
la cultura popolare alla rovescia».
La televisione, secondo Pasolini, è il braccio secolare del nuovo potere, la
classe dominante che «non si accontenta più di un uomo che consuma ma pretende
che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo».
La soluzione di Pasolini era provocatoria, divertente, swiftiana: abolire la
televisione (e la scuola) o manifestare contro la trasmissione di certi
programmi popolari.
Eppure Pasolini non scherzava affatto. In Italia, questa analisi è diventata una
verità riconosciuta e accettata. Il ruolo della televisione è stato ingigantito
e promosso a precursore onnipotente della cultura consumistica borghese di
massa.
Ma la televisione italiana degli esordi – la
cosiddetta paleo-televisione – costituì uno stimolo in direzione della
modernità in mille sottili e complesse maniere. Innanzitutto, l’urbanizzazione
dell’Italia era sia un riflesso sia una conseguenza della diffusione della
televisione. «La tv creò e reinventò la città, e la sua propagazione non
coincise con la formazione di fasce suburbane, come in Inghilterra o negli Stati
Uniti, ma con l’urbanizzazione e l’industrializzazione».
Inoltre, la tv contribuì a rafforzare l’espansione economica del dopoguerra:
basti pensare alla forza trainante delle prime pubblicità in bianco e nero
racchiuse ogni sera in Carosello, o al telequiz Lascia o raddoppia
che portava milioni e milioni di spettatori a incollarsi davanti ai televisori,
e ovviamente a comprarseli. I primi anni della televisione sono ancora ancorati
a una fase “collettiva”: gli apparecchi in circolazione sono ancora pochi, gli
spettatori si riuniscono nei bar o nelle poche case già dotate di televisore.
Già pochi anni dopo, all’inizio dei Sessanta, gli apparecchi privati, casa per
casa, prendono il sopravvento.
La tv ha avuto effetti contraddittori in tutti i
campi: per esempio, ha incoraggiato l’atomizzazione dell’unità familiare, ma ha
anche favorito il consumo collettivo in luoghi destinati ad altre attività. Ha
educato, ha allargato orizzonti, ma anche portato a un livellamento, verso
l’alto e verso il basso, del modo di vivere e di pensare. Ha reso la mente
schiava e libera allo stesso tempo. Ha incoraggiato il consumismo e la sua
critica. Ha avuto effetti di breve durata, e altri che si possono percepire
ancora oggi. Un impatto insomma niente affatto lineare. Ma una cosa è certa:
come ha scritto Aldo Grasso, la televisione «ha accelerato i ritmi della vita
sociale del Paese in maniera impressionante».
La tv comincia a splendere nei panorami urbani, dietro le finestre dei
reticolati abitativi, nel momento stesso in cui la piazza viene meno alle sue
antiche funzioni di socializzazione “dal vivo”. La metropoli, dopo aver superato
la città storica, a sua volta viene disgregata dall’avvento dei media di massa.
Di fronte alla “scatola magica”, il dispositivo territoriale della piazza
diventa, allo stesso tempo, troppo grande per far sentire le persone a casa loro
e troppo piccolo per soddisfare le pulsioni a essere altrove. Dalla piazza si
passa alla tv, dunque.
Proviamo a vedere come l’impatto della tv
influenzi la realtà di un quartiere urbano. Possiamo prendere, ad esempio, le
ricerche citate nel libro di Foot a proposito di alcuni quartieri milanesi nei
primi anni Sessanta. Interessanti sono i dati sulla Comasina. Iniziato nel 1953
e completato nel 1958-60, con i suoi 83 palazzi per un totale di 11mila vani,
divenne il più grande progetto di edilizia popolare in Italia. Insediamento
modernista e “futurista” sui confini nord-ovest della città, fu anche il primo
quartiere “autosufficiente” d’Italia. La pianificazione della zona era basata su
sottopassaggi pedonali, lunghe balconate in cemento armato e una chiesa da
fantascienza. A parere degli urbanisti, la costruzione di chiese, centri
sociali, negozi e bar avrebbe permesso al nuovo quartiere Comasina di
svilupparsi in una comunità. In realtà le divisioni fra le varie tipologie di
abitanti furono subito nette: famiglie di microzone più “rispettabili”,
immigrati del Meridione, gruppi di sfrattati e baraccati.
Ebbene, alla Comasina nel 1962 il 90 per cento delle famiglie aveva comprato un
televisore, una delle percentuali più alte tra i dati disponibili dell’epoca.
Evidentemente tra loro c’erano anche quelli più poveri o quelli che ancora
stavano in baracca.
A Milano, e in particolare nei quartieri periferici, la priorità della tv
rispetto agli altri beni di consumo fondamentali, e il suo ruolo di fulcro
attorno a cui ruotavano le attività del tempo libero, dunque erano già dati per
scontati. L’isolamento stesso della Comasina rispetto al centro della città –
con tutte le sue attrazioni scintillanti, i cinema, le sale da ballo e i teatri
– ha sicuramente contribuito a questo successo. Ne conseguiva che anche la fase
della visione collettiva era ormai conclusa: i sondaggi dell’epoca si
imbattevano in bar deserti, ormai ognuno guardava la tv a casa propria. C’è da
registrare che la Comasina divenne il classico “ghetto”, svuotato di giorno e
pieno di sera, ma desolato e senza luoghi di aggregazione sociale spontanea non
ufficiali, anche se annoverava tre centri sociali e una chiesa con strutture
sportive. Vuol dire che a quanto si era guadagnato in termini di “privacy” e di
“liberazione” dagli aspetti oppressivi della vita di cortile o di piazza di
paese, oltre che in termini di qualità degli alloggi per buona parte dei
residenti, si contrapponeva l’assenza di una comunità e il mancato rapporto con
la città. Tuttavia, gran parte degli abitanti della Comasina sembrava contenta
di pagare quel “prezzo”. Molti (ma non tutti) avevano barattato le forme
tradizionali di integrazione urbana (la “collettività”) con altri valori:
privacy, status, un salotto spazioso. Per molti, la vita di famiglia aveva
soppiantato le altre forme di rapporti sociali.
Ben presto anche il resto dell’Italia avrebbe raggiunto gli standard delle
periferie milanesi. Nel 1965 il 43 per cento degli italiani guardava la tv tutti
i giorni, il 17 per cento da due a quattro volte alla settimana e il 10 per
cento solo una volta. Una persona su cinque non la guardava mai. Consideriamo
che all’epoca i programmi sull’unico canale nazionale erano trasmessi solo di
pomeriggio e di sera. A pensarci bene, Berlusconi, o meglio l’ideologia che più
tardi con le sue tv commerciali e i suoi quartieri residenziali avrebbe
rappresentato, costituiva una realtà egemonica già all’inizio degli anni
Sessanta.
Ma cosa accadeva per strada, nei bar e nei
rapporti fra le persone? Già prima dell’arrivo della cultura di massa la
situazione era abbastanza varia e articolata. È vero che alcuni quartieri
apparivano come tipiche comunità operaie, dominate dai partiti politici, dalla
vita di strada e dai bar. Ma persino lì questo modello di tempo libero e di vita
quotidiana era limitato a certe ore della giornata e contrassegnato da un uso
del tempo differente per uomini e donne. I quartieri più nuovi erano invece
teatro di una diversa organizzazione del tempo e delle relazioni sociali. Il
tempo era essenziale e spesso tiranno, e sicuramente ben poco ne rimaneva al
pendolare-operaio che usciva di casa alle quattro del mattino e rientrava alle
nove di sera. Altre diverse informazioni vengono da una ricerca della fine degli
anni Cinquanta su un’altra zona appena fuori Milano. Nel 1958, un sociologo
compì uno studio approfondito su un “villaggio urbano”, uno dei tanti sorti
attorno al capoluogo lombardo, dove nessuno possedeva un televisore, anche se vi
erano altri segni del crescente consumismo, come gli scooter. Ciò nonostante,
scrive l’autore, in questo caso la “comunità” era inesistente: «la piazza è
scomparsa […] era anzi chiaro che il massimo egoismo regnava nei reciproci
rapporti, una incapacità ad accordarsi tra loro per risolvere i propri
problemi». Nonostante lo squallore, la povertà e la mancanza di servizi
basilari, gli immigrati preferivano queste cosiddette “coree” al loro paese
meridionale d’origine. Secondo il prete locale, a Milano gli immigrati avevano
«scoperto una “superamerica”». Insomma, la televisione, almeno in termini di
proprietà individuale, qualche volta poteva anche non entrarci.
«In ogni caso – conclude Foot – è impossibile affermare con una certa sicurezza
che la preesistente vita culturale semplice, idilliaca e vivace si preparava a
essere spazzata via dalle nuove forme di cultura di massa diffuse dalla tv».
Un articolo di Stephen Gundle, professore inglese
di Storia dei Mass Media e profondo conoscitore della lingua e della cultura del
nostro Paese, pubblicato nel 1986, ci viene in aiuto sullo scivoloso tema delle
ripercussioni della tv in Italia. Gundle attribuisce il potere della tv a
quattro fattori principali: il predominio del mezzo di comunicazione visivo
sugli altri media; la diffusione capillare e privata dei valori del consumismo;
la coincidenza dell’arrivo della tv con il rapidissimo decollo economico in un
Paese privo di una «cultura nazionale integrata»; infine, «la semplicità e
l’immediatezza delle immagini televisive che sembravano conformarsi
perfettamente alle qualità tradizionali di molta cultura popolare».
Cosa c’era quindi di urbano nella televisione e nella cultura di massa che
presumibilmente veicolava? La questione è complicata. L’elemento urbano, nella
paleo-televisione, era un’entità tutto sommato effimera, più mitica che reale,
un messaggio implicito eppure già forte. I “tipici valori urbani” menzionati da
Gundle rispecchiavano il cambiamento di ideali introdotto dal boom del secondo
dopoguerra, ma in un modo appena percettibile: l’automobile-premio del telequiz,
l’enfatizzazione del denaro, le trasmissioni internazionali, i film utilizzati
nei notiziari, i prodotti reclamizzati da Carosello.
La tv commerciale, le Dallas americane, le magie berlusconiane
erano ancora di là da venire, come un embrione che attende solo di svilupparsi.
Tutti argomenti importanti, ma quello che continua a girare per la testa è
altro: la costruzione di una mitica età aurea presumibilmente distrutta dalla
cultura di massa, l’imputazione alla tv di un ruolo comodamente esagerato
all’interno di questo processo.
E qui torna Pasolini. La cosa bella è che molti
dei suoi messaggi, dei suoi materiali, delle sue parole li rivediamo oggi
proprio grazie alla televisione. Ritroviamo «». Il fatto è che la modernità è
spossante. Una sfida continua. In Italia poi è arrivata così all’improvviso. Lo
spavento c’è stato, i danni sul territorio anche, basta guardare le nostre
coste, le nostre periferie. Pasolini è stato un profeta della scomparsa del
mondo contadino, del j’accuse, dell’abiura, dell’io so ma non ho le
prove. Non esistono – spiegava - equivalenze o analogie con il resto del mondo
capitalistico, questo perché «nessun Paese ha posseduto come il nostro una tale
quantità di culture “particolari e reali”, una tale quantità di “piccole
patrie”, una tale quantità di mondi dialettali: nessun Paese, dico, in cui poi
si sia avuto un così travolgente “sviluppo”. Negli altri grandi Paesi c’erano
già state in precedenza imponenti “acculturazioni”: a cui l’ultima e definitiva,
quella del consumo, si sovrappone con una certa logica. Anche gli Stati Uniti
sono culturalmente enormemente compositi (sottoproletariati venuti a
concentrarsi caoticamente da tutto il mondo), ma in senso verticale e, come
dire, molecolare: non in senso così perfettamente geopolitico come in Italia».
E alla fine ha vinto Pasolini. Ha avuto ragione anche quando aveva torto. Così
viene facile arrendersi al “sapere nostalgico”,
pensare che tutto quello che è avvenuto nella magica cornice delle età passate
ha valore, mentre il presente è sinonimo di corruzione. Alle forze della
modernità che spingono va opposto il modello puro e innocente del passato
incorrotto. Questa visione, in genere, rischia di fare un po’ di danni. Non ci
permette di ragionare (ed esaminare) le condizioni di partenza: come si fa,
infatti, a contestare un modello ideale? Quindi facciamo fatica a immaginare (e
provare a regolare) quello che fisiologicamente si muove. Questo sapere
nostalgico tuttavia ha il pregio di piacere al grande pubblico: il dolce paese
che non dico, diceva Gozzano. Paese mio che stai sulla collina, cantavano i
Ricchi e poveri al Festival. Italia scomparsa, dicono gli editorialisti pensosi
sui giornali. Allora sì che il mondo aveva un sapore. Non come questa modernità
insapore, insalubre, stressante, omologante.
Tutto l’attuale Strapaese è, magari
inconsapevolmente, innanzitutto pasoliniano. Perché Pasolini, innamorato del
sottoproletariato borgataro e del mondo contadino che aveva in testa e che gli
sembrava il tempio della premodernità antifascista, sognava nelle lucciole il
ritorno a una società superata ma migliore. Una lucciola come quelle che
sicuramente anche Celentano, cantore pop dello Strapaese, vedeva nella sua via
Gluck, e non è un caso se Pasolini lo ha incontrato un paio di volte e avrebbe
voluto girarci un film su quella casa in mezzo al verde scomparsa.
Una lucciola come l’idea che la realtà dissolta possa avere ragione del mondo
moderno.
Il Paese rurale, in bianco e nero, l’utopia
nostalgica resisterà ancora per anni, in televisione, nell’Intervallo.
Che dovrebbe essere una pausa, una toppa tra i programmi. Ma era come un’ipnosi.
«Il ponte a schiera d'asino di Apecchio, la valle di Visso sparsa di case
chiare. San Genesio, Gratteri, Pozza di Fassa. Le facciate di Sutri, la fontana
bianca di Matelica. Una decina di secondi a cartolina, poi la dissolvenza e una
nuova cartolina. L’eterna Italia rurale e pastorale tirata su con le pietre
grigie tagliate a mano, fatta di muri a secco ricamati dall'edera e dal muschio,
abitata solo dagli osci e dagli etruschi, semplice, contadina, i morti che
riposano nei cimiteri di paese, la ghiaia sul fondo tra le tombe, gli
scricchiolii e l’odore dei gladioli, tra la ghiaia e le bacche dei cipressi, il
cielo limpido, le rose. Fantasmi del paesaggio, circonvenzioni della percezione
nazionale. Il pittoresco, il locale, il premoderno, il genuino. La bella Italia
semianalfabeta che per decenza ignora la grammatica. Fino a un anno fa c'era
anche Carosello, la radiografia della gioia. È rimasto l’Intervallo,
la giostra lenta dell'oblio, un presepe fabbricato dalla televisione».
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