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» utopie di strapaese
Lo Strapaese
al governo
Luca Di Ciaccio
estratti dal capitolo 4,
tesi di laurea "Utopie di Strapaese -
Urbanizzazione e potere da Littoria a Milano Due passando per
Disneyland",
SdC La Sapienza Roma, 2010
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«le culture
della piazza – che sono anche quelle del libro e dei conflitti fisici,
dell’autorità e del popolo, della religione e dell’arte – non hanno mai cessato
di resistere alle culture dei media».
Le mura delle città e delle case si fanno limiti valicabili attraverso i viaggi
concessi dalle nuove dimore mediatiche. In fondo, le origini della televisione,
prima dei colori, prima del bianco e nero, erano già inscritte nella storia
della metropoli ottocentesca, dei suoi linguaggi, del suo “vissuto”. Basta
citare Simmel: «La base psicologica su cui si erge il tipo delle individualità
metropolitane è l’intensificazione della vita nervosa, che è prodotta dal rapido
e ininterrotto avvicendarsi di impressioni esteriori e interiori».
Difatti, nella seconda metà del Novecento, lo schermo televisivo si salda
direttamente all’immaginario collettivo nel momento in cui si apre allo
«spettacolo del consumo».
Come avevano fatto le Grandi Esposizioni Universali nell’Ottocento, la
televisione mette in vetrina costumi, merci e sogni collettivi, consente
all’uomo qualunque di sapere tutto di tutti, di vivere «oltre il senso del
luogo».
Così, nell’eterno Strapaese italiano, si può ragionevolmente arrivare ad
affermare che «la vera esperienza metropolitana, in Italia, l’immaginario
collettivo la consuma e produce attraverso la televisione».
In tutto ciò serviva qualcuno che facesse saltare le vecchie serrature. Per
questo Berlusconi, emerso tra strati sociali resi già omogenei dalla sensibilità
televisiva, è apparso – già parecchio tempo prima della sua formale entrata in
politica – un “liberatore” per alcuni e un “invasore” per altri. Anche perché
«ha fatto da catalizzatore di una socializzazione incompiuta, di un processo di
modernizzazione che in Italia non ha reso possibile il trapasso da una società
pre-televisiva a una società televisiva».
Cosa c’è quindi di urbano nella televisione e
nella cultura di massa che presumibilmente ha veicolato? La questione è
complicata. Naturalmente la cultura di massa è sempre stata in un certo senso
moderna, e le città italiane hanno man mano costituito dei centri naturali di
industrializzazione, consumo e modernità. Tuttavia il mosaico urbano e il
mutevole panorama cittadino non si riflettevano nelle prime emissioni
televisive, nel castigato bianco e nero della prima Rai di Stato, che invece si
limitava a programmi educativi, rappresentazioni teatrali, telequiz girati negli
studi o in provincia. Quella provincia che – territorialmente, e non solo –
costituiva (e costituisce) buona parte del Paese. L’elemento “urbano” che stiamo
cercando era un’entità molto più effimera, più ideologica che concreta, più
mitica che reale. I “tipici valori urbani” menzionati da John Foot
rispecchiavano il cambiamento di ideali introdotto dal boom economico del
secondo dopoguerra, ma in modo appena percettibile. Legando lo sviluppo dei
media a quello della formazione delle “comunità immaginate” nazionali. Più tardi
la tv privata, la tv di Berlusconi, è stata “americana” in un modo molto più
evidente di prima. In un crogiolo di eccessi urbani, glamour e consumismo, fece
della “modernità” una virtù.
Una modernità, però, sempre ancora a valori e decori tradizionali, a
rassicuranti ancoraggi paesani, come l’ossimoro delle “case di campagna in
città” di Milano Due ci insegna. Una convivenza tutta italiana di ipermodernità
e nostalgia.
Così non si può sottovalutare Milano Due, ennesima
incarnazione, perfino gradevole e riuscita, dello Strapaese italiano, pure nella
sua versione americaneggiante. Forse, come ha scritto recentemente L’Unità,
«bisognerebbe scomodare il Gran Lombardo, la Brianza trascolorata del Maradogal
– provincia sudamericana creata, tra barocco e grottesco, dalla penna
dell’ingegner Carlo Emilio Gadda – per comprendere il successo di Milano Due.
Sopra le villette, l’aspirazione alla tranquillità, sotto “l’orrido garbuglio”,
i pasticci, la solitudine dell’hidalgo-ingegnere Putibutirro».
Assistiamo, per dirla con Silverstone, alla «suburbanizzazione della sfera
pubblica», una dimensione che mette in gioco molto ambiti: la sfera politica, la
sfera collettiva, i mezzi di comunicazione, lo stile di vita. L’ambiente del
suburbio «mette in luce la qualità peculiare della cultura moderna negando la
tradizionale differenza tra natura e cultura, fondendole». E la televisione,
sempre lei, si adatta perfettamente alla realtà suburbana. Fino alla politica:
«la politica nei sobborghi, e dei sobborghi, è ancora prevalentemente una
politica casalinga di interessi privati, conformismo ed esclusione condotta
all’interno di strutture politiche che sono, in genere, scarsamente riconosciute
e tantomeno contestate».
Non a caso il successo edilizio di Milano Due non è centrato tanto sullo
scenario metropolitano bensì su quello suburbano. Ha ragione il sociologo Aldo
Bonomi quando dice che l’anima di Berlusconi, ora che è diventato leader dello
schieramento politico di centrodestra e capo del governo, va ricercata in quella
“città infinita” del Settentrione, rappresentata dal territorio lombardo e
oltre, dove il modello è il capannone, la casa con giardino e garage e
l’immancabile nanetto di Biancaneve. «Basta aver percorso l’autostrada
Torino-Trieste per capire i punti di riferimento dei nuovi soggetti. Il
paesaggio è dato dai capannoni attorniati da villette con i nanetti nel giardino
e la Bmw nel garage sotto casa. Questo è il modello. Il vero simbolo del
berlusconismo non è la televisione, ma è il capannone e la villetta con i
nanetti nel giardino. Ecco l’anima profonda del berlusconismo».
Come sosteneva Tommaso Labranca in un suo volumetto di qualche anno fa
sull’estetica del pecoreccio italiano, «non possiamo non dirci brianzoli»,
perché la Brianza è prima di tutto un luogo dell’anima, ebbene, forse parte di
questa «comunità immaginaria brianzola» si è formata grazie (anche) a Berlusconi
e al suo “corpo elettronico”, tradizionale e moderno al tempo stesso.
«Agli architetti italiani dell’epoca non piaceva –
ha spiegato, intervistato dall’Unità, Fulvio Irace, storico
dell’architettura al Politecnico di Milano – quell’idea neoconservatrice di
anti-città. I laghetti, la chiesa, il centro sportivo, la selezione forte dei
gruppi sociali e non la condivisione che si crea in un quartiere urbano». È
l’ideale del sobborgo americano dove il capofamiglia la sera si rifugia e,
chiudendo la porta, si lascia alle spalle lo stress, il traffico, ma anche la
vitalità, i rumori, le attività del mondo urbano. E trova la moglie ad
aspettarlo, con i bambini stanchi ma felici. L’idea di Milano Due e Milano Tre è
esattamente la stessa, secondo Irace, «solo che Berlusconi la interpreta a un
livello più popolare, ma progettata da buoni architetti».
Un’incarnazione, tra tante, del sogno borghese. Ma pure un’espressione azzeccata
della mutazione dei tempi, della capacità di sentire l’aria che tira. Quando
alcuni ricercatori dell’università di Los Angeles iniziarono nell’anno 1968 ad
intervistare le matricole, gli studenti indicarono l’«acquisire una filosofia di
vita» come la priorità numero uno della propria istruzione, mentre «ottenere un
buon posto di lavoro e fare soldi» si trova sul fondo della classifica. Nei
venticinque anni seguenti quei valori furono letteralmente invertiti: «fare
soldi» schizzò in vetta e «acquisire una filosofia di vita» sprofondò negli
abissi della classifica. Inoltre i ricercatori furono sorpresi dalla scoperta di
una forte correlazione tra la quantità di televisione che gli studenti
guardavano e l’espressione di priorità materialistiche.
Un errore da evitare nell’avvicinarsi a Milano Due
è quello di considerare Silvio Berlusconi e il quartiere da lui costruito come
due sinonimi. Una trappola in cui cade sia la letteratura di segno beatificante,
come certi opuscoli elettorali o biografie accomodanti, sia la letteratura di
segno decisamente opposto, che riduce il tutto a una «scandalosa speculazione
finanziaria» di un «palazzinaro coperto da prestanome e coi capitali di anonime
finanziarie svizzere».
La questione è più banale e più complicata al tempo stesso.
Certamente c’è qualcosa che richiama l’ideologia
politica del berlusconismo, ma anche del leghismo degli ultimi anni.
Innanzitutto il non vergognarsi più del proprio decoro borghese, il non
dissimulare più quel sentimento di diffidenza che fa alzare gli steccati.
Riemerge così la dicotomia tra fuori e dentro, tra amici e nemici. Come nel
discorso politico: da una parte si propone l’immagine di una società omogenea,
coesa, sostanzialmente pacificata, dove non esistono conflitti né di classe né
di interessi, con una sfera pubblico-sociale anestetizzata; dall’altro lato si
propaganda una visione della politica come combattimento contro estranei o
nemici, come energia che emana da un popolo in rapporto diretto col suo leader,
senza intrusioni di poteri terzi.
Ma non basta. Certamente c’è il collegamento complesso con la retorica
anti-urbana e le creazioni di città e borghi nel ventennio fascista, in un
contesto del tutto diverso ma con la simile ambizione di voler assecondare la
propaganda e plasmare nuovi soggetti sociali attraverso la creazione di un
territorio. Volendo azzardare un parallelo: lì uno Stato che si fa Impresa, qui
un’Impresa che si fa Stato. Forse riassumibile nell’opinione che «a differenza
di Mussolini, Berlusconi non ha mai preteso di trasformare gli italiani, lui ha
aderito agli italiani, e aderendo a noi ci ha cambiati più di quanto abbia
potuto l’indottrinamento del regime».
Ma ancora non basta. Certamente c’è il cerchio del pensiero antiurbano che
sempre avvolge l’Italia, l’idea di base di un ritorno alla cultura campagnola e
contadina, il rilancio del genius loci, insomma lo Strapaese riveduto e
corretto che, paradossalmente, unisce l’estetica berlusconiana di Milano Due con
la retorica di regime dei borghi dell’Agro Pontino, con il padano premoderno
Celentano cresciuto nella via Gluck, con l’abuso del ruralismo populista e
decadente di Pasolini. È tanto, ma non abbastanza. Perché alla fine anche Milano
Due è un pezzo di città, che riflette solo in parte le logiche di chi l’ha
promossa e finisce per portare le tracce di una stratificazione complessa di
culture, aspirazioni, vissuti.
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