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» utopie di strapaese
Strapaese 2.0
Luca Di Ciaccio
estratti dal capitolo 5,
tesi di laurea "Utopie di Strapaese -
Urbanizzazione e potere da Littoria a Milano Due passando per
Disneyland",
SdC La Sapienza Roma, 2010
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Non è facile accorgersi di quanto cambi il mondo
attorno a noi, in poco tempo. Non il grande mondo, il pianeta coi suoi destini.
Ma il piccolo mondo che crediamo di conoscere, il territorio che ci circonda, la
nostra città, il paese, il quartiere, le case e le strade vicino casa. Mi è
capitato recentemente di viaggiare in auto nelle aree policentriche e
pedemontane, nel centronord padano e inquieto, disseminato di fabbrichette e
piccoli paesi. Ho visto anche io molti dei cartelli che fiancheggiano le strade
annunciare che lì vicino sta sorgendo, oppure è già sorto, un nuovo insediamento
abitativo, un Villaggio Margherita oppure Quadrifoglio, un Quartiere Europa o
Miramonti. Il resto della descrizione era identica a quella che, con occhio più
esperto del mio, aveva tracciato il sociologo Ilvo Diamanti in una delle sue
“mappe”. «Tanti insediamenti grandi o piccoli, disseminati di palazzi, villette
a schiera, appartamenti di varia metratura, garage interrati. Intorno: prati un
po’ esangui, strade e rotonde. Rotonde, rotonde e ancora rotonde. Magari una
pista ciclabile. Al centro una piazza – veramente finta – attrezzata con
panchine e magari un prato. Perlopiù ridotta a parcheggio, dove i bambini non
giocano e gli adulti non si fermano a parlare. Accanto: altri quartieri e altri
villaggi nuovi. Sorgono senza seri progetti di integrazione, socializzazione.
Senza politiche finalizzate a costruire relazioni sociali, oltre agli immobili.
Né ad alimentare la vita pubblica, oltre alla rendita privata. Località
artificiali, dove confluiscono migliaia e migliaia di persone. Migliaia e
migliaia di estranei. Di stranieri, di immigrati: anche se sono veneti,
lombardi, marchigiani. “Italiani veri”: da generazioni e generazioni. Ma in
realtà: apolidi. Abitanti del Villaggio Margherita o del Condominio Europa». È
così – conclude Diamanti – che siamo diventati «un paese di stranieri, individui
poveri di relazioni, sempre più soli e impauriti, che passano la gran parte del
loro tempo in casa, con scarsi ed episodici contatti con il mondo circostante».
D’altronde tutto ha un prezzo, e non si può
pretendere di conquistare il benessere senza rinunciare a qualcosa. Può essere
un pezzo di paesaggio, un frammento di ambiente, un metro di territorio, un po’
d’aria, un angolo di orizzonte. E via così, una cerchia di relazioni personali e
sociali, una scheggia di vita quotidiana, un pezzo di innocenza politica, un
mattone di qualche utopia crollata. Non per questo è il caso di tornare a
replicare quella famosa e nostalgica ballata di Celentano sul ragazzo della via
Gluck.
Le cose cambiano. Anche in una società immobile (e
tendente all’immobiliare) come quella italiana. Un Paese dove la casa,
possibilmente di proprietà, suddivisa per ogni famiglia, «è una vocazione
nazionale». È interessante verificarlo con alcuni dati. Negli ultimi due
decenni, e soprattutto negli ultimi anni, il processo immobiliare sul territorio
italiano ha assunto un’accentuata velocità e un’estensione di forte impatto.
Secondo dati Eurostat rielaborati dal Politecnico di Milano, le costruzioni in
Italia hanno sottratto all’agricoltura circa 2.800.000 ettari di suolo. Ogni
anno si consumano 100.000 ettari di campagna. D’altra parte l’Italia è anche il
primo paese d’Europa per disponibilità di abitazioni: ci sono circa 26 milioni
di abitazioni (di cui il 20% non occupate), corrispondenti a un valore medio di
2 vani a persona. Ragionando sui dati Eurostat di Germania e Francia, pure
questi presi dall’analisi di Diamanti, emerge che negli anni Novanta l’Italia ha
urbanizzato un’area più che doppia di suolo rispetto alla Germania (1,2 milioni
di ettari) e addirittura 4 volte quello della Francia (0,7 milioni di ettari).
Circa 10 milioni di stanze sono state tirate su fra il 1995 e il 2006, dice
l’Istat, da sommare a capannoni industriali, altre iniziative produttive,
infrastrutture.
Soltanto dal 2003 al 2008 sono state costruite circa 1.600.000 abitazioni, oltre
il 10% delle quali abusive. Per contro, è noto che, da vent’anni, la popolazione
in Italia non solo non è cresciuta ma è calata sensibilmente. E solo negli
ultimi anni ha dato segni di ripresa, grazie all’apporto degli immigrati.
Persone che tuttavia, in questa fase, non hanno la minima possibilità di accesso
alle case che si costruiscono. Insomma, il nostro Paese si è ulteriormente
urbanizzato «in modo ampio, rapido, violento».
Ancora una volta, come s’era detto negli anni del boom, siamo al devastante
motto del «più case si fanno più ce ne vogliono». Non c’è, infatti,
corrispondenza con la domanda immobiliare, poiché nel frattempo di edilizia
popolare o a prezzi contenuti, per esempio, se ne è fatta pochissima. Ci sono
ragioni che solo in parte si possono ricondurre a una “domanda sociale”, dovuta
alla smania italiana di investire “nel mattone” e comprare case di proprietà per
i figli. In molti comunque ci hanno guadagnato: gli immobiliaristi, le banche,
il circuito finanziario che ha materializzato nell’edilizia i flussi di denaro
facendo da traino per la crescita economica, fino a che la “bolla” non è esplosa
con l’arrivo della crisi, gli enti locali che si sono finanziati in “autonomia”
grazie a tasse sugli immobili e oneri sulle licenze urbanistiche, impresari,
proprietari di terreni, fino a una manodopera sfruttatissima e malpagata su cui
hanno contato molti immigrati di basso ceto. In tutto questo, però, tanto si è
perduto e consumato: il territorio, l’ambiente, con l’arrivo della crisi anche
lo sviluppo e i risparmi, più a lungo termine i legami di comunità, i luoghi e i
rapporti sociali.
Allo Strapaese si unisce un timore di rimanere
letteralmente senza paese. Da un lato è vero che rispetto alle linee di tendenza
dello sviluppo urbano globale, almeno fino ad oggi, in Italia alcuni fenomeni di
mutamento appaiono relativamente attenuati. Nonostante i problemi esistenti,
nelle nostre città non vi è nulla di paragonabile rispetto a quanto è possibile
trovare in altri contesti. Ciò si spiega con vari fattori, che comunque non
hanno reso immune il “Bel Paese” da scempi e devastazioni sul suo territorio. In
primo luogo, l’Italia dispone di un sistema urbano che ha la doppia
caratteristica di essere molto antico ed estremamente ramificato. La presenza di
numerose piccole e piccolissime cittadine ha protetto il territorio dalla
formazione di conurbazioni sterminate, come quelle che si trovano nel Sud del
mondo ma anche negli Stati Uniti. Molte città qui considerate medio-grandi
andrebbero considerate ormai medio-piccole in uno scenario globale. Inoltre esse
sono collocate in scenari in contesti regionali molto articolati e gelosi delle
proprie prerogative rispetto all’estensione dei capoluoghi. Semmai si vanno
diffondendo conglomerati regionali, come nel caso di Milano e della Lombardia ma
anche nell’area napoletana o nella zona attorno a Venezia. In secondo luogo,
l’Italia dispone di una ricca tradizione in termini di radicamento culturale,
socialità diffusa, infrastrutture istituzionali. «Un paese di compaesani» come
lo ha definito, con una formula felice, il sociologo Paolo Segatti.
Una grande miniera di culture locali, reticoli associativi e relazionali. Rimane
forse come unico sfregio a questo panorama quello di certi quartieroni
periferici “alieni” costruiti negli anni Settanta, usando pratiche
architettoniche mutuate da altre culture. In terzo luogo, bisogna tenere conto
del processo di periferizzazione del nostro Paese rispetto alle dinamiche più
centrali e veloci del nostro tempo. L’Italia insomma rimane indietro, cresce a
ritmi meno veloci, impantana perfino la sua qualità della vita. Tante ragioni
per descrivere il peso di quella che è l’altra faccia della medaglia, forse
ormai predominante, e cioè una “inadeguatezza localistica” del nostro Paese.
Come spiega Mauro Magatti, «in un tempo che abbiamo visto essere segnato dalla
mobilità e della comunicazione, l’Italia resta un Paese dove ci si muove troppo
poco, ci si confronta troppo poco, dove il grado di integrazione culturale è
ancora molto basso, dove si tende a proteggere gli interessi locali già
costituiti».
Osservando tutto da un altro versante, compresi i
processi sociali e i cambiamenti degli ultimi vent’anni, è inutile però fare
finta di niente. Ciò che è successo in primo luogo in Italia è che il sentire
sociale, i sentimenti prima ancora degli interessi, ha visssuto “l’esperienza
dell’apocalisse culturale”. Come spiegò l’antropologo De Martino l’apocalisse
culturale si esperisce nel momento in cui viene meno “l’abituale”. Sono venuti
meno, nell’ambito di una transizione accelerata, vari elementi prima abituali:
la fabbrica, ovvero il luogo di lavoro dove si tessevano relazioni sociali; il
paese o il quartiere, dove si esprimeva una certa forma di abitare e di
socializzare. È venuta meno la dimensione comunitaria, in cui fondamentalmente
vivere in quel paese significava avere come punti di riferimento il sindaco, il
maresciallo dei carabinieri, la maestra elementare, il direttore della banca
eccetera: simboli di una comunità locale nella quale appariva piacevole
rinchiudersi e vivere. Un modello idealtipico di riferimento, non esente da
distorsioni e violenze al suo interno. Eppure, in questo vuoto è facile capire
che le uniche passioni di mobilitazione diventano quelle dell’interesse e del
benessere.
Con una definizione di semplice e definitiva
eleganza, citata più volte dall’opinionista dell’Espresso Edmondo Berselli, il
filosofo Carlo Galli ha concluso che la comunità si è trasformata in una gamma
di immense platee televisive «implose nella privacy». In queste poche parole c’è
una sentenza di condanna a tutta una condizione amorfa della società di oggi,
italiana in particolare. Anziché una collettività strutturata, ecco «una
moltitudine dispersa, che si addensa negli appartamenti della sottoborghesia, un
formicolio umano visibile nei condomini popolari, una “nuova classe” priva di
connotati, che trova come unico metro di giudizio gli standard televisivi e lo
stile da sfoggiare in studio, coi consumi materiali e immaginari secondo i
parametri di reddito che sono concessi».
Quel che è certo è che la città del Ventesimo
secolo è stata la più formidabile opera di riscrittura del territorio da quando
esiste la civiltà occidentale. Oggi la città contemporanea sembra assumere
sempre più le caratteristiche di città infinita, dove si intersecano culture
tradizionali in cerca di sopravvivenza, non luoghi dell’ipermodernità, centri
commerciali, grandi hub di scambio di reti globali. Mentre la città medievale e
moderna i confini li erigeva tra sé e l’esterno, tra centro e periferia, ora
l’espansione urbana illimitata moltiplica divisioni e barriere culturali ed
economiche all’interno della città stessa. Da luogo dell’utopia che si
organizzava in grandi partiti o movimenti di trasformazione, la città diviene
ora luogo di un’eterotopia negativa, composta da una convivenza forzata tra
pezzi tra loro isolati, non dotati di rappresentanza e di rappresentazione.
Tutto ciò acquista una particolare singolarità
all’interno della nostra vicenda nazionale. Come abbiamo visto, all’Italia è
mancata la vita vissuta della metropoli, è mancata la storia della metropoli. La
modernità italiana, anche per questo fattore, ha una rilevanza sghemba,
periferica rispetto al resto del villaggio globale, senza la capacità di
raggiungere gli stessi vertici, le stesse pienezze. Per questi stessi motivi la
nostra storia ha cercato e trovato le sue funzioni compensative, le sue
peculiarità immaginarie, i suoi strapaesi in cui rifugiarsi di fronte a una
modernità che però non è mai arrivata davvero. Inevitabilmente, anche l’idea
della periferia, del suburbano, risente di questa assai povera esperienza della
metropoli. Almeno fino a quando, negli anni Ottanta, tale esperienza è stata
diffusa in modo anomalo, caotico, postmoderno dalla proliferazione di spazi di
consumo televisivi diffusi dal sistema misto pubblico-privato. La periferia si è
rivalutata come audience. Come ha affermato autorevolmente Alberto Abruzzese,
«ben prima di leggerlo sui libri di sociologia stranieri importati e tradotti da
noi, bisognava capirlo sin da allora che, in quel sopravvenuto consumo intensivo
di vita privata e insieme di vita sociale, la sfera pubblica si sarebbe
rarefatta in vuoti e resistenze, effervescenze e eccessi, ma anche in detriti e
massi erratici». Insomma, l’Italia si è ritrovata a vivere una dimensione
post-urbana, post-metropolitana e post-nazionale senza avere avuto né una
metropoli, né davvero una nazione, né un sistema urbano effettivamente moderno.
Riuscendo a costruirsi, semmai, solo un comunitarismo nostalgico, il ricordo di
uno Strapaese mai effettivamente accertato ma sicuramente rimpianto. Così, anche
a causa di qualche eccessivo innamoramento verso le visioni pasoliniane, oggi
tocca fare i conti con un’Italia di mezzo, un paese banale, forse normale, a suo
modo autentico, ma che comunque va preso come interlocutore per voler imbastire
finalmente un discorso sul futuro (che sia, questo, di natura politica o sociale
o culturale). Un’Italia dei figli e nipoti di quei contadini o borgatari di cui
parlava Pasolini o alcune vecchie ricerche sociologiche, senza un casale del
mulino bianco sullo sfondo, magari ora in fila verso l’outlet insieme a tutti
gli altri.
Non si può capire lo Strapaese degli anni Duemila
senza prendere atto di questo spaesamento. Al giro di boa delle nuove epoche,
l’idea di base che ritorna è sempre quella di un vagheggiato ritorno alla
cultura campagnola e nostalgica, al rilancio del genius loci, ai sapori
di una volta contro gli intrugli confusi della modernità. Ogni Paese del mondo
ha il suo Strapaese, si può dire, e per esempio gli Stati Uniti conservano il
mito delle vecchie Main Street e delle quiete communities anni Cinquanta, e lo
fanno rivivere artificialmente nelle loro Levittown o Celebration o Disneyland.
Ma solo in Italia lo Strapaese può essere evocato, da movimento letterario e
reazionario di nicchia di inizio Novecento quale era, come estetica dominante
quale è diventato, filo rosso che collega punti ed esperienze diverse della
recente storia nazionale, nelle sue espressioni urbane e politiche. C’è lo
Strapaese nella retorica contadinista di Mussolini e nella sua utopia impaludata
dell’Agro Pontino. C’è nel popolo decadente descritto da Pasolini, avanti e
indietro nelle periferie moderne nostalgiche della campagna. C’è nella cultura
pop massimamente cantata da Celentano, nel fulcro di ambientalismo e
incompetenza che era la ballata della via Gluck. C’è nella fascinazione
pubblicitaria della famiglia unita col casale e i campi di grano sullo sfondo,
il Mulino Bianco e il “ritorno alla natura”. C’è nell’estetica del Berlusconi
costruttore edile e urbanista, il creatore di Milano Due, poi importatore del
sogno televisivo suburbano di origine americana, perfettamente riadattato al
provincialismo italico. Come ha notato polemicamente il giornalista Francesco
Merlo c’è lo Strapaese anche nella ruralità identitaria leghista, ultima e unica
forza politica veramente radicata sul territorio, nelle piccole comunità
no-future, negli intellettuali che disprezzano gli architetti e non vogliono i
grattacieli, nel pittoresco meridionale, nell’ambientalismo reazionario, nei
tribuni populisti che galleggiano nel malumore e riempiono le piazze, nella
saccente e intraprendente retorica dello Slow Food.
«Insomma, lo Strapaese di Maccari dispiegato a destra e a sinistra, ma con la
stessa deprecatio temporum di allora, forse più moralista ancora». Al
fondo c’è un’idea falsificata, mitizzata, del passato, del “vecchio mondo”
agricolo e operaio, di un albero degli zoccoli più che altro fantasticato. Il
tutto per evitare di elaborare un piano strategico per il presente, di
affrontare il Paese maggioritario e forse banale con cui abbiamo a che fare, che
dietro i rimpianti per “il gusto pieno della vita” – come diceva un vecchio spot
pubblicitario – usa (e abusa di) tutti i prodotti della modernità. Che si
ritrova, nonostante tutto, con quartieri finti, piazze vuote e outlet pieni.
Quella di oggi è una forma tutta moderna di
Strapaese, dove il cosiddetto “neopopulismo” si colloca come fenomeno della
modernità, come esito del confronto tra identità locali e globalizzazione, senza
cadere nei cliché del passato. Se ripercorriamo le tappe delle piccole grandi
utopie urbane dell’ultimo secolo italiano troviamo puntualmente una
corrispondenza tra fenomeni urbani e fenomeni sociopolitici. Lo abbiamo visto, e
scritto: l’Agro Pontino e gli sventramenti romani stanno al regime fascista come
i gloriosi Piani Ina Casa stanno alla nascita del dominio democristiano; il
decadentismo dei ragazzi di borgata di Pasolini sta al filone anti-moderno di
certa sinistra italiana come l’agiata e televisiva Milano Due sta alla fioritura
del berlusconismo. Su tutto ciò si può adattare la coperta culturale dello
Strapaese, giacché il concetto di comunità cui fare riferimento si rivela infine
come un simulacro, un’invenzione di tradizioni.
L’intuizione politica di questi ultimi anni è
stata proprio comprendere che il vuoto determinato dalla fine delle appartenenze
del Novecento potesse essere colmato con il pieno dell’identità territoriale.
È quello che negli ultimi quindici anni, in Italia, è riuscito all’asse politico
dominante Lega-Forza Italia. Non è un caso un’operazione epocale del genere
potesse essere perseguita solo da un soggetto che fosse stato in grado di
cavalcare il mutamento della tecnica avvenuto negli ultimi anni. Il grande
passaggio dal fordismo al postfordismo, dalla catena di montaggio alla
virtualità della tv e poi di internet. Come ha ben spiegato il sociologo Aldo
Bonomi nella sua inchiesta sul “malessere del Nord”, Berlusconi, nato come
imprenditore edile, ben conosce quelli cui vendeva le villette con giardino a
Milano Due, segno e simbolo di un’emancipazione dal condominio e dal quartiere
fatto di operai e impiegati. Quello con cui abbiamo a che fare, più che un
problema di strapotere televisivo, è un problema di sapere sociale,
territoriale, anche se oggi tutto sembra pura virtualità dell’apparire.
Radici e cause di questo fenomeno stanno nei
cambiamenti del tessuto economico iniziati fin dagli anni Ottanta, nella
terziarizzazione accelerata, nel manifestarsi della perdita di egemonia della
vecchia “classe operaia”, nella crisi che investiva il tessuto di artigiani e
piccole imprese, in molti casi schiacciate dalla nuova concorrenza globale,
dell’Est Europa e della Cina. Nel conseguente profilarsi di un nuovo idolo,
quello di un individualismo proprietario, essenzialmente antisociale. Inoltre
radici e cause vanno cercate anche nell’esplosione dei flussi immigratori verso
il nostro Paese, non sempre facili da gestire nel giro di pochi anni, il più
delle volte gli stessi che avevano avuto modo di allenarsi alla nostra esibita
ricchezza, grazie alle loro antenne paraboliche puntate verso di noi dall’altra
parte del Mediterraneo. A tutto ciò, a migliaia di soggetti “spaesati”,
“orfani”, “stressati” – per usare le definizioni di Bonomi – bisognava dare una
risposta, anche se apparentemente di basso profilo. «Uno ha detto loro: “Vi do
io quello che manca, l’identità, e il vostro riscatto inizierà sottolineando che
siete lombardi”. È una risposta brutale, ma attraverso questo tipo di strategia
è stato dato un “paese” a tanti spaesati. Berlusconi invece ha dato una “casa” a
molti “sfollati”. La casa non è altro che l’ipermercato o il capannone».
Non è un caso se la fase iniziale del
berlusconismo si rivolgeva alla moltitudine scomposta con un messaggio
apparentemente liberista, americaneggiante, con il culto della ricchezza e un
retroterra edonistico. Mentre la fase finale, attualmente vissuta, rinfrancata
da una nuova intesa col movimento leghista e da ripetuti successi elettorali,
punta decisamente a un neocomunitarismo conservatore, identitario, vagamente
compassionevole, tradizionalmente cattolico. Due facce della stessa medaglia.
Come Milano Due, che mi è sembrata al contempo il paradiso degli yuppie e il
rifugio dei borghesi spaventati. D’altronde è stato uno dei sociologi più
richiamati del decennio, Zigmunt Bauman, a spiegare che un possibile sbocco
della “modernità liquida” è proprio il “ritorno alla comunità”, intesa come
espressione della domanda insoddisfatta di identità e di senso. Nel momento in
cui scricchiola il progetto della modernità societaria, il richiamo alla
comunità può offrire una nuova leva per la produzione di significati.
Comunità contro società? Basta un niente, pare, e ci ritroviamo a centovent’anni
fa, oppure all’inizio di questa tesi.
Tutto ciò avviene perché i processi materiali,
come direbbe il vecchio Marx, vanno in questa direzione. La forma del produrre
ci restituisce un sistema in cui siamo tutti messi a lavorare in forme e
modalità individuali, in una logica di velocità diffusa sul territorio: è il
grande modello della fabbrica territoriale moderna e della città infinita.
Da un lato persiste ovunque il vecchio antagonismo tra città e campagna, cioè
tra modernità e arcaismo, innovazione e tradizione, un confronto antico quanto
la civiltà, specie in un Paese come l’Italia, la cui cultura europea e
metropolitana è recente e fragile, e le cui radici rurali e
cattolico-tradizionali sono ancora profonde. Dall’altro lato il confronto
globale cui assistiamo, urbanamente e socialmente, è un altro. E ci porta a un
punto di non ritorno. Mandando in soffitta la città così come l’abbiamo
conosciuta. È la battaglia tra spazi pubblici e spazi privati. Lo spazio urbano,
infatti, è una metafora straordinaria della società. E in questa società
opulenta e sempre più diseguale, lo spazio contemporaneo, così come si sta
definendo, ha sempre più l’aspetto di una «successione indistinta di enclaves
chiuse, l’una contro l’altra armate».
Dalla villetta suburbana al quartiere chiuso, dal centro commerciale al parco a
tema, dal villaggio vacanza al parco per l’infanzia. Gli spazi collettivi
pubblici, invece, sono sempre più abbandonati, privi di senso, sempre più – loro
sì, per davvero – non luoghi. Piazze, slarghi, giardini pubblici sono lasciati
agli immigrati, agli emarginati, ai “non desiderabili”. Lo spazio latore di
senso non è più quello pubblico, lo sta diventando semmai quello privato. Gli
spazi collettivi che siamo disposti ad accettare sono quelli “sicuri”, con una
selezione all’ingresso, con un controllo all’interno. Perché vogliamo difendere
ciò che ci appartiene. Perché temiamo il contagio.
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