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Campanile o underground.
Ma le telestreet, che fine hanno fatto?
Luca Di Ciaccio
tmo watch,
6 dicembre 2005
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Le fasi di passaggio
richiedono l’estensione di bilanci trasparenti di quel che si è fatto e di
quel che si poteva fare e, ove necessario, la formulazione di una
ponderata autocritica. Oppure, per dirla con le poche ma efficaci parole
di Enea Discepoli da Senigallia, sulla mailing list del circuito
Telestreet: “compagni, dove cazzo siete?”. Forse tre anni di televisioni
di strada, spuntate come funghi qua e là per l’Italia, molte ricadute nel
silenzio, un paio ancora sequestrate e sotto inchiesta, non sono passati
invano. Poco tempo fa, in un convengo sulla libertà di stampa
all’università Roma Tre, dove nemmeno un rappresentante delle poche
telestreet superstiti riuscì a proferir parola, Sabina Guzzanti lanciò un
monito: “Dobbiamo riprenderci il servizio pubblico, la Rai, sennò facciamo
la fine delle telestreet”.
Eppure anche le televisioni di strada, nel loro essere piccole e
periferiche e volere rimanere orgogliosamente tali, hanno rappresentato un
pezzo della scoperta di “partecipazione” tanto diffusa negli ultimi anni.
E che sempre più contrasta con le chiusure di una politica che si perde
nella sue stesse formule e si parla addosso, come in un angusto reality
show condannato a ripetersi sempre uguale, di quelli un po’ sbracati che
vanno tanto di moda (guardacaso) oggi in tv. “Una notte che non ha i tempi
di una legislatura”, come scrisse Ambrogio Vitali nell’ultimo
comunicato a nome delle Telestreet, ma probabilmente di più, “una
mutazione antropologica”. Le telestreet hanno fatto parte in questi anni
di una propensione all’impegno pubblico che si allarga sempre di più, e
alla maniera della Rete, senza un centro, senza un vertice strutturato. I
comitati locali, il volontariato, i blog, le imminenti piccole internet-tv
fai-da-te, la gente in coda alle primarie, le manifestazioni per la pace,
le iniziative di protesta, il mediattivismo. Un nuovo clima sociale, che
sempre più spesso cerca nella riscoperta del “locale” una risposta alla
crisi e alla confusione del “globale”. In un certo senso quelli che hanno
fatto telestreet, con più o meno successo a seconda dei casi, hanno
espresso un sintomo di partecipazione con un mezzo già vecchio, e magari
presto troveranno nuove strade. È anche vero che in tutti i Paesi la tv è
un mezzo rilevante, ma che solo in Italia coincide con la vita, gli
affari, la politica e tutto il resto. Così come in altri paesi le micro-tv
sono tutelate e regolamentate in maniera diversa, mentre da noi nessuno
tra le file del centrosinistra che si prepara a governare il Paese dopo i
cinque anni di lunapark berlusconiano sembra ancora avere idee chiare sul
fenomeno. L’impressione che fa da sfondo – dopo tre anni e mezzo di
osservazione del fenomeno e una tesi – è che il tema della libertà di
espressione e dell’allargamento dei contenuti si pone in tv, ma poi lo si
risolve con migliore efficacia altrove, tra la gente, in strada, comunque
in altri luoghi.
Ma, al dunque, “dove cazzo siete, dove cazzo siamo?”, noialtri delle
televisioni di strada, “una, cento, mille”, quelli che “quando Davide
arriva, Golia ha i giorni contati”? Per Claudio di Teledico, nel Chianti:
“Alle prese con i problemi di sempre, semplice. Anzi diciamo che le cose
col tempo si complicano, le persone diminuiscono, il segnale continua a
non arrivare alle case, c'è sempre meno tempo per produrre qualcosa,
insomma in uno dei bassi che capitano di tanto in tanto... speriamo
comunque di risorgere”. “Ehi! A Savona stiamo... si sta zitti se non si fa
un cazzo, la provincia vive alti e bassi!”, scrivono quelli di
Telefermento. “Non essendo - per noi - la telestreet un lavoro, non la si
fa tutti i giorni ma solo quando ci sono le energie. E in ‘sto periodo di
energie ce n'è poche. Siamo pochi, non c'è ricambio, lo spazio che usavamo
ci va stretto, ma che vuoi, prima di pensare a nuovi progetti di tv di
strada bisogna ricompattarsi un minimo”. La gloriosa livornese TiltTv
invece “è morta, uccisa sia dal digitale terrestre che occupa tutte le
frequenze che dalla voglia di fare qualcosa di utile oltre che di
simbolico” e ora un po’ di loro si sono “riciclati” e hanno messo sù un
bel blogghino da “agitatori culturali” che si chiama Mob-Com. Alcuni loro
video vanno sempre a finire sul prezioso ngvision.org. “Ti dirò,
l'esperienza di tilttv c'è servita soprattutto a capire che senza
contenuti hai voglia di avere strumenti, non hai impatto”. E il
trasmettitore? “Speriamo di rivenderlo in Italia, o in Guatemala, dove
abbiamo aperto un percorso del genere”. InsuTv di Napoli invece è viva e
lotta insieme a noi, racconta Sandro: “ci siamo trasferiti a Officina 99,
che già ospita un hacklab, una radio pirata e una sala prove. Ovviamente
stiamo cablando tutto per funzionare ensemble. Sabato c'è stata la festa
del raccolto ed abbiamo sperimentato questa miscela!”. Nel frattempo
scovano nuove frequenze, vincono premi per il loro software autoprodotto
di gestione del palinsesto, vanno ospiti sul canale RaiNews24. Pure
Teleimmagini di Bologna vive, “anche se il collettivo di Teleimmagginoidi
è sparso per il mondo, la tv continua a trasmettere indisturbata su uhf 71
alla Bolognina”. Gli studenti di UniversyTv, all’ateneo di Roma Tre, ora
hanno un’aula tutta per loro e addirittura un computer per chiunque voglia
montare, “non siamo morti, stiamo crescendo”. L’avvocato Carlo Gubitosa
dice di continuare a ricevere sul cellulare “nei giorni pari telefonate di
gente che vuole aprire una telestreet, nei giorni dispari telefonate di
gente a cui l’emittente è stata sequestrata”. Alla fine, come scrive Enea,
“la determinazione e la tenacia prima o poi danno i loro frutti”. Disco
Volante di Senigallia, per esempio: “Non è questione di calore, è
questione di strategie, di guardare oltre. Disco Volante potrebbe non
trasmettere più e farsi sentire ed ascoltare ancora questo perché è
ormai nelle menti e nei cuori... per questo riceviamo consensi, proposte
di testare canali del digitale terrestre, progetti di collaborazione con
le scuole. Perché abbiamo messo l’anima in quello che facevamo, perché
abbiamo giocato ‘seriamente’. Poi posso sentirmi solo ma non per questo mi
fermo, posso avere delle difficoltà ma trovo le soluzioni con la
competenza. Ero un analfabeta informatico, ora non lo sono più, attorno a
noi si è creato interesse non perché siamo handicappati (mi ci metto anche
io) ma perché facciamo televisione, informazione, stiamo tra la gente, non
siamo sboroni intellettuali, siamo insomma tosti”. I fondatori bolognesi,
invece, quelli di Orfeo Tv nata in un solstizio d’estate di pochi anni fa,
ancora si vedono, tengono contatti, ritirano premi, progettano cose, e
forse ogni tanto tentano di raddrizzare l’antenna e trasmettere. A Gaeta
il brigante Ciano e i suoi orlandones ormai pare che non li fermi più
nessuno, qualcuno osa perfino dire che si siano un po’ montati la testa,
tuttavia il loro è stato un indiscutibile esempio riuscito, finanche coi
cittadini che vanno alla posta e li finanziano in conto corrente. Nina
Mair, videomaker del canale satelittare franco-tedesco Arte, sta passando
questi giorni proprio tra Gaeta, Senigallia e Bologna, per imbastire un
servizio su questo strano fenomeno che sono le telestreet, tra il
campanile e l’underground. Scrive Franco Simone della telestreet di Bari,
che non ha trovato una terrazza ospitale e ora si è rifugiata sul web: “I
rischi sono tanti, cari amici: il rischio che la cosa vi piaccia, il
rischio di alimentare un'altra voce di libera espressione, il rischio di
dare voce alle comunità locali, il rischio di partecipare, il rischio di
crescere rischiando in proprio”. E finché qualcuno penserà che certi
rischi vale ancora la pena correrli ci sarà, se non una scalcagnata
telestreet, perlomeno un po’ di speranza.
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