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TMO Pride:

Ciano jr ultimo eroe della diretta,

"noi nati liberi"

 

 

Luca Di Ciaccio

tmo watch,

7 febbraio 2005

 

 

 

 

 

Può darsi che a furia di sdoganamenti intellettuali e discriminazioni in consiglio comunale gli orlandones si siano definitivamente convinti a essere fieri di se stessi e sbandierare tutto il loro orgoglio. Può darsi che si stiano attrezzando per il martirio politico mentre la famosa “concorrenza paesana” per ora tace, maligna qualcuno. Comunque, dalle parti della telestreet gaetana è l’ora del TMO Pride. L’ultimo spot autopromozionale, in onda da alcune settimane, è quanto mai emblematico: l’immagine del pianeta terra visto dal cosmo, musica e scene riprese pari pari da “2001 Odissea nello spazio”, e un solo slogan scandito con solennità, “Noi siamo nati liberi”. Il ritrovato orgoglio orlandones affonda le radici nella stagione delle lotte intestine e dei sabotaggi esterni, nel sostegno popolare a mezzo raccolta fondi, in quel mese di blackout tecnico in cui tanta gente lamentava di sentirne la mancanza, nell’offensiva di una nuova emittente che ora – ironia della sorte – si ritrova coinquilina dello stesso palo tra la boscaglia di Monte Orlando da cui si irradiano i segnali nell’etere. La TMO nell’era dell’orgoglio può rivendicare allo stesso tempo di essere comunitaria e battagliera, illegale ma riconosciuta, richiamare la neutralità e lo spirito di servizio con cui trasmette i consigli comunali e allo stesso tempo praticare la sana impertinenza verso il potere, definire “fasciste” le leggi del governo Berlusconi e apostrofare il sindaco Magliozzi che non si presenta allo spinoso faccia a faccia col capogruppo dell’opposizione sul piano urbanistico come uno studente che marina la scuola, “ma prima o poi i compiti in classe debbono farli tutti”.

 

Altro giro, altra tappa, per la telestreet gaetana. Due anni fa stavamo tutti col Masaniello dell’etere Antonio Ciano, pionieristico primattore di un sabba televisivo che non si sapeva bene dove volesse andare a parare, col suo meridionalismo semi-nostalgico e semi-furbesco, il suo carisma disordinato, l’inclinazione a diffidare dei poteri forti e la presunzione nell’assecondarli in diretta. Durò quel che durò, e ancora gli siamo debitori e affezionati. Esplosero gli scandali, in modi diversi scoppiò l’equilibrismo dei moderatori alla Lord Brengola e scoppiò l’irriverenza intellettual-situazionista alla D’Arienzo e collettivo Kitab. In qualche modo, il cuore di TMO ha continuato a battere. Oggi non possiamo non seguire il cambio generazionale, l’eterno scontro tra padri e figli, perché è proprio il figlio (molto diessino, e per niente borbonico) del Masaniello dell’etere, Damiano Ciano, a prendere le redini di TMO e in particolare di quella che è (nel bene e nel male) la sua massima espressione televisiva: le dirette. Ciano junior si è rivelato esperto nell’applicare il pragmatismo politico alle ambiguità del mediattivismo paesano: preciso e opportunista nell’uso del linguaggio, fazioso per ammissione ma attento a non approfittarne. Uno per cui l’ospite è sacro sì, ma va pure interrotto. Uno con l’aria da “a me non mi fai fesso” che a volte diventa saccenteria. Se gli scappa il predicozzo (e gli scappa) se la prende meno coi Savoia ma più con Berlusconi. Anche il padre Antonio era allegramente consapevole del potere dell’arma televisiva che lui aveva innescato, ma su questo punto il figlio Damiano appare assai più sgamato e calcolatore. Se il padre affascinava con comizi avvincenti, il figlio sapientemente maneggia la tecnica della freddezza. Certo, diciamoci la verità: è evidente che, tra gli orlandones, Antonio Ciano rimane il più figo. Ma forse non c’erano altre strade per TMO: il crescente professionismo non va da nessuna parte se non lo si riempie di un’anima, di una mission. Anche di orgoglio, appunto. E essere un “servizio per tutti” non può implicare l’utopia dannosa di “piacere a tutti”. Domande che ritornano. Sono eroi quelli di TMO? Sono resistenti del regime mediatico? Sono cinica gente di televisione? Sono opportunisti? Le cose cambiano, e in questi anni occorre dire che non sono state tutte rose e fiori. Il vero motivo per cui oggi non possiamo non stare con Damiano Ciano è che lui si è impuntato, ha fatto il suo programma, ha indicato la strada.

 

Il suo manifesto, quello che TMO dovrebbe finalmente avere il coraggio di scrivere e sottoscrivere, Damiano Ciano lo ha declamato – a braccio – nel finale della diretta dello scorso venerdì. «Noi abbiamo le spalle larghe, e una ragione c’è: non vogliamo essere una tv come le altre, siamo una tv di strada e gli spettatori debbono capirlo, ci siamo sempre adoperati affinché si capisse che lavoriamo nell’ottica di fornire un servizio alla città». E ancora: «Noi siamo nati liberi, come dice il nostro spot. Con TMO voi sapete cosa avviene in città, senza TMO voi molte cose non potreste saperle. Non bisogna mai dare per scontato la nostra esistenza: perché oggi ci sono persone che con il lavoro di TMO sono più controllate, e il controllo di chi esercita il potere è una forma di democrazia compiuta». La coscienza di sé, dal locale al globale: «Qualcuno vuole dividere il mondo in bene e il male, ma è lo stesso qualcuno che approva leggi per impedire la libera espressione dei cittadini in questo Paese. TMO è nata per rompere questo monopolio. Molti ci chiedono: perché non mandate pubblicità? Perché non vi sostenete con degli spot? Perché noi vogliamo essere liberi. Noi abbiamo finora dimostrato che è possibile fare televisione liberamente, nonostante le leggi fasciste del governo Berlusconi». La presa di posizione sul mezzo televisivo: «Il primo obiettivo deve essere quello di non credere a tutto ciò che dice la televisione. La tv non dice sempre la verità, è anche bugia. Ci sono molte notizie, molti aspetti della realtà, dalla guerra all’economia alla storia, che non riescono a passare e a cui noi vorremmo dare spazio, perché ognuno possa formarsi in maniera autonoma la sua opinione». La mission e i pericoli, se non si chiama regime è comunque una gran brutta roba: «Non date per scontato che domattina noi ci saremo. Ci sono persone che tutto questo non lo vogliono. Che vogliono che i cittadini non siano completamente informati. Diventa rischioso anche venire in tv, esprimere pubblicamente le proprie opinioni». Tutto questo è stato detto, senza sconti e senza troppi accenti comizieschi. E non c’è dubbio che non farà piacere a molti.

 

La deriva “santoriana” di TMO – intravista nelle ultime dirette – rischia di offrire il braccio alle critiche peggiori, ma è pure vero che la faziosità di questi tempi è una risorsa, è il capitale vivo dei fatti risuscitati all’informazione, quando non scade in isteria e non diventa veleno. Certo, è vero che oggi gli orlandones rischiano di cadere nella superbia, di sentirsi sopra la destra e sopra la sinistra, unici portatori di una politica dei bisogni reali e dell’impegno coraggioso, i soli autorizzati all’uso della passione intellettuale. Tuttavia qualcuno spieghi ai politici arrabbiati che, come scrisse una volta Francesco Merlo, “non c'è informazione senza faziosità: i fatti sono intrisi di teorie e non esistono in sé, il giornalismo è la vetrina dei fatti, e chi espone i fatti non può non essere fazioso. Nessuno può fare a meno della faziosità, perché l'oggettività è solo di Dio”.

 

Non siamo sicuri che ci piaccia del tutto l’era del TMO Pride. Ma resta vero che stiamo tutti con Damiano Ciano oggi. Ci stiamo in quanto attratti dalle volpi della politica. Ci stiamo perché ci stanno a cuore le masse. Ci stiamo perché, come si dice, il padre ha viaggiato sulla ruota, ma il figlio potrebbe inventare la slitta. E infine perché per una tv corsara e di paese come TMO vale la pena di esistere come un’agorà di vita e di politica, e non ridursi a finire come “un tinello per anime stanche”.