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Il caso Submission: ma ora salviamo TMO dallo scontro di civiltà

 

 

Luca Di Ciaccio

tmo watch,

13 maggio 2005

 

 

 

Sappiamo tutti che il tabaccaio meridionalista e fondatore di TMO Antonio Ciano è sempre stato un uomo libero, a costo di risultare tanto intemerato quanto incatalogabile, sappiamo tutti che non ha bisogno di lezioni di coraggio colui che, piaccia o no, rappresenta l’unico antidoto alla pigra sonnolenza della scena locale. E davvero lo avremmo veramente stimato se a chi gli proponeva di trasmettere i dodici minuti di “Submission”, le sane “blasfemie” islamiche che costarono la vita al regista Theo Van Gogh, avesse risposto, papale papale: “Spiacente, questa non è faccenda per me”. Invece il Masaniello dell’etere Ciano ha fatto il contrario, ed è ricorso nella più banale delle ingenuità, quella del dire e disdire: prima, senza tanto pensarci su, ha dato la propria completa disponibilità a mandare in onda il film, ottenendo una raffica di annunci e di clamore, e poi è stato costretto a fare marcia indietro, sollecitato dai suoi stessi colleghi orlandones, o addirittura intimorito da minacce fanatiche, come qualcuno già azzarda a dire. Come se non bastasse, la redazione di TMO, nel comunicare la scelta (saggia) di rinviare un’eventuale trasmissione del film a una futura decisione collegiale, ha finito per scegliere la più maldestra delle giustificazioni: Ciano aveva inteso di trasmettere Mission, un bellissimo film con Robert De Niro sulla prima repubblica comunista fatta dai gesuiti in Uruguay nel 1600, mica Submission sulle violenze alla donne in nome dell’Islam, cosa c’entra Submission, chi l’ha mai messo quel Sub? Pare di vederli, col Morandini in mano a sfornare quella che di tutte le giustificazioni addotte da mezzo mondo per far capire (a ragione o no) che di trasmettere quel filmaccio bollente non è il caso, è la più involontariamente comica, la più perfettamente pataccara.

 

Tuttavia, a pensarci bene, la domanda è tutt’altro che peregrina, e ci conduce alla vera questione filosofica del dì. Cosa c’entra Submission con TMO? Tutto infatti ci immaginavamo da quel laboratorio alchemico e televisivo che è diventata la landa gaetana ai tempi della telestreet, tranne di ritrovarci il Masaniello dell’etere e compagni nel bel mezzo dello scontro di civiltà. Insomma, troppa grazia nel trasformare i pur simpatici amici di TMO Gaeta nell’ultimo baluardo dell’illuminismo occidentale. Probabile che avessimo esagerato anche noi, anche il sottoscritto, nel ridurre un caso serissimo come quello di Submission nel frullatore delle polemiche superficiali e del chiacchiericcio di paese. Allo stesso modo (ma questo l’avevamo detto) in cui risulterebbe solo inutile o dannosa una scelta frettolosa e non ponderata di trasmettere il film, senza avvertire un dibattito, senza premunirsi sulle intenzioni, magari solo per solleticare l’uzzolo di anticipare la Rai. Ieri sera proprio il produttore del film (che ne detiene i diritti a norma di legge e ha deciso di ritirare la pellicola dalla circolazione), intervistato da Masotti su Rai2 (poco prima che andasse in onda un montaggio di 5 minuti del film, seguito da un dibattito purtroppo scadente, dominato dalle demagogie leghiste), ha ribadito che «se si trasmette Submission o parti di esso in maniera fine a se stessa, senza stimolare un dibattito, si compie solo un’operazione spettacolare sulla morte del regista». È importante che se ne parli senza timori insomma, prima ancora che aggrapparsi all’ansia  quasi morbosa di scoprirne i fotogrammi.

 

Comunque la si pensi, noi solidarizziamo con Antonio Ciano (già ribattezzato, da un utente di telefree.it, Thonio Van Cianogh), vera o no che sia la “fatwa” emanata contro di lui, vere o no che siano le voci di inquietanti “Allah akbar” ricevuti per via telefonica. Comunque siano andati i fatti, ci sembrano ingiuste le accuse di pavidità nei suoi confronti, come a ricordargli ancora una volta di essere il fiero erede di greci e di briganti, non di coniglietti. Non ci sembra un’idea azzeccata nemmeno spostare il discorso (e travisare il nostro iniziale appello) nei termini di “o trasmettete il film o non avete le cosiddette palle”: sia perché non si tratta di una sfida spaccona, sia perché il ricatto potrebbe sempre essere rivoltato contro. TMO non ha bisogno di lezioni di coraggio perdipiù su un tema che in effetti può risultare più grande e più gravoso delle sue stesse capacità, e ha fatto bene Damiano Ciano a ricordare, con fredda lucidità, tutte le volte in cui gli orlandones hanno dimostrato il loro “coraggio” su ben altre cose concrete, a sfidare l’apatia del paesone gaetano.

 

Tuttavia, rimane il rammarico per un film come Submission, di fatto oscurato da una censura imposta a fil di coltello dal fanatismo religioso. Checché se ne dica non si tratta di un filmetto propagandistico contro l’Islam, buono solo per rinvigorire qualche novello crociato o provocare animi già surriscaldati. Invece Submission racconta l’incubo vero di una donna somala umiliata e picchiata dal marito, lo fa con toni forti ma non compiaciuti, non mette alla berlina una religione ma ricorda a tutti il valore unico della dignità umana. Certo, è pure vero che non si può chiedere a nessuno di mettersi in posa da eroe, dove più che il coraggio entra in gioco il buonsenso. «Amiamo tutti la libertà di espressione, ma quando una proiezione può mettere a repentaglio la sicurezza di chi l'ha prodotto e del pubblico, allora io credo che questa sia una priorità da rispettare, perché ci sono cose ancora più importanti del sacrosanto diritto di espressione» ha detto tempo fa Irene Bignardi, direttore artistico del festival di Locarno dove pure si era proposto di ospitare la pellicola.