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Digitale terrestre,
il ritorno di Tmo
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
14 marzo 2010
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Ancora Tmo? Ma non dovevamo vederci più? Invece
rieccola lì, la vecchia telestreet gaetana che ormai telestreet non è più.
Rispunta come l’araba fenice tra i mille canali del digitale terrestre, compare
con una schermata inaspettata e perentoria, ci dice di risintonizzare subito il
nostro nuovo decoder per vederla (ma se la vediamo già che dobbiamo
risintonizzare ancora? e se uno non la vedesse come farebbe a sapere che deve
risintonizzarsi?). E rieccoli anche gli orlandones, di nuovo ringalluzziti,
compaesani normali che a un certo punto hanno scoperto l’incantesimo della tv e
non ne sono più venuti fuori. Riecco Damiano Ciano, il figlio del brigante
fondatore Antonio che sempre più gli assomiglia, il padre scopre la sua vena
riformista da assessore comunale e il figlio disegna rivoluzioni in aria dal
bancone del tabacchi sulla piazza, il genitore si lancia su Youtube e su
Facebook e il rampollo si intestardisce dietro le antenne di Monte Orlando, il
vecchio se la prende sempre coi Savoia e il giovane si sfoga contro il
presidente della Repubblica. Ma davvero non basta McLuhan e non basta Edipo, e
nemmeno qualsiasi azzeccagarbugli di provincia, per spiegare la storia ormai
decennale di Tele Monte Orlando, l’emittente più amata e più odiata del paesone
gaetano, su cui pure sono stati scritti documentari e tesi di laurea, blog e
denunce.
“Non guardare la tv, falla” era scritto su
un muro del centro di Bologna nell’ormai lontano 2002, e qualcuno cominciò a
farla davvero. La storia televisiva italiana racconta che i primi furono quelli
di via Orfeo, sotto le Due Torri, che presero un’antenna, salirono sui tetti e
dal cono d’ombra del canale 51 lasciato libero da Mtv diedero inizio alle
trasmissioni. Furono loro, i bolognesi, a dare il via un movimento di
mediattivisti che prese il nome di “telestreet” e che registrò una notevole ed
effimera espansione in quei primi anni zero. Un movimento che indubbiamente
aveva anche un forte timbro politico: contro lo strapotere televisivo
berlusconiano, contro le censure, in una sorta di “disobbedienza civile”. Ma
prima di loro, in quei mesi di contatti e preparativi, ci furono i gaetani.
Allora bastava appena un trasmettitore,
un’antenna, un mixer, un monitor, e fu così che la notte di Natale del 2001, dal
tinello di casa Ciano, partì il segnale di Tmo Gaeta. Tv di strada le
chiamarono, un po’ perché bastava poco per farle e un po’ per il loro ruolo di
“altoparlante” delle esigenze del quartiere. Infatti il raggio d’azione della
maggiorparte di quelle emittenti non andava oltre l’ampiezza di un piccolo
quartiere. Tutto dipendeva dalla posizione dell’antenna, dalle frequenze libere,
dalla potenza dell’amplificatore, dalla scelta o no di usare un ripetitore del
segnale. Quelli di Gaeta furono abbastanza bravi e riuscirono a coprire quasi
tutta la città e i suoi ventimila abitanti.
E furono
otto anni di riprese, otto anni di storie. Interessanti per chi,
come il sottoscritto, li ha studiati da fuori e, per un certo periodo, anche
visti da vicino. Consigli comunali, processioni, partite di calcio, dirette,
faccia a faccia politici, eventi culturali in biblioteca, lezioni di storia
borbonica in cucina, scenografie da tv di stato sovietica, facce da provincia
indomita. Otto anni in equilibrio su quella linea sottile che separa la legalità
dall’illegalità, o meglio quelli che una concessione ce l’hanno da quelli che
non ce l’hanno. Sopravvivendo senza finanziamenti e pubblicità, grazie al
volontariato e a un conto corrente pubblico. Tmo, nei suoi primi anni di vita,
riuscì a risvegliare l’apatica vita gaetana, a creare un esaltante senso di
comunità. È singolare: molti scoprirono di esistere soltanto rivedendosi in
video. Poi qualcosa andò storto. Non è facile essere il fenomeno del paese senza
sfuggire alle invidie o senza montarsi la testa. Gli orlandones cominciarono a
lanciare grida d’allarme e proclami di martirio con tale frequenza da far venire
in mente certi grandi magazzini di periferia che ogni sei mesi annunciano a
caratteri cubitali una “svendita totale per fallimento” salvo poi riaprire
sempre lì, sempre uguali. Soprattutto non c’è dubbio che per Tmo, o almeno per
il modo in cui Tmo era vista dalla cittadinanza gaetana, le cose cambiarono
quando ci si buttò in politica. Il suo fondatore si candidò alle comunali, un
suo parente si candidò sindaco, altri due parenti candidati consiglieri, e tutti
dalla stessa parte. Vinsero.
Gli orlandones non nascosero, prima e dopo il
voto, le loro univoche simpatie.
Non importa pensare a come sarebbero cambiate le
cose con altri risultati elettorali, non serve considerare giusta o sbagliata la
parte con cui ci si schierò, non conta ricordare che Tmo continuò a dare spazio
a tutti abbastanza equamente a differenza di altre estemporanee emittenti
paesane che certi del centrodestra tirarono sù (e altrettanto velocemente
smontarono) per farsi fare un po’ di propaganda. Il punto è che non era quella
la Tmo che la città voleva. Il gruppo storico degli orlandones preferì non
capire, rinchiudersi nel fortino assediato, rimandare a manetta le immagini del
film “300” e della battaglia degli spartani. Non avevano tutti i torti, ma
sbagliarono. Come è stato scritto, “chi ha le televisioni non dovrebbe scendere
in politica e chi scende in politica non dovrebbe avere televisioni, piccole o
grandi che siano” ma questa è un’altra storia.
Oggi le vecchie antenne
non servono più, i conflitti d’interesse berlusconiani sono sempre vivi e
vegeti, i computer e le connessioni internet rendono più facile farsi una tv in
casa senza passare dal televisore. Il bisogno, per tutti, è però sempre uguale,
lo stesse delle vecchie telestreet: rompere il monopolio della tv generalista e
raccontarsi. Come dice lo scrittore Fulvio Abbate, che la sua tv se l’è fatta su
internet: “Regalare a se stessi una vera emittente,
in tempi di orrore mediatico, povertà di idee, ma anche censura esplicita,
dichiarata, ringhiosa, e non meno implicita nel suo cinismo, è il massimo della
soddisfazione umana. È un atto rivoluzionario”.
Secondo una ricerca di Altra Tv il vero fenomeno in continua
crescita è oggi quello delle web tv: da quelle individuali a quelle realizzate
da comunità specifiche, fino a quelle di denuncia o di inchiesta sociale. “Tutte
sono fortemente identitarie, devono esserlo, per far sì che utente e comunità vi
si riconoscano” osserva Carlo Freccero, direttore di Rai4 e grande mente
televisiva, lo stesso che anni fa definì proprio Tmo come “una tv metà locale
metà situazionista”. La trasmissione via web d’altronde era una delle ipotesi
messe in campo lo scorso autunno quando il cosiddetto “switch-off”, il passaggio
definitivo dalle trasmissioni analogiche a quelle su digitale terrestre, oscurò
per l’ultima volta – sembrava definitiva – Tmo. Ma loro, gente pratica, lo hanno
capito subito: Tmo è un tv paesana e popolare, accesa dalle vecchiette dei
vicoli e dalla gente prima di andare al lavoro o la sera a cena, senza bisogno
di connessioni e provider, la microwebtv invece è un’altra cosa, una nicchia
purtroppo più elitaria e avanzata.
Ma sedersi al tavolo delle
grandi holding oligopolistiche dell’informazione, mettere mano all’offerta è
difficile se non si hanno ingenti mezzi, grossi capitali o se non si è il
presidente del consiglio. Non a caso oggi, nel 2010, tutte le vecchie telestreet
o sono scomparse o sono passate armi e bagagli su internet o si sono riciclate
nelle videoproduzioni, documentari e fiction, da provare a piazzare sul mercato
televisivo. I napoletani di Insu Tv, nei giorni scorsi, hanno provato a
rilanciare in un convegno “l’assalto al cielo” televisivo,
proponendo la creazione di un canale tematico dal basso, no profit e aperto alla
comunità ovviamente locale. Una strada tutta in salita, però. Difficile non
ricordare come, in questi anni, ogni minima proposta per introdurre forme di tv
comunitaria e partecipativa nel nostro Paese, come avviene in molti altri Paesi
d’Europa e del mondo, sia rimasta lettera morta.
Tmo invece rieccola lì, pure sul digitale
terrestre. Con un guizzo di creatività, qualche compromesso e un paio di
sostanziosi assegni sono riusciti a ottenere una frequenza tutta propria, nel
bouquet digitale dei loro ex nemici del gruppo Europa Tv, che prima rubarono la
frequenza degli orlandones e poi scesero a patti in Tribunale. Primum vivere,
insomma, come insegnano tutte le vecchie glorie televisive. Durerà? Gli
orlandones assicurano di sì. E raccontano che ora dovranno darsi da fare: il
loro segnale coprirà non più solo Gaeta ma una buona fetta della provincia di
Latina, torneranno a trasmettere 24 ore su 24, potranno organizzare una legale
raccolta pubblicitaria. C’è da sperare che il ritorno “in regola” di Tmo, non
più telestreet, sia uno stimolo a riaprirsi alla città e a nuove forze, a
riequilibrare la sua missione senza perdere in genuinità. Ad abbandonare lo
spirito di fazione e recuperare quello comunitario. Tmo è il cuore
pulsante di questa città, è la sua finestra sul mondo e soprattutto sul cortile
di casa. Se una cosa ci hanno insegnato tutti questi anni di blog, microtv,
personal media è che uno su mille ce la fa, beati quelli tra gli altri 999 che
si accontentano del piccolo valore che riescono a realizzare in termini di
autostima e consapevolezza di se stessi. Poi, per sognare un Paese di centinaia
di web tv in grado di svuotare di senso la tv ufficiale (magari…) c’è sempre
tempo a disposizione. |