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Recensione. E' uscito il libro "Telestreet". Tra ciberpunk, situazionisti e meridionalisti post-pci.

 

 

Luca Di Ciaccio

tmowatch,

17 novembre 2003

 

 

 

La bibliografia del fenomeno tv di strada è stata, finora, piuttosto risicata. La causa sta probabilmente nella stessa natura del fenomeno: troppo recente e frammentato, in un certo senso ancora imprendibile. Negli ultimi giorni è uscito il libro “Telestreet – Macchina immaginativa non omologata”, di Franco Berardi, Marco Jacquemet, Giancarlo Vitali (Baldini Castoldi Dalai editore). Nelle 240 pagine del libro c’è la storia squilibrata del sistema televisivo italiano fino all’inedita e inquietante telecrazia berlusconiana, le tappe del mediattivismo dal Settantasette e da Radio Alice fino al G8 di Genova, a Indymedia e ai quattro amici al bar che – un giorno di due anni fa – decisero di mettere su una minuscola televisione di strada. Sembrerà un paradosso ma il libro “Telestreet” parla poco di telestreet vere e proprie, come magari uno si aspetterebbe: ci gira intorno, le prende da dietro, indaga nel retroterra. Più che l’eterogeneità del network, escono fuori le biografie (personali e politiche) degli autori. Ci sono le rivolte bolognesi del 77 e le prime radio libere, le letture di Baudrillard, Focault, Deleuze, Guattari, insomma tutto un background culturale da tenere a mente. Ma le tv di strada sono ancora molto di altro e di oltre.

«Le televisioni di strada sono animate da libertari e da cattolici, da democratici di sinistra e da vetero-comunisti, da dadaisti e da surrealisti, ricombinanti e ciberpunkisti. Nessuno chiede a nessuno la carta d'identità, qua dentro», scriveva pochi giorni fa Bifo Berardi sul forum del sito telestreet. Un elemento comune, e fuori da ogni dubbio, è la ripugnanza per la dittatura economica sull’informazione, insieme ai pochi fondamentali paletti del movimento: antirazzismo, antifascismo, antisessismo. Basta una veloce riflessione sull’attuale stato del sistema politico-pubblicitario-televisivo (tutt’uno) per rendersi conto della gravità della situazione e della necessità di agire, trovare linee di fuga, immettere virus nel sistema. «Vincente è inventare il nuovo, scovarlo, immaginarlo, a partire dal sociale, dal disperso, dal negato» come spiegava Michele Serra su Repubblica. Si spiega così il collante che tiene uniti – per fare un esempio – un manipolo di intellettuali tardo-situazionisti della sinistra bolognese con quel vigoroso meridionalista gaetano exPci di Antonio Ciano. Ciano, qui ribattezzato come Masaniello dell’etere, è presente nei ringraziamenti di apertura e, a pagina 177, si accenna che “in altre città già trasmettevano in maniera illegale alcune emittenti come Tele Monte Orlando, che da diversi anni è attiva dalle parti di Gaeta”. Grazie ai progressi della tecnologia sono completamente saltati quei filtri e quelle mediazioni invalicabili che ci separavano dall’accesso ai media, e al media-totem per eccellenza che è la televisione. Così oggi è possibile disvelare e diventare media, far scomparire la barriera tra emittenti e riceventi, e dunque rovesciare il tavolo della comunicazione di massa. Restituire la tv alla gente (si potrebbe dire “dal basso”, pure se il termine risulta inflazionato) può essere una mossa rivoluzionaria al giorno d’oggi, però senza il cinismo dei reality show fasulli che ci campano sopra. Il processo di riappropriazione dei media infatti implica per chi lo compie un processo formativo, uno slancio etico ed estetico, un’elaborazione del reale. Tutte cose scomparse dalla tv generalista odierna (e forse anche dal resto). I risultati possono essere creativi, d’avanguardia o anche genuinamente naif, ma quello che conta nel mondo della televisione liberata sono i concetti di connessione e proliferazione.

Nel libro si descrivono i movimenti giovanili del 77 come i primi a decifrare l’inizio dell’era postindustriale e ad impadronirsi dei codici della comunicazione. Si torna anche al confronto con l’autoritarismo del vecchio Pci che reagì con “ostilità” e “scelte conservatrici”, preferendo il consociativismo della tv pubblica alle istanze di liberalizzazione del sistema di comunicazione che finì poi per essere aggredito dagli squali privati (ovvero lo squalo Berlusconi). Pensate che, all’epoca, il nostro Ciano era nel teutonico apparato del Pci mentre Ambrogio Vitali e compagni scorazzavano per la sinistra libertaria di Bologna tra radio pirata e indiani metropolitani. Allora deve essere un segno dei tempi se oggi ce li ritroviamo insieme,uniti dalla stessa causa. Questo libro vi spiegherà la metamorfosi del Masaniello dell’etere: da vecchio gramsciano meridionalista nel Pci a mediattivista freak di TMO.