LUDIK

» tmowatch

 

 

La parabola di TMO e il declino delle rivoluzioni

 

 

Luca Di Ciaccio

tmo watch,

19 aprile 2004

 

 

È stato bello ma è finita? Insomma le rivoluzioni passano, o meglio se sopravvivono cambiano e si incanalano in nuove forme. Forse è quello che sta succedendo a Tele Monte Orlando, la telestreet (o come la volete chiamare) di Gaeta, forse la prima d’Italia. Solo pochi mesi fa TMO, e soprattutto il suo carismatico primattore Antonio Ciano (subito ribattezzato come Masaniello dell’etere), sembrava la strada giusta per togliere le castagne dal fuoco ad una tv ingessata e confusa, nonché ad un paesone di provincia ormai in crisi di identità e di coraggio. Pian piano s’è sfuocata, o meglio si è messa talmente a fuoco da slittare fatalmente dall’assurdo al conformismo.

 

TMO Gaeta è stata rivoluzionaria dal punto di vista dell’innovazione del linguaggio, della promozione di se stessa, della diffusione nel tessuto sociale. Nel ventre molle della popolazione spettatrice gaetana si è verificato un fenomeno che nessuna altra telestreet ha raggiunto: TMO ha creato un bisogno collettivo, lo stesso Ciano (da vecchio animale politico e eterno Peter Pan utopista) è stato parte in causa della “magia che si profonda dalla televisione”, trasferendo le vacue ciance dell’amministrazione e un certo guardonismo popolare dentro il calderone di un sabba politico in cui tutto occorre e da cui divenire dispensatore dell’Energia. Il fascino del fenomeno TMO, osservandolo passo passo e da vicino come fatto in questo anno, è proprio nell’essere magia e alchimia e al tempo stesso una cosa semplice e casareccia. Come dice Gabriele D’Arienzo ‘Kitab’ “TMO ha agito sul rapporto significante/significato degli spettatori gaetani”, ma ci si accorge subito che la telestreet gaetana non è più solo faccenda semiotica ma anche istituzionale, economica, sociale.

 

A noi piaceva quando su una frequenza di straforo nel mediascape convivevano disinvoltamente i consigli comunali e il lido Pataté, i reportages in soggettiva di Ciano e il professore sudato che spiegava la storia, la ricetta del polipetto e le inchieste su P2 e mistificazione del potere. Quando scopriva il gioco della tv e la finzione e l’approssimazione che la animano. Ma giocare centravanti non è facile. Tanto più quando si diventa la star della squadra del paese. Alla pratica mediattivista di TMO va riconosciuto di avere cambiato le cose, di avere spostato il piano della discussione, insomma di avere vinto. Ma ora siamo di fronte alla sua reiterazione, alla rivoluzione che ha perduto la forza dell’innovazione e che diventa quasi istituzionale e di maniera, in cerca di un mantenimento di se stessa, basato sulla riproposizione di meccanismi che rivoluzionari non sono più. Di fatto, a Gaeta la popolazione vuole e pretende TMO, in moltissimi la guardano, e sicuramente molte dinamiche ne sono state influite. Lo stesso Ciano se volesse tornare a candidarsi alle elezioni, come già tante volte fece nella sua intensa vita politica, ne dovrebbe tenere conto.

 

Oggi, nel movimento telestreet, rimangono aperte le tre questioni: organizzativa, legale, finanziaria. E TMO che è sempre stata più avanti, lo percepisce prima e ne accusa le doglie. A questo punto, è appena giusto e comprensibile che a TMO si faccia fronte alle spese crescenti, alle bollette da pagare, alle ambizioni di chi ci impiega il suo tempo. È appena giusto e comprensibile pensare a quali siano le forme organizzative più giuste e le forme più adatte per fare cassa. È appena giusto e comprensibile porsi il problema di fronte a chi vuole offrire soldi e contribuire economicamente. È appena giusto e comprensibile “mettere le barche all’asciutto” e pensare che – come insegna il cinismo gaetano – non si fa niente per senza niente. Attualmente all’interno di TMO si sta studiando la scorciatoia della legge Maccanico sulle “tv comunitarie”. La possibilità legale da parte di un'amministrazione comunale di installare un trasmettitore per ripetere il segnale di un'emittente che non si riceva bene sullo stesso territorio comunale e, questa è la cosa interessante, di riservarsi il diritto di trasmettere per un numero di ore al giorno una programmazione gestita dai cittadini residenti nel comune. Con questo metodo la toscana Peccioli Tv ha ottenuto recentemente l’autorizzazione ministeriale. Ciano, a nome di TMO, dice di essere pronto per compiere questo passo, mantenendo salda l’autonomia politica e culturale del gruppo. Ambrogio Vitali, tra i fondatori bolognesi di telestreet e redattore del progetto sulle Tv Comunitarie ad Accesso Pubblico, lo incoraggia. E persino il poco amato sindaco gaetano di Forza Italia si dice d’accordo. In ogni caso TMO pensa di mantenere una frequenza propriamente “di strada” e “illegale” per tenere viva la rivendicazione dell’etere come bene pubblico verso lo Stato.

 

Può darsi che, nel contesto della telestreet gaetana, sia un approdo ragionevole e inevitabile, opacizzato ma almeno protetto. Ma è legittimo chiedersi: cosa ne uscirà? Probabilmente così TMO – schiacciata tra il palinsesto di una tv campana e le tribune da contratto di servizio –  perderà la sua sovversiva imprevedibilità, i suoi bei tempi comici, la sua ironia casuale, le gag in cui inciampava e sublimava. Sarà insomma un ennesimo prodotto dell’espertocrazia (magari più protetto e popolare, più ‘dde sinistra con una vena di orgoglio paesano). Ricordate il “Volto nella Folla” di Elia Kazan? Un poveraccio, proprio per la sua normalità, diventa una stella della tv americana. Finché un giorno un microfono aperto per sbaglio informa il paese del suo acquisito cinismo. E per lui non c’è scampo. Dunque, è finita? Forse è già durato troppo? Arrivati dove siamo, col regime mediatico sempre vivo, la difficile misura sta nel non avere paura della contaminazione, raccogliere quello che di buono e di utile si è fatto, viverla come un cambiamento e una prosecuzione.