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Analisi del "caso Tmo".

Quelle firme che fanno rumore

 

Quasi un capitoletto aggiunto alla mia tesi sulla telestreet gaetana...

 

 

Luca Di Ciaccio

telefree.it,
27 agosto 2006

 

 

 

La voce si è diffusa tra le signore in pareo in riva al mare, tra gli avventori del bar sulla piazza del municipio, tra le vecchiette dei vicoli borbonici. La voce si è diffusa in fretta: lo hanno detto alla tivù. Hanno detto che bisogna salvare la tv. Anzi, “non una tv qualsiasi: la vostra tv”. Così, in questa estate di tempi incerti, piena di improvvisi sprazzi di luce e improvvisi temporali, sulla riviera gaetana, un piccolo gruppo di maliardi mediattivisti di provincia ha fatto il miracolo. Antonio Ciano, il tabaccaio mezzo comunista e mezzo borbonico che negli ultimi tre anni si è guadagnato l’appellativo di “Masaniello dell’etere”, quasi non credeva ai suoi occhi: “Porca miseria, qua stiamo facendo una rivoluzione”. Difatti: dove si era mai visto un intero paesone di mare, mobilitato in massa, con premura e finanche commozione, nel bel mezzo delle ferie estive, allo scopo di salvare un’emittente tv?

 

Non sarà proprio una rivoluzione, e forse nemmeno una tigre di carta, ma di sicuro il “caso Tele Monte Orlando” che ha smosso le cronache dell’estate gaetana duemilasei – nel suo piccolo – è una parabola istruttiva sulla televisione, sul potere, sulla creatività, sui bisogni umani. E sulla grande sfera mediatica nella quale tutti rotoliamo. Tutto inizia la sera di un giovedì di fine luglio quando gli orlandones, riuniti sugli schermi televisivi gaetani, lanciano un grido d’aiuto in diretta: un’ordinanza del Demanio (dallo zelo sospetto, secondo alcuni) ordina lo smantellamento della loro antenna. “Ci vogliono imbavagliare, stavolta potrebbero riuscirci”. Non c’è tempo da perdere, dicono. C’è una petizione da firmare, per difendere la tv di paese, finora mandata avanti grazie a un’associazione di volenterosi e a un conto corrente aperto al pubblico. La mattina dopo Antonio Ciano si sveglia, esce di casa, va ad aprire la sua tabaccheria in centro. Quello che lo attende davanti la saracinesca ancora chiusa del suo negozio lo lascia, per un attimo, senza parole. C’è un gruppetto di persone che lo aspetta, cerca proprio lui. “Allora Anto’, come possiamo fare per mettere ‘ste firme?”. Da quel momento in poi comincia una mobilitazione senza precedenti. Una roba che, come diranno non senza enfasi quelli di Tmo, finirà per “toccare l’anima di questa città”. Un’anima piuttosto telegenica, verrebbe da dire. In poche ore centinaia di cittadini, inattesi, accorrono a firmare la petizione “salva Tmo”. In molti si fanno carico di farla girare per la cittadina. Mille firme in un giorno, tremila in tre giorni. Anche dopo un’altra diretta, tesa e solenne, quella di martedì primo agosto, con gli orlandones che spengono il segnale e Ciano in lacrime che ringrazia i gaetani. Firme su firme. “Li vedevi tutti in fila, ordinati, col documento in mano, mi sembrava di stare alle Primarie” commenta Erasmo Lombardi, uno dei membri dell’emittente.

 

Le persone in fila per salvare la tv sono un popolo trasversale. Né troppo di destra né troppo di sinistra. Profondamente medio. Profondamente convinto che quella piccola tv sia qualcosa di piacevole da condividere, da guardare e in cui guardarsi, e guai a chi ce la leva. Ci hanno già tolto tanto quaggiù in provincia, quaggiù che eravamo un ducato e ora siamo un paesotto, dicono in molti, perché levarci pure questa tivù che parla di noi, che parla con noi? La tv fornisce una patente di esistenza. Ci sono tanti pensionati, tante famiglie di mezza età, qualche malato. In quegli stessi giorni anche la segreteria telefonica di Tmo si riempie di messaggi. Di incoraggiamento, di informazione, di sfottò. Ma tanti – “e certo non immaginavamo così tanti” mi dice uno degli orlandones – di solitudine. Davanti a uno schermo grigio come un muro. Le sere sedute in una cucina. Le ombre che passano di fuori. Arrivano perfino lettere come quella, struggente, del signor Renato, letta in diretta tv: “Chissà come mia moglie, morta quattro mesi fa, avrebbe preso la notizia della chiusura di Tmo. Per mia moglie Tmo è stata la medicina più preziosa. Quella che le permetteva di continuare a vivere nel suo paese, di riconoscere le persone amiche, di passeggiare solo con le immagini di un televisore nei luoghi della sua vita”. Come a voler illuminare col baluginare di uno schermo certi angoli più bui di un paese di mare. “Questa emittente – dice Ciano – ha dato alla città quell’anima che aveva perso”. Eppure, dov’è la gioia? Dove la grazia per queste esistenze senza una luce al di fuori di quella irradiata dal 21 pollici? Era nata quasi per gioco Tmo. Adesso è diventata una cosa seria. Una funzione primaria e civica, per chi la vede così come per chi la fa. Una situazione forse unica nel panorama mediatico italiano. In grado perfino, come ha detto Damiano Ciano, di “sfatare quei luoghi comuni sull'apatia e sul cinismo della popolazione gaetana”. Questi gaetani che non si riusciva a mobilitarli nemmeno quando, pochi anni fa, mancava l’acqua nelle case, in piena crisi idrica. Certo, bisognerà verificare se l’alzarsi e andare a mettere una firma sia solo un’obbligata prosecuzione dello stare fermi in poltrona a guardare la tv, oppure l’inizio di qualcosa di nuovo.

 

Il punto è capire cosa è diventata Tele Monte Orlando in questi anni, nel microcosmo gaetano e oltre. Scrive la giornalista Sandra Cervone sul Messaggero: “nata quasi per sfida e per diletto, è diventata presto la voce di una città sulla via del riscatto, riflettore indiscreto per situazioni in penombra, megafono per urlare la rabbia, occasione per ricordare il passato e lasciarsi andare alla nostalgia”. Tmo è il modello più sviluppato e radicato nel territorio che sia uscito dall’universo un po’ sbandato delle tv di strada italiane, cui ora anche il ministero delle Comunicazioni si sta interessando per assicurarne regole efficaci e certe. E davvero in casi come questi, come dichiarò il mediologo Fleischner, “non stiamo parlando di prodotti mediatici ma di processi di vita”. Quel che conta, come predicavano i decani della telestreet bolognese Orfeo Tv, è “diffondere un comportamento, una mitologia, un’immaginazione nella vita quotidiana della società”. Da questo punto di vista, pur violando un paio di leggi della fisica, il burocratico pretesto usato dal Demanio nella sua ordinanza di smantellamento è talmente limaccioso da sembrare rivelatore: l'antenna di Tmo nella sua vicinanza a “obiettivi sensibili” provocherebbe pericolosi “rischi di esplosione”. Evidentemente i tecnici dello Stato, chissà da chi sollecitati, devono aver preso alle lettera il “Masaniello dell'etere” Ciano quando tutto orgoglioso affermava: “Prima per assediare una città bastavano le bombe, oggi la nostra bomba atomica è la televisione”. Ed è vero che Tmo in questi anni, pur col suo capitale di ingenuità, errori e narcisismi, ha rappresentano sul serio l’esplosione dei luoghi comuni gaetani, il sale sulla coda spelacchiata di un paesone stanco e decaduto, “il neocomunitarismo nell'era liquida dei reality” per dirla come la dicono le tesi di laurea, una ricchezza ambigua da saper maneggiare. E, in fondo, non è vero che la tv, a furia di parlarne male, sia l’origine di tutti i peccati, la tv è un elettrodomestico, un veicolo: la questione è quel che ci passa dentro. A volte serve, a volte piace, a volte è utile.

 

Mettetela come vi pare, ma le cose cambiano. Negli anni sessanta si facevano collette per comprare il televisore in bianco e nero della Rai Tv. Negli anni ottanta le casalinghe scendevano in piazza per rivendicare Dallas, quando i pretori oscuravano Canale 5. Negli anni duemila, giù in provincia, si fanno le petizioni per difendere la piccola scalcagnata tv di vicinato. D’altronde una tv locale come quella gaetana (a maggior ragione se “di strada” o “comunitaria”) assicura legami “umani” in una società sempre più fluida: ci si riconosce nei protagonisti “della porta accanto”, si impara da loro a condividere problemi e negoziare i confini tra pubblico e privato, si ha la sensazione di stabilire insieme una nuova coesione sociale. Come un “Piccolo Fratello” in cui riconoscerci? Può darsi, ma non solo. “Quale tv – afferma Damiano Ciano in diretta – aprirebbe la sua programmazione con i funerali di don Paolo, il prete simbolo della città? Quale tv farebbe festa per la Coppa del Gaeta Calcio?”. Sta anche qui la spiegazione a quei cittadini in coda, spuntati dai territori sconosciuti della realtà normale e non dei reality anormali, che non si aspettava nessuno. Tremila firme, fermatevi a pensarci: roba da deciderci le elezioni comunali (peraltro imminenti). Ricordate il paragone di Lombardi? “Tutti in fila, sembravano le Primarie”. La politica, quella municipale, è rimasta la più spiazzata dal “caso Tmo”. In buona parte, a destra (maggioranza) come a sinistra (opposizione). I sindaci dei Comuni vicini, e spesso rivali, hanno solidarizzato. Mentre è rivelatore, pur nella sua impacciata comicità, la reazione del sindaco forzista di Gaeta Magliozzi: il quale prima si era arrabbiato in diretta accusando gli orlandones di strumentalizzare questa vicenda a fini elettorali, e dopo, dieci minuti prima della chiusura, voleva firmare egli stesso la petizione a lui indirizzata. “Gli abbiamo spiegato che non poteva firmarla, visto che era lui il destinatario”. La vecchia politica, insomma, va nel pallone. La sinistra, specialmente, arranca nel sintonizzarsi. Mentre nell’autorganizzazione dei bacini sociali, dietro i grandi cambiamenti del contesto tecnologico e politico, appare oggi una nuova domanda di senso e di partecipazione. Ci vorrebbe un Beppe Grillo per capirlo e spiegarlo, lui con questa sua (giusta) fissazione per le reti sociali, i blog, i webgroups. Mettendoci pure le telestreet “dal basso” nel mucchio di questi che lui definisce “nuovi presidi democratici”. Non è poi tanto difficile svegliarsi.

 

Certo, seduti sopra quel cumulo di firme ora anche gli orlandones potranno sentirsi più sicuri. Infatti venerdì 4 agosto il segnale di Tmo s’è riacceso a furor di popolo. Loro hanno trovato ospitalità sul ripetitore di una radio privata locale, il Comune gli ha offerto delle garanzie. Gli spettatori gaetani ormai vogliono più bene a loro che a mamma Rai (e come dargli torto). “Voi cittadini siete gli editori e i proprietari di questa tivù” ripetono dagli schermi, e sul serio vogliono stampare tremila tessere. Che pasticciaccio. Per riadattare un vecchio motto maoista, l’avanguardia si è giustamente sciolta nelle masse. Però, speriamo, non perdendosi. Scongiurando il rischio di sentirsi investiti da qualche solenne missione etica o di fondare un partito o di farsi depositari di troppe virtù o di imbastire gogne mediatiche per i propri presunti nemici. Applicare la modernità ai campanili è sempre un rischio, ma è pure una delle sfide più suggestive per l’Italia dei nostri giorni. Allo stesso modo in cui maneggiare l’arma televisiva è il più suggestivo dei pericoli, la più facile delle difficoltà. C’è un bel libro di Paolo Landi, docente al Politecnico di Milano, dedicato ai bambini ma destinato agli adulti. Si intitola “Volevo dirti che è lei che guarda te”. Non è un libro contro la tv, è un libro che prova a spiegarla. Per esempio. “Una stanza buia, il corpo tranquillo, lo sguardo su una luce che scintilla. Guardando la tv si ha l’impressione di vedere delle immagini ma ciò che effettivamente si vede è il luccichio fosforescente di trecentomila minuscoli punti”. Fuori di lì, spargete le voce, c’è tutto il resto.




 

 

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