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Analisi del
"caso Tmo".
Quelle firme che fanno rumore
Quasi un capitoletto aggiunto alla mia
tesi sulla telestreet gaetana...
Luca Di Ciaccio
telefree.it,
27 agosto 2006
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La voce si è diffusa tra le signore in pareo in
riva al mare, tra gli avventori del bar sulla piazza del municipio, tra le
vecchiette dei vicoli borbonici. La voce si è diffusa in fretta: lo hanno detto
alla tivù. Hanno detto che bisogna salvare la tv. Anzi, “non una tv qualsiasi:
la vostra tv”. Così, in questa estate di tempi incerti, piena di improvvisi
sprazzi di luce e improvvisi temporali, sulla riviera gaetana, un piccolo gruppo
di maliardi mediattivisti di provincia ha fatto il miracolo.
“Li vedevi tutti in fila, ordinati, col
documento in mano, mi sembrava di stare alle Primarie” commenta Erasmo Lombardi,
uno dei membri dell’emittente.
Le persone in fila per salvare
la tv sono un popolo trasversale. Né troppo di destra né troppo di sinistra.
Profondamente medio. Profondamente convinto che quella piccola tv sia qualcosa
di piacevole da condividere, da guardare e in cui guardarsi, e guai a chi ce la
leva. Ci hanno già tolto tanto quaggiù in provincia, quaggiù che eravamo un
ducato e ora siamo un paesotto, dicono in molti, perché levarci pure questa tivù
che parla di noi, che parla con noi? La tv fornisce una patente di esistenza. Ci
sono tanti pensionati, tante famiglie di mezza età, qualche malato. In quegli
stessi giorni anche la segreteria telefonica di Tmo si riempie di
messaggi. Di incoraggiamento, di informazione, di sfottò. Ma tanti – “e certo
non immaginavamo così tanti” mi dice uno degli orlandones – di solitudine.
Davanti a uno schermo grigio come un muro. Le sere sedute in una cucina. Le
ombre che passano di fuori. Arrivano perfino lettere come quella, struggente,
del signor Renato, letta in diretta tv: “Chissà come mia
moglie, morta quattro mesi fa, avrebbe preso la notizia della chiusura di Tmo.
Per mia moglie Tmo è stata la medicina più preziosa. Quella che le permetteva di
continuare a vivere nel suo paese, di riconoscere le persone amiche, di
passeggiare solo con le immagini di un televisore nei luoghi della sua vita”.
Come a voler illuminare col baluginare di uno schermo certi
angoli più bui di un paese di mare. “Questa emittente – dice Ciano – ha
dato alla città quell’anima che aveva perso”. Eppure, dov’è la gioia? Dove la
grazia per queste esistenze senza una luce al di fuori di quella irradiata dal
21 pollici? Era nata quasi per gioco Tmo. Adesso è diventata una cosa seria. Una
funzione primaria e civica, per chi la vede così come per chi la fa. Una
situazione forse unica nel panorama mediatico italiano. In grado perfino, come
ha detto Damiano Ciano, di “sfatare quei luoghi comuni sull'apatia e sul cinismo
della popolazione gaetana”. Questi gaetani che non si riusciva a mobilitarli
nemmeno quando, pochi anni fa, mancava l’acqua nelle case, in piena crisi
idrica. Certo, bisognerà verificare se l’alzarsi e andare a mettere una firma
sia solo un’obbligata prosecuzione dello stare fermi in poltrona a guardare la
tv, oppure l’inizio di qualcosa di nuovo.
Il punto è capire cosa è diventata Tele Monte
Orlando in questi anni, nel microcosmo gaetano e oltre. Scrive la giornalista
Sandra Cervone sul Messaggero: “nata quasi per sfida e per
diletto, è diventata presto la voce di una città sulla via del riscatto,
riflettore indiscreto per situazioni in penombra, megafono per urlare la rabbia,
occasione per ricordare il passato e lasciarsi andare alla nostalgia”. Tmo è il
modello più sviluppato e radicato nel territorio che sia uscito dall’universo un
po’ sbandato delle tv di strada italiane, cui ora anche il ministero delle
Comunicazioni si sta interessando per assicurarne regole efficaci e certe. E
davvero in casi come questi, come dichiarò il mediologo Fleischner, “non stiamo
parlando di prodotti mediatici ma di processi di vita”. Quel che conta, come
predicavano i decani della telestreet bolognese Orfeo Tv, è “diffondere un
comportamento, una mitologia, un’immaginazione nella vita quotidiana della
società”. Da questo punto di vista, pur violando un paio di leggi della fisica,
il burocratico pretesto usato dal Demanio nella sua ordinanza di smantellamento
è talmente limaccioso da sembrare rivelatore: l'antenna di Tmo nella sua
vicinanza a “obiettivi sensibili” provocherebbe pericolosi “rischi di
esplosione”. Evidentemente i tecnici dello Stato, chissà da chi sollecitati,
devono aver preso alle lettera il “Masaniello dell'etere” Ciano quando tutto
orgoglioso affermava: “Prima per assediare una città bastavano le bombe, oggi la
nostra bomba atomica è la televisione”. Ed è vero che Tmo in questi anni, pur
col suo capitale di ingenuità, errori e narcisismi, ha rappresentano sul serio
l’esplosione dei luoghi comuni gaetani, il sale sulla coda spelacchiata di un
paesone stanco e decaduto, “il neocomunitarismo nell'era liquida dei reality”
per dirla come la dicono le tesi di laurea, una ricchezza ambigua da saper
maneggiare. E, in fondo, non è vero che la tv, a furia di parlarne male, sia
l’origine di tutti i peccati, la tv è un elettrodomestico, un veicolo: la
questione è quel che ci passa dentro. A volte serve, a volte piace, a volte è
utile.
Mettetela come vi pare, ma le
cose cambiano. Negli anni sessanta si facevano collette per comprare il
televisore in bianco e nero della Rai Tv. Negli anni ottanta le casalinghe
scendevano in piazza per rivendicare Dallas, quando i pretori oscuravano Canale
5. Negli anni duemila, giù in provincia, si fanno le petizioni per difendere la
piccola scalcagnata tv di vicinato. D’altronde una tv locale come quella gaetana
(a maggior ragione se “di strada” o “comunitaria”) assicura legami “umani” in
una società sempre più fluida: ci si riconosce nei protagonisti “della porta
accanto”, si impara da loro a condividere problemi e negoziare i confini tra
pubblico e privato, si ha la sensazione di stabilire insieme una nuova coesione
sociale. Come un “Piccolo Fratello” in cui riconoscerci? Può darsi, ma non solo.
“Quale tv – afferma Damiano Ciano in diretta – aprirebbe la sua programmazione
con i funerali di don Paolo, il prete simbolo della città? Quale tv farebbe
festa per la Coppa del Gaeta Calcio?”. Sta anche qui la spiegazione a quei
cittadini in coda, spuntati dai territori sconosciuti della realtà normale e non
dei reality anormali, che non si aspettava nessuno. Tremila firme, fermatevi a
pensarci: roba da deciderci le elezioni comunali (peraltro imminenti). Ricordate
il paragone di Lombardi? “Tutti in fila, sembravano le Primarie”. La politica,
quella municipale, è rimasta la più spiazzata dal “caso Tmo”. In buona parte, a
destra (maggioranza) come a sinistra (opposizione). I sindaci dei Comuni vicini,
e spesso rivali, hanno solidarizzato. Mentre è rivelatore, pur nella sua
impacciata comicità, la reazione del sindaco forzista di Gaeta Magliozzi: il
quale prima si era arrabbiato in diretta accusando gli orlandones di
strumentalizzare questa vicenda a fini elettorali, e dopo, dieci minuti prima
della chiusura, voleva firmare egli stesso la petizione a lui indirizzata. “Gli
abbiamo spiegato che non poteva firmarla, visto che era lui il destinatario”. La
vecchia politica, insomma, va nel pallone. La sinistra, specialmente, arranca
nel sintonizzarsi. Mentre nell’autorganizzazione dei bacini sociali, dietro i
grandi cambiamenti del contesto tecnologico e politico, appare oggi una nuova
domanda di senso e di partecipazione. Ci vorrebbe un Beppe Grillo per capirlo e
spiegarlo, lui con questa sua (giusta) fissazione per le reti sociali, i blog, i
webgroups. Mettendoci pure le telestreet “dal basso” nel mucchio di questi che
lui definisce “nuovi presidi democratici”. Non è poi tanto difficile svegliarsi.
Certo, seduti sopra quel cumulo
di firme ora anche gli orlandones potranno sentirsi più sicuri. Infatti venerdì
4 agosto il segnale di Tmo s’è riacceso a furor di popolo. Loro hanno trovato
ospitalità sul ripetitore di una radio privata locale, il Comune gli ha offerto
delle garanzie. Gli spettatori gaetani ormai vogliono più bene a loro che a
mamma Rai (e come dargli torto). “Voi cittadini siete gli editori e i
proprietari di questa tivù” ripetono dagli schermi, e sul serio vogliono
stampare tremila tessere. Che pasticciaccio. Per riadattare un vecchio motto
maoista, l’avanguardia si è giustamente sciolta nelle masse. Però, speriamo, non
perdendosi. Scongiurando il rischio di sentirsi investiti da qualche solenne
missione etica o di fondare un partito o di farsi depositari di troppe virtù o
di imbastire gogne mediatiche per i propri presunti nemici. Applicare la
modernità ai campanili è sempre un rischio, ma è pure una delle sfide più
suggestive per l’Italia dei nostri giorni. Allo stesso modo in cui maneggiare
l’arma televisiva è il più suggestivo dei pericoli, la più facile delle
difficoltà. C’è un bel libro di Paolo Landi, docente al Politecnico di Milano,
dedicato ai bambini ma destinato agli adulti. Si intitola “Volevo dirti che è
lei che guarda te”. Non è un libro contro la tv, è un libro che prova a
spiegarla. Per esempio. “Una stanza buia, il corpo tranquillo, lo sguardo su una
luce che scintilla. Guardando la tv si ha l’impressione di vedere delle immagini
ma ciò che effettivamente si vede è il luccichio fosforescente di trecentomila
minuscoli punti”. Fuori di lì, spargete le voce, c’è tutto il resto.
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