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La piccola vittoria (e la grande lezione) di TMO
Luca Di Ciaccio
tmo watch,
29 dicembre 2003
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In
questo anno che si chiude, duemilatre denso di brutti fatti e cattivi presagi,
archivieremo anche dei bei semi di creatività e di promesse. Nel mondo c’era
la guerra e il terrorismo, ma c’erano anche le bandiere di pace ai balconi e
la gente in piazza. In Italia c’era una ristagnante chiusura
mediatica-televisiva che qualcuno chiama regime ma ci sono state anche le tv di
strada libertarie, povere e allegre, spuntate come funghi in tutto il Paese.
Persino a Gaeta (città di nascita, dunque da cui fuggire e a cui tornare, troppo
forte il legame, troppo viscerali i sentimenti), in questa città appiattita e
svuotata di anima e di cultura, con un’amministrazione aggressiva e devota agli
interessi di bottega, inaspettatamente qualcosa si è mosso. Parlo, ovviamente,
di Tele Monte Orlando: che è stata una delle prime tv di strada d’Italia e che,
piaccia o no, ha rappresentato una delle novità più rilevanti degli ultimi anni
a Gaeta. Alla
base del movimento Telestreet c’è l’idea libertaria e un po’ pauperista
di riprendersi l’etere e “sperimentare democrazia” e anche scardinare
codici e mediazioni del medium televisivo. Tutto ben spiegato nel libro di
Berardi – Jacquemet – Vitali, appunto intitolato “Telestreet – macchina
immaginativa non omologata”. Ma ancora più ampia ed eterogenea è la base
umana e sociale che ci sta dietro. Nel 2003 le tv di strada (illegali ma
costituzionali in base all’articolo 21 e alle sentenze della Consulta) si sono
moltiplicate, a Termini Imerese, Peccioli e Senigallia sono state chiuse, a
ottobre un’odg approvato alla Camera le ha riconosciute e tutelate. Ma altri
passi, forse ancora più decisi, sono da compiere stando bene attenti a non
accettare qualsivoglia bandierina sulla testa.
Qui
a Gaeta TMO e il suo instancabile fondatore Antonio Ciano (che per lunghi mesi
è stato l’unico volenteroso matto con telecamera disposto ad assumersi la
fatica, le spese, il tempo extra del lavoro e le responsabilità penali
necessarie per cominciare l’avventura) hanno tentato di allargare lo spazio
sociale, “rendere la tv più agorà”. Dunque, non solo distruggere il
monopolio dell’informazione ma provare ad abbattere quel muro più vicino e
forse più protervo di indifferenza e apatia sociale che circonda la nostra
decaduta città-fortezza. Lo stile di TMO (sia quando trasmetteva dal tinello di
casa Ciano sia nel più agevole garage adibito a studio) ha rappresentato un
modo e un mondo: paesano, estroso, amatoriale, preprofessionale ma percepito
come più vero e più utile della “vecchia tv”. Ha vinto una caratterialità
istintiva e scamiciata, priva degli esorbitanti interessi della tv berlusconiana
e monopolizzata. Una rapporto paritario, di autentica contiguità fisica tra gli
emittenti e i riceventi del segnale catodico. Insomma, il Cianoscape (come lo
chiamerebbe Bifo) ha conquistato l’etere gaetano. Basta chiedere in giro per
capire che TMO si è veramente guadagnata la maggioranza quasi assoluta
dell’audience cittadina. In una cittadina di ventimila abitanti dove il
deficit di informazione e partecipazione democratica è cronico ed elevato
(nessuna tv, nessun giornale indipendente, nessuna radio libera, nessuna
libreria, società civile ai minimi termini...) TMO è una ricchezza da
conservare e da saper maneggiare perché accende la critica, turba gli interessi
consolidati, alimenta la discussione che è il sale della democrazia. E quelli
di TMO dovranno guardarsi dai rischi di una normalizzazione che a molti non
dispiacerebbe, magari con la scusa della professionalità e dell’aplomb
politico.
È
doveroso ringraziare il collettivo di collaboratori della telestreet gaetana: la
compostezza di Brengola, la critica intellettuale di D’Arienzo e il gruppo di
Kitab, la competenza di Armenio con Sportissimo, l’estro tecnico di Batosi,
l’affidabilità di Forcina, Di Perna, Oliviero e gli altri che, in un modo o
nell’altro, apportano il loro contributo. Ma ogni analisi della realtà di TMO
non può prescindere dalla figura di Antonio Ciano: tabaccaio meridionalista e
gramsciano, migrato dal Pci al Partito del Sud, ricercatore storico del
revisionismo risorgimentale. Ribattezzato il “Masaniello dell’etere”.
Sempre in bilico tra l’universo ordinato e la sua degenerazione nel selvatico.
Nemmeno si può prescindere Ciano dalla sua sana e consapevole faziosità.
Qualcuno storce il naso per le sue operazioni di revisionismo storico o per il
meridionalismo naif che sparge nei suoi programmi, ma se tutto questo va a
comporsi in una “memoria e coscienza del passato”, in una re-visione delle
innegabili mistificazioni del potere, allora il concetto che ne esce fuori
sarebbe discutibile ma tutt’altro che peregrino. E perfettamente adattabile a
questa neo-tv che nasce “politica”, povera e minoritaria. Dice
Ambrogio Vitali (OrfeoTv di Bologna, tra i fondatori del movimento telestreet):
sappiamo che quando arriva Davide, Golia ha i giorni contati. Nel mondo
ipercomunicativo di oggi siamo molto più propensi ad ascoltare spiegazioni
alternative, non tanto perché non crediamo a quello che vediamo o leggiamo o
sentiamo ma perché siamo inclini a credere che ci sia anche dell’altro. È ciò
che sta spiegato, con dovizia di riferimenti, in quel testo di Gabriele
D’Arienzo che tempo fa proponemmo come “manifesto teorico” di
TMO.
C’è
un percorso logico nell’arco di questo anno che riguarda anche il
sottoscritto: passato dall’idea dell’Audiblog (con la presa in giro dell’auditel)
alla pratica della tv stradaiola (che prosegue in questo blog TMOwatch metà
osservatore e metà militante, e in altre osservazioni più accademiche). E c’è
un altro seme di speranza in questa sconsolante fine d’anno: il Cavaliere
perde consensi, la televisione perde spettatori. Anche se “guai a dirlo forte,
soprattutto a sinistra” come ha scritto Stefano
Benni. In
finale, se una lezione vogliamo trarre da questo 2003, e non solo qui nel cono
d’ombra, può essere quella del poeta Holderlin: là dove c’è il pericolo,
nasce anche ciò che salva.
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