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Report Eterea2.

Energie consumate e ipotesi non dette, alla ricerca di nuove rotte

 

 

Luca Di Ciaccio

telestreet.it,

30 marzo 2004

 

 

Tutto inizia e tutto finisce in un’antenna, ebbene l’universo delle telestreet si ricompone ancora una volta in una precaria onda eterea nell’aria di Senigallia. Nel canale 52 che fu della microemittente Disco Volante finché non arrivarono i solenni sigilli governativi, con un trasmettitore che dalla finestra della mediateca comunale arrivava appena ai bar sotto i portici dall’altra sponda del fiume (e poi in tutto il mondo attraverso lo streaming via internet), noi telestreettari abbiamo diffuso un ennesimo piccolo segnale di libertà. In finale di Eterea2, secondo meeting generale delle televisioni di strada e della comunicazione indipendente, ciò che più colpisce è stata il mescolarsi confuso e produttivo delle competenze e delle tecnologie: chi assemblava cavi e apparecchiature, chi montava video, chi scriveva, chi faceva l’operatore, chi fotografava. Come scritto nel report di Simone: «un'atmosfera di confronto orizzontale, di collaborazione, in cui nessuno si pone sopra nessuno. Un tavolo rotondo (anche se manca il tavolo) in cui faccia a faccia ci scambiamo idee, opinioni, materiale, ci poniamo questioni e ce le risolviamo (non sempre...)».

 

Erano presenti a Senigallia mediattivisti di ogni specie e luogo, tesisti universitari in gran quantità, passanti (però pochi). Eravamo circa un centinaio, e tutti attivissimi ognuno a modo suo. Da Tele Monte Orlando siamo arrivati, dopo lungo viaggio autostradale nel giorno dello sciopero, in tre (il sottoscritto, Gabriele D’Arienzo e Mattia prossima entrata del collettivo Kitab, col mitico Masaniello dell’etere Ciano malato e in ospedale a Gaeta ma sempre prodigo di consigli telefonici) più attrezzature, cassette e dvd. Abbiamo montato una mini-postazione, scambiato materiali, parlato, filmato (e molto sarà trasmesso nei prossimi giorni sul cono d’ombra gaetano).

 

Venerdì pomeriggio uno dei primi tavoli, quello sulle linee creative, è stato aperto da Gabriele sul concetto di televisione come mezzo di produzione prima che di comunicazione. Da lì si è passati a parlare dei linguaggi da usare, di come il medium condizioni il messaggio e di come liberare entrambi, e si è persino citato il caso delle “dirette coi politici in studio” ampiamente discusso dalle parti di TMO. Nel frattempo, dall’altro lato delle mediateca, si parlava di condivisione e gestione di video in rete attraverso l’esempio utilissimo di Ngvision (che è nato prima delle tv di strada e senza nemmeno sospettarle, ma che ora se non ci fosse bisognerebbe inventarlo).

 

Occupare le frequenze di Rete4? L’assemblea post-cena presso la vecchia colonia si è aperta con questo lancinante dilemma. Il pomeriggio era arrivata una piccola intimidazione a spegnere il trasmettitore, che comunque non è andata oltre. La proposta di invadere, per qualche secondo e poche centinaia di metri, l’universo di Emilio Fede è stata accolta da applausi ed entusiasmo seguiti da una riflessione più razionale su motivazioni, rischi e conseguenze di un tale gesto. E’ stata avanzata anche l’ipotesi di rompere i sigilli del vecchio trasmettitore – reliquia di Disco Volante, con molte titubanze. Alla fine tutto è impercettibilmente scivolato in una festa a base di birra e musica techno. Il giorno dopo nessun gesto clamoroso, ma trasmissioni sul canale 52 e troupe di mediattivisti in giro per la città.

 

Tavolo legale la mattina di sabato, tra la consapevolezza dell’illegalità e il problema stringente della sopravvivenza. Dice Valerio Minnella: «Dobbiamo uscire da questa situazione di impasse in cui le telestreet crescono, proliferano ma tutto rimane uguale». In campo opinioni discordanti: strumenti da attuare e forme societarie per rendere economicamente sostenibili le tv di strada oppure passare dai proclami ai fatti con un’autodenuncia di fronte alla magistratura penale per vedersi riconosciuto il diritto a trasmettere. Secondo Minnella «quando la Gasparri sarà approvata le telestreet verranno chiuse con un semplice atto amministrativo e si presenta una fase di strozzamento di molte piccole tv locali». La via politica è una tra tante, la fiducia nei politici è piuttosto scarsa. Ma molte prospettiva future (dalla questione dei canali ad accesso pubblico alle battaglie sulle frequenze e agli scenari della legge Gasparri) rimangono sospese a mezz’aria. La rivoluzione dal basso delle tv italiana ha ancora molti passi da compiere per acquisire consapevolezza e forza.

 

Ambrogio Vitali, decano delle telestreet e ora promotore della campagna per le tv comunitarie ad accesso pubblico in collaborazione coi Comuni, riassume così la situazione: «A Eterea1 si respirava un’aria pionieristica e noi stessi e ci interrogavamo su quello che stava succedendo e su cosa dovevamo fare. Qui a Eterea2 sono emersi dei veri e propri saperi. Ma d’altra parte c’è stato un deficit di politica, non siamo riusciti a interrogarci su cosa stiamo facendo, sui problemi organizzativi e creativi». Dunque? «Il lavoro che noi facciamo deve trovare alleanze, denari, organizzazioni. Tutte domande che non ci siamo posti. E non dobbiamo dimenticarci di vivere in un regime che si fa ogni giorno più aggressivo». La ricetta di Vitali prevede l’apertura degli spazi pubblici di comunicazione con amministrazioni comunali sensibili al tema, un’associazione nazionale per la rappresentanza delle telestreet nelle sedi politiche e istituzionali e la battaglia per richiedere canali e frequenze. «Il rischio che corriamo oggi è quello dell’isolamento, di una sindrome identitaria».

D’Arienzo però sostiene che «non possiamo chiedere un riconoscimento ufficiale già da ora a chi non ha affatto capito o ha frainteso la nostra funzione, come nel caso dei Comuni». E sulla discussione pende il monito di David Garcia, dall’esperienza olandese di Next 5 Minutes: «La cosa migliore sarebbe non proporsi il problema della legalità o illegalità bensì il problema di creare dei media tattici. In Olanda la tv legalizzata è diventata noiosissima».

 

Sebastiano Gernone, ferroviere e redattore del giornale meridionalista Il brigante, amico di Ciano e fresco di visita negli studios della telestreet gaetana (ha assistito ad una diretta coi consiglieri comunali e pure lì si capiva che certe telefonate erano taroccate dagli amici) «nel sistema di controllo in cui ci troviamo ogni spazio di autonomia da fastidio, alla destra come alla sinistra. Allora dobbiamo pensare alla natura corsara prima ancora che illegale delle telestreet». In fondo l’illegalità è un tratto che, ad un occhio sgamato, accomuna gran parte dell’assetto radiotelevisivo di questo paese. Essere corsari (o magari “briganti” come precisa subito dopo) invece non è da tutti. Roba da Masanielli dell’etere: per fare un esempio Gernone rivela l’idea confidatagli da Ciano, noleggiare un autocaravan e andarsene in giro per il sud, fermarsi nelle piazze e nei punti più alti dei paesi e da lì sparare segnali eterei di comunicazione alternativa.

 

Mentre Silvia di Spegnilatv, intervistata da un giornalista del Tg3, invita i telespettatori a reclamare il loro “salario sociale in quanto messi in produzione davanti alla tv”, nel corridoio della mediateca si riunisce il gruppo di discussione “Antenne al popolo” (avanzate sostanziali correzioni all’inaffidabile kit tecnico indicato sul sito telestreet). Bifo Berardi, di fronte ad una platea attentissima, spiega le strategia di sovversione comunicativa. E rilancia: «le tv di strada non possono limitarsi ad un livello di sopravvivenza media, di democrazia dei margini. Il concetto di subvertizing è utilizzare i margini non per restare ai margini ma per rovesciare l’intera scena mediatica». Insomma «non si può fare i bravi ragazzi che parlano con il proprio quartiere mentre fuori c’è la dittatura mediatica».

 

Il sabato pomeriggio si parla anche di scambi e produzioni indipendenti, a partire dalla Rete dove il “became the media” è già realtà: il caso di Indymedia e delle licenze Creative Commons. E poi il sole tramonta, la mediateca chiude, la cena incombe. E forse non c’è più tempo per la lettura di “proclami altisonanti e sberleffi sull’orlo dell’abisso”, come da regolare programma. Si tirano le conclusioni e si tira fino a tardi in colonia, talmente tanto che la domenica mattina è tutto un via vai di gente in partenza, occhi assonnati e attrezzature da smontare. Saltano due terzi del dibattito finale con Maurizio Torrealta di Rainews24, Glauco Benigni, dirigente Rai e autore del libro "Apocalypse Murdoch" e David Garcia di Next 5 Minutes. Garcia insiste sul superamento della barriera tra teoria e pratica: «le tv di strada sono l´esempio di un percorso in cui la pratica rompe gli scenari consolidati dai media creando spazio a nuove teorie sulla comunicazione».

 

Eterea2 ci ha fatto balenare tante verità possibili. Si ritorna dalla tre giorni di Senigallia con molte questioni che sfuggono e molte azioni ancora da costruire. Rimane una divisione tra una pratica estetica, a tratti sovversiva e a tratti autoreferenziale e una funzione stabile, riformista, applicabile alle più varie circostanze. Dobbiamo prendere atto di un processo telestreet non linearmente proiettato al domani ma espanso in tutte le direzioni. E’ una sfida contraddittoria e decisiva che noi gaetani ci portiamo fin dentro la nostra TMO, per dirne una. La ricerca di nuove rotte riparte da qui.