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Il malessere di TMO

e i bisogni televisivi

 

 

Luca Di Ciaccio

tmo watch,

30 luglio 2004

 

 

 

Allo stato attuale delle cose e dei dibattiti interni la celeberrima telestreet gaetana sembra al guado: tra quello che sembrava fosse amore e quello che invece potrebbe rivelarsi un calesse, diciamo così. Ed è certo che il cono d’ombra che sta tra la piazza del municipio, il tabaccaio e gli studios di via Rimini continuerà ad essere il laboratorio metafisico del mediattivismo paesano in salsa spettacolare, luogo di esperimenti, dibattiti e trasmutazioni non sempre rassicuranti. Tele Monte Orlando, la vecchia tv di strada gaetana e forse la prima d’Italia, nell’apatico paesone gaetano è riuscita a imporre un linguaggio, diffondersi socialmente, coagulare attorno a sé un buon numero di energie intellettuali disperse o sopite. Oggi TMO è già una funzione primaria per chi la guarda e per chi la fa, ma con un quotidiano corollario di interpretazioni, valutazioni, polemiche ed esegesi su quello che la televisione è e su quello che invece dovrebbe essere, con tanto di opposte scuole di pensiero, di tifoserie e ripicche, di carriere lanciate verso le stelle, interventi istituzionali, bisogni collettivi, ambizioni personali. Dai tempi ruspanti e pionieristici dell’antennista cialtrone Batosi e del tinello di casa Ciano molte cose sono inevitabilmente cambiate.

 

Tempo fa, citammo polemicamente il “Volto nella folla” di Elia Kazan. “Un poveraccio, proprio per la sua normalità, diventa una stella della tv americana. Finché un giorno un microfono aperto per sbaglio informa il paese del suo acquisito cinismo. E per lui non c’è scampo”.

È giusto dire le cose come stanno (almeno a nostro parere). TMO rischia di diventare un ennesimo prodotto dell’espertocrazia, un affare di professionisti del video e pubblici targettizzati, di maquillage estetici e affidabile spirito civico. Uno statuto da associazione di promozione sociale (piuttosto blando e tutto sommato comprensibile e necessario) è stato già approvato con lentezza ma all’unanimità. Un regolamento interno, di impronta efficientista e produttivista, è in via di approvazione attraverso assemblee frettolose e non senza dissidi all’interno del gruppo. Potrebbero spuntare ruoli e divisioni del lavoro, direttori artistici e controllori del palinsesto. E soprattutto è utile ricordare come non si possa comprendere effettivamente il senso stesso dell’esistenza di una telestreet se non inserendola come nodo di una rete, in un ambiente di scambio e di relazione. Si dice che bisogna aderire a quelli che sono i canoni e i linguaggi televisivi. Si dice che bisogna tenere in conto il pubblico e soddisfarlo per bene. Si dice, non senza ragioni ma con insopportabile enfasi moralistica, che bisogna trovare un progetto ordinario “per andare avanti” e per concretizzare la libertà dell’etere attraverso il suo riconoscimento legale. Si dice che opporsi a questo significa mancare di responsabilità. Si dice, si dice. Di tanto in tanto lo abbiamo detto anche noi, senza quell’enfasi ma con una certa amarezza da idealisti frustrati.

 

E Antonio Ciano, detto il Masaniello dell’etere? Ciano (che ha molti meriti) cerca di mediare e resistere, nella sua onesta visione gramsciana di espansione verso il popolo e riscossa meridionale in cui tutto si tiene, compresa la sua inclinazione a mettere tutto un po’ a soqquadro e diffidare dei poteri forti, a dire e disdire, il suo sudismo semi-nostalgico e semi-furbesco. Ciano insomma pensa il bene della creatura TMO più di tutti gli altri, vede il pasticcio meridionale dove le cose non sono obbligate ad assomigliare a loro stesse. Il rovesciamento dei luoghi comuni, “l’utilizzo delle risorse vincenti di Berlusconi per dare scacco a Berlusconi” dice lui. È una visione che affascina ma che forse non può durare. E il nocciolo della questione sta tutto qui: TMO vuole durare, cerca il mantenimento di se stessa.

 

Tuttavia l’altra faccia di TMO è la sua perfetta adesione alla realtà di Gaeta: è quello che è, ed è il paesone in crisi, la gaetanità morente ad averla scelta come sua nemesi, come celebrante delle proprie esequie e strumento di una transizione ancora tutta da definire. Il malessere di TMO è diventato oggi il paravento di ambizioni inconfessabili, di tentare e respinte infiltrazioni del potere sotto-berlusconiano, di inadeguatezze, di miopie politiche e beghe personali. Forse le varie “anime” degli orlandones (come quelle della sinistra) hanno troppo poco a che spartire l’una con l’altra, e troppo da tollerare. Da un punto di vista “dei significanti e dei significati”, così come con gli occhi del semplice spettatore, TMO è un work in progress, è “tempo frammentato dove ogni frammento non si ricollega a quello precedente e non annuncia quello seguente”, è preparazione alle grandi manovre. Uno sforzo di pura ideologia post-politica, di ritrovamento inquietante dei valori solo nell’alone democratico dell’apparizione televisiva. Vedere l’audience televisiva come unica aura sociale del politico e del territorio, una confezione di un album di figurine che maschera e dimentica le vere spietatezze del dominio digitale economico (e che, anzi, finisce per ribadirle). Il bisogno televisivo di esistere non può sottrarsi alla rivendicazione del diritto politico di espressione.

 

Ultimamente non tira un’aria serena in TMO. Anche se trovate positive e vivacità mentale continuano a venirne fuori. Certo, bisogna vedere come sfruttare la buona idea (vale per molte telestreet, e prima o poi ci arriveranno). Come restare in equilibrio tra la voglia di cambiamento e gli istinti di conservazione. Come variare sul tema e come monetizzare le intuizioni. Tuttavia siamo troppo affezionati all’impresa avviata per rinunciarci o delegare. C’è bisogno assolutamente di fare progetti e darsi un’identità sensata. Tanto più in momenti delicati e minacciosi sotto il regime mediatico, come questi in cui una tv di strada esemplare finisce a processo. A parte le meritate vacanze, non è, evidentemente, il tempo di sottrarsi. Io, in finale, sono curioso e disposto ad essere smentito.