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Terza lezione sull'uso dell’arma televisiva
per i
nuovi briganti
Luca Di Ciaccio
Il Brigante,
marzo 2005
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«Pensavamo che sarebbero venuti ad arrestarci
entro un mese, invece non successe niente». È così che la nascita di Orfeo Tv a
Bologna – prima telestreet italiana con l’intenzione di “disgregare il potere
monopolistico applicando il principio di libertà di comunicazione” – viene
spesso raccontata dai suoi stessi fondatori (anche nel libro “Telestreet” di
Berardi – Jacquemet – Vitali). Infatti così è stato: dal 2002 le emittenti di
strada hanno proliferato liberamente, a parte pochi casi specifici di
repressione (Discovolante di Senigallia tra tutti) e nonostante qualche attacco
esterno, come i velenosi strali dell’Aeranti-Corallo, ovvero la confcommercio
delle tv locali, qualche frase poco conciliante del ministro Gasparri o le
incredibili accuse svelate dall’ultimo Rapporto del ministero degli Interni, che
classificava le telestreet nel capitolo dedicato a “terrorismo ed eversione”. A
parte questo, le tv di strada (almeno quelle rimaste attive) vivono e lottano
insieme a noi, mentre il monopolio o “regime” mediatico è più forte che mai. I
due elementi forse si condizionano a vicenda. Come osservava Leo Strauss
“l’altra faccia della libertà illimitata è l’irrilevanza della facoltà di
scegliere”. Un osservatore cinico farebbe notare: perché prendersi il fastidio
di proibire ciò che comunque ha scarsissima rilevanza?
Mettere in piedi una telestreet richiede degli
sforzi tecnici che si traducono in responsabilità politiche e anche legali. Al
di là di tutte le considerazioni sull’immagine e sui linguaggio, questo resta un
capitolo fondamentale. Come è noto, la legislazione italiana in tema di
emittenza televisiva e libertà di comunicazione è estremamente confusa e
carente. È necessario individuare «strumenti per ampliare il nostro spazio di
azione, per trovare incrinature, fessure in cui inserire i cunei che ci
permettano di scardinare il regime di dittatura mediatica che si è instaurato
nel nostro paese» come ha scritto Valerio Minnella, ex di Radio Alice e ora nel
gruppo di Orfeo Tv occupandosi dell’area legale. Innanzitutto, in base
all’articolo 21 della Costituzione, “tutti hanno diritto di manifestare
liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di
diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.
Tuttavia la legislazione in materia radiotelevisiva (Mammì 1990 con le sue
“concessioni-truffa” e il piano di assegnazione mai realizzato, Maccanico 1997
che tentò maldestramente di metterci una pezza) e le varie sentenze della Corte
Costituzionale rendono la situazione molto più complicata e, a nostro avviso,
anche incostituzionale. Inoltre, volendo attenersi a un’interpretazione rigorosa
della Mammì, tutte le concessioni televisive attualmente in vigore possono
essere considerate prive di validità, in quanto manca il previsto piano
nazionale delle frequenze. Vabbe’: cosa aspettarsi dal governo che ha salvato
Rete4 per opera del suo proprietario? In quanto alle sanzioni e ai rischi: la
Mammì (modificando l'art. 195 del codice postale) prevedeva multe e/o arresto
anche per il solo possesso di un apparecchio trasmettitore, ma di fatto (fino a
poco tempo fa) sono sempre state applicate solo le multe e il sequestro delle
attrezzature e solo in casi di disturbi ad altre emissioni. In molti pensano che
gli Odg approvati nell’ottobre 2003 dalla Camera (nati come proposta di legge
dell’on. Grignaffini dei Ds e di altri 98 deputati del centrosinistra)
rappresentino un’implicita garanzia per le tv già esistenti, ma non è detto.
Certo, basta pensare all’attuale panorama italiano
di concentrazioni e interessi nel settore televisivo tra i più protervi delle
democrazie occidentali, per riflettere davvero sul concetto di illegalità. Come
dice Antonio Ciano di TMO Gaeta: «».
D’altronde la scelta originaria di contravvenire alla legge Mammì è
assolutamente politica. E tutto sommato la tv di strada nasce politica tanto
quanto la televisione “vera” nasce commerciale (ovvero politica anche lei, ma
ben dissimulata). Nella consulenza tecnica redatta dell’ing. Carlo Gubitosa in
difesa della tv sequestrata Discovolante vengono sottolineati i mutamenti
sociali e tecnologici intervenuti nel settore televisivo, a cui le attuali leggi
non sono più adeguate: ormai apparecchiature per la trasmissione di segnali tv
in ambito ristretto sono disponibili sul mercato a basso costo (circa mille
euro), e allo stesso tempo si sono abbattuto i costi per le attrezzature di
ripresa, di montaggio, di distribuzione. Inoltre il segnale emesso dai
trasmettitori è così debole da essere paragonato a quello di un walkie talkie.
Le microtv di strada e di quartiere, dunque, sono a tutti gli effetti un nuovo
medium che esige nuove regole.
Prendiamo il famoso caso gaetano di Tele Monte
Orlando: gli ispettori della polizia postale hanno concluso che non ci sono
problemi se non si disturbano altre frequenze o non arrivano segnalazioni, il
sindaco della città (pure di Forza Italia) si fa intervistare in diretta e
autorizza le riprese in consiglio comunale, se ne parla sui giornali e gli
studenti ci fanno tesi universitarie, il segnale ripetuto da Monte Orlando su un
canale libero copre una buona parte del centro città, un bacino pari almeno a
diecimila spettatori. Come scrive Zygmunt Bauman nel suo fondamentale saggio
“Modernità liquida” di fronte alla progressiva colonizzazione dello spazio
pubblico da parte del privato c’è bisogno di “riprogettare e ripopolare
l’agorà”: “apparirà chiaro come la consapevolezza sia l’inizio della libertà”.
Una delle soluzioni future è quella di arrivare
alla creazione di “tv comunitarie”, sul modello di esperienze già esistenti
all’estero. Ambrogio Vitali è tra gli autori di “un nuovo progetto di apertura
legalizzata di spazi pubblici per la comunicazione con il coinvolgimento delle
Pubbliche Amministrazioni”, attraverso le T.CAP, televisioni comunitarie ad
accesso pubblico, basandosi su modelli già esistenti in molti Paesi nordeuropei,
negli Usa, in Canada. Ulteriori opportunità in questo senso possono arrivare
anche dalla novità del digitale terrestre, se e come prenderà piede, dopo le
pastoie della legge Gasparri. Ma su come le modalità di pratica mediattivista
della tv di strada possano essere collegabili a questi nuovi modelli da qualcuno
ribattezzati “tv dei sindaci” il confronto è tutto aperto e solo agli inizi. Il
mediattivista olandese David Garcia, direttamente dalla patria più feconda di
open channel e tv comunitarie, afferma che «il trionfo della libera trasmissione
finanziata con fondi statali, insieme ad una televisione di contenuti ricchi di
diversità però ha ricreato nel tempo le condizioni precedenti nel rapporto tra
produttori e fruitori. Questa integrazione istituzionale ha progressivamente
determinato una qualità sempre più scadente, togliendo energia alla necessità di
comunicare e di inventare altri mondi possibili».
In finale, il concetto a cui bisogna arrivare è unico e semplice:
l’etere è un bene pubblico, e in quanto tale va tutelato. Insomma, di cosa si
parla quando si parla di etere? Di cosa si parla quando si parla di televisione?
Di cosa abbiamo parlato finora su queste colonne e altrove? Ebbene, ancora una
volta si parla di colonizzazione e dominio. Ancora una volta si parla di
rapporti di produzione e relazioni politiche. «L’audience in quanto maggioranza
si rivela una macchina per produrre maggioranza attraverso l’abbattimento di
ogni differenziazione» dice Carlo Freccero. Drizzate le orecchie (e le antenne):
«In questo modo si crea il meccanismo dello sfruttamento non più nella sfera
della produzione, ma nella sfera del consumo. Lo spettatore è un lavoratore che
non sa di lavorare e non viene retribuito. La televisione commerciale
rappresenta un mezzo per fare del nostro tempo libero una forma di mercato». In
questo senso – e sarà bene che gli aspiranti briganti del terzo millennio lo
tengano a mente – la svolta economica e televisiva degli ultimi venticinque
anni, la colonizzazione delle menti e dei desideri, la logica della maggioranza
che ha finito per assoggettare la politica, rappresenta un trauma decisivo per
la nostra vita sociale. Una nuova colonizzazione, e peraltro molto seducente. E
ora c’è bisogno, ancora, di nuovi briganti.
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