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TMO WATCH
Al bar dello sport
Luca Di Ciaccio
2 dicembre 2004
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Ci sono televisioni
e televisioni, e questo lo abbiamo capito. Ci sono anche bar e bar, ma il
Bar Sport è qualcosa di più, come disse Stefano Benni nel suo libro ormai
divenuto leggenda. Non sarà un caso se la fatidica insegna, alta nei cuori
dell’immaginario nazionale, è ora diventata il titolo di un nuovo
programma di TMO: “Al bar dello sport – i commenti del giorno dopo
direttamente dalle voce degli sportivi gaetani”. Una mezzoretta scarsa, il
lunedì sera verso le nove.
Tempo fa Giorgio
Bocca scrisse: “Il paese dei bar
sport è anche il paese che ha sempre diffidato dell'educazione che
dà una forma all'impasto umano fra ragione e istinti. I partiti ideologici
hanno cercato di dare una educazione alle masse, ma hanno perso la corsa
contro il tempo, ha prevalso la diseducazione generale, lo Stato hegeliano
ha lasciato il posto al localismo folkloristico”. Bho. Ma mentre vedevamo
il barbuto telecronista della telestreet gaetana Erasmo Lombardi varcare
la soglia del bar “Il Gabbiano”, sul lungomare appena dietro ai banchi del
mercato del pesce, con un vecchietto tremolante a reggere il riflettore e
Ciano junior alla telecamera, e ad aprirsi sullo sfondo un interno di mite
squallore e vecchie briscole, è stato lì che si sono riaccese le nostre
speranze. E il cerchio si è chiuso: l’innovazione mediattivista che si
riconduce al paradigma universale della provincia italiana cioè il bar, la
lotta di classe che ripiega su Trapattoni. In fondo il “bar” e la”tv di
paese alla tmo” sono due categorie che hanno molto in comune: entrambi
sono spazi di libertà relativa, piccoli mondi coi loro rituali, i loro
accenti, le loro sparate retoriche, i loro personaggi, microcosmi dove si
può dire di tutto eppure limitati dalla loro dimensione micro e talvolta
compiaciuti nel parlarsi addosso. Sarà che stiamo in provincia (ma molto
Italia sta in provincia, e pure molta televisione ultimamente).
Il Bar Gabbiano,
zona Peschiera, c’è sempre stato a Gaeta. Da prima dei Borbone e delle
repubbliche marinare, credo. Sicuro che da qualche parte lì dentro avranno
ancora un flipper, un telefono a gettoni, un juke-box con le canzoni di
Morandi e poi la proverbiale Luisona, la decana delle brioches. In fondo a
destra c’è ancora un settantenne pescatore, di quelli veri, con l’occhio
piegato dalla penombra, il busto proteso verso il mazzo di carte, la
sigaretta tra le dita, a raccontare che “prima nuje giuocavamo quattro
ranelle e due nucelline, adesso c’è anche chi si ggioca qualche lira”. E
Lombardi – con aria da zio di città – che chiede “ma ai tempi vostri
praticavate qualche sport?”, e un altro dal tavolino accanto ribatte “ma
che sbort e sbort? Nuje ci menavamo solo le scogliole uno addosso
all’altro”. Fa poi la sua comparsa un tipico esemplare di tecnico da bar,
nella fattispecie il signor Giovanni, detto Marangone. Occhiaie crucciate
ed espressione mogia, ieri infatti il Gaeta Calcio (la squadra che andrà
in Champions League quando il Partito del Sud andrà al governo) ne ha
persa un’altra. Ma il Marangone tiene duro, dice che “chesta è una grande
annata, perché ci sto pure io in mezzo ai dirigenti, abbiamo finito di
ggioca’ con le squadre di campagna, senza offesa eh, quindi amici
fidatevi, io vi dico di venire”, dopodiché scompare in una nuvola di fumo
Marlboro.
“Quando al bar Sport
non si discute di campioni, sfide, amori, cappuccini, centravanti,
sbronze, trasferte, sesso e meringhe” (Benni docet), si parla dei
programmi della televisione di quartiere TMO. Il prode Lombardi si
appoggia al bancone e chiede agli altri se la domenica alle sette di sera
si guardano la partita del Gaeta in tivù, lui che butta litri di sudore a
ogni telecronaca. Il barista dietro di lui, strofina un piatto, scuote la
testa, e sentenzia: “Veramente a quell’ora qui vediamo altri programmi”,
con l’aria di uno che la domenica alle sette si vede i balletti delle
gemelle Lecciso, mica quella squadra di ragazzotti sfigati. “Vabbe’, ma se
un cliente lo chiede, lei gliela fa vedere la partita, no?”, insiste
Lombardi. E il barista, ormai rassegnato: “be’ certo, ci mancherebbe”.
Intanto davanti al bar arriva Mario “La Saliera”, ristoratore dalle sette
vite come l’olio delle sue fritture di triglie, un po’ mariomerolizzato
con l’occhiale di noce e la giacca di velluto, il quale polemizza
sull’incompetenza dei dirigenti calcistici e infine rivela una delle sue
massime di saggezza: “Ma il miglior male è quello che non nuoce”. Di
fronte a questa inoppugnabile intuizione anche Lombardi non ha obiettato
nulla, e forse avrà offerto da bere a tutti.
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