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TMO WATCH
Il covo oppure l'agorà
Luca Di Ciaccio
3 febbraio 2005
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I talk-show della tv
di strada, ve li raccomando: ottimo antidoto alla briscola, al monopoli e
ai giochi di ruolo per le fredde serate d’inverno di un paese tirrenico di
ventimila abitanti. Come direbbe Arbore, anche un’ottima scusa per tirar
tardi davanti alla tv ed evitare le effusioni coniugali. Venerdì scorso
hanno cominciato parlando del parco Monte Orlando e Riviera di Ulisse, poi
è arrivato quello che ha messo in mezzo che è colpa di Berlusconi, poi
sono andati a finire nella selva delle lottizzazioni e dell’economia di
mercato, poi hanno cominciato a sventolar diplomi, poi hanno cominciato a
litigare, e infine quasi non sapevano più come uscirne. Dietro al tavolo:
sulla sinistra il signor Gallinaro di Legambiente, sulla destra il signor
Sasso di Forza Italia, nonché consigliere comunale e vicepresidente
dell’Ente Parco. In mezzo, Damiano Ciano, figlio diessino del Masaniello
dell’etere ma valente moderatore di dirette.
E insomma la
questione era: fino a che punto si può gestire un ente pubblico come fosse
un’azienda privata o un soprammobile domestico (o un incrocio tra i due)
senza arrossire troppo? Seguono articolate discussioni: sui curriculum di
ciascuno, sulla pretesa che gli imprenditori siano antropologicamente
superiori al resto dell’umanità, sull’abilità di stare al mondo dei
diplomati al ragioneria, sul fatto che “ormai di ambiente ce ne intendiamo
tutti”, sul principio leninista della cuoca alla guida dello Stato, su
cosa diavolo c’entri la presentazione del libro di Baget Bozzo coi fondi
pubblici dell’ente parco, su “noi che forse abbiamo il difetto che
parliamo sempre di imprenditorialità ma voi la dovete smettere di usare la
parola legalità” (Sasso docet), sull’opportunità di mettere o no un
chiosco di gelati, su quanti soldi intascano a Yellowstone (ma quelli lì
sono americani e hanno pure l’orso Yoghi), sulla promessa di sottrarre al
licenziamento sei lavoratori del parco, sulla distanza tra liberismo e
assistenzialismo miscelati all’italiana, eccetera eccetera. E poi Sasso
che, come in uno sketch di Albanese, a conferma delle virtù taumaturgiche
della Casa delle libertà ripeteva: “Ma quando si ha la percezione di un
futuro roseo allora si può disporre di un presente radioso”. O viceversa,
va a sapere.
Una riflessione, da
spettatori alla fine della puntata, è che non giova agli orlandones
radicalizzare la loro “agorà” in un “covo”, soprattutto in considerazione
del difficile ruolo che giustamente tengono a costruirsi, catalizzatore di
umori e bisogni “comunitari”. In altre parole: ben vengano le discussioni
schiette e poco cerimoniose, ma non serve la strategia di intimidire
l’ospite oppure se si è in disaccordo con lui trattarlo come uno
scolaretto indisciplinato. Cioè secondo me è chiaro che l’altra sera
l’ambientalista avesse ragione e il berlusconiano avesse torto (pure se
era bravo a difendersi), ma se poi sono in tre che gli premono forte
addosso magari lo spettatore si impietosisce e solidarizza lo stesso col
più debole. Così imparano. Di sicuro mi arrabbio io, se non dite a quello
dietro alla regia di starsene un po’ più zitto.
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