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TMO WATCH

Che non pensiate che non lo seguo

 

 

Luca Di Ciaccio

3 marzo 2005

 

 

 

Come avrete notato adesso è in corso questa cosa del festival di Sanremo, questo rito scorticato che ci tocca ogni anno (stavolta c’è Bonolis, ma nemmeno lui può farci niente, lì ci vorrebbe Rumsfeld), e le polemiche, i vestiti, le canzonette, i fiori, quelle robe lì abbastanza lontane da una qualsiasi realtà sensata. Meno male che tra una settimana sarà passato tutto, come lacrime nella pioggia, come un bollito ormai irrimediabilmente freddato, ci sveglieremo la mattina e tutto tornerà normale.

 

Ma questa rubrica sul mediascape gaetano rimane fedele ai suoi compiti, pure nei giorni difficili: a ricordarvi che esistono ancora delle piccole cose non impazzite, gente appartata ma in gamba che realizza buoni prodotti con budget ridottissimi, esperimenti di comunicazione indipendente che si arrangiano fuori dai circuiti delle masse e dei conformismi, o chi ogni tanto cerca di inventarsi nuovi modi di discutere o raccontare, o chi ci riprova facendo cose già viste e già fatte ma, appunto, facendole con una cura e un entusiasmo già di per sé commendevole. Nel circuito delle telestreet ricordo il documentario “Barriere” realizzato dai disabili di Discovolante, che poi vinse il premio di giornalismo Ilaria Alpi. Ma sulla stessa TMO Gaeta – quando non è troppo impegnata a rincorrere la cronaca più spiccia – capita di vedere prodotti che meriterebbero una circolazione più ampia. Gli approfondimenti di Kitab di un anno fa, di quelli che spiegavano le cose con serietà (tipo “il pozzo nero della storia italiana”) ma senza giocare troppo agli intellettuali. L’intervista e lo spettacolo di Moni Ovadia, o la conferenza di Saramago sulla democrazia (portate a TMO dall’amico Gernone). Certe clip di satira intelligente, tipo il Gastone di Petrolini abbinato a Berlusconi (realizzato da Gino Oliviero). Il documentario americano “The Corporation”. La bella trasmissione sulla Gaeta di un tempo commemorando lo scrittore Magliocca, passata venerdì scorso su TMO. O ancora “L’epopea dei Saharawi” di Steven Forbus, un documentario intenso e asciutto sull’accoglienza di un gruppo di bambini saharawi, lontani fin dalla nascita dalla loro terra, in alcune famiglie della città di Formia. Per non parlare di quello che si trova tra le pieghe del web, come certi video mediattivisti su ngvision.org.

 

E pensare a quante se ne fanno di queste buone piccole cose, e come si potrebbe aiutarle a circolare. Vabbe’, sempre che sull’altro canale non ci sia Sanremo. (Che poi non pensiate che non lo seguo: per esempio è un’edizione onesta ma insipida, l’ospitata di Tyson è stata una stronzata, e la canzone di Alexia è uguale a “What a feeling”).