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TMO WATCH

Memorie corsare

 

 

Luca Di Ciaccio

3 novembre 2005

 

 

In questi giorni c’è un piccolo tesoro che gira per le reti televisive nazionali, ed è il materiale raccolto e riordinato del Pier Paolo Pasolini televisivo. Ci sono pezzi d’autore, materiali, frammenti, spezzoni di interviste, parole corsare e così via, e tutto viene ritrasmesso a tarda sera sui vari canali, nei giorni in cui ricorre l’anniversario della sua morte. Da queste commemorazioni, fatte ormai a decenni di distanza dai tempi in cui quelle parole corsare furono dette, col coraggio dello scandalo e con lo sguardo mai abbassato, emerge ancora un colosso che ci fa pensare e quasi ci zittisce. Come artista, come intellettuale, come persona politica. L’altra sera, per esempio, si è rivista la famosa intervista di Enzo Biagi a Pasolini, un bianco e nero del 1971, uno studio pieno di gente e i due a confronto. Niente male davvero. Biagi chiedeva lumi, alla sua maniera, tentando di portare Pasolini su percorsi riconoscibili: “Nel Vangelo trova consolazione?”. E quel giovane bruno e nervoso sulla sedia di fronte si agitava, cercava il tono giusto e poi diceva che no, nel Vangelo c’è tutto ma non la consolazione. “Ma lei intende il Vangelo di Cristo?” chiedeva poi Pasolini, per poi deludere la speranza appena riaccesa: “No, allora proprio no, nessuna consolazione”.

 

Trent’anni esatti da quella notte in cui uno così venne tolto di mezzo per sempre. Ed è utilissimo rivedere oggi quegli squarci d’orizzonte contenuti nelle ultime interviste di PPP, trent’anni fa, con l’incubo della tv futura al centro di osservazioni che erano molto di più che profezie. Quelle piazze dove “se guardi dall’alto ogni ragazzo è uguale all’altro”. Quella scatola elettronica imbonitrice, “dove non è ammesso dire una sola parola di scandalo”. Viene in mente che fu lui a teorizzare per primo la rivoluzione antropologica degli italiani, il crollo e l’impazzimento delle vecchie identità, la nuova egemonia del consumo e del denaro. E viene in mente pure che oggi, in talune tivù di strada o di provincia, un occhio ardito e poetico potrebbe perfino intravedere le ultime “lucciole”, gli ultimi residui di un tempo postmoderno, una caratterialità tenace che ancora non si arrende di fronte agli eserciti di uomini e donne pronti per formare le schiere di un Paese conformista e telegenico. O forse è già troppo tardi, mentre ancora tutti girano attorno al dibattito sulla tv che si mangia la politica o viceversa, mentre la domanda più radicale sarebbe se esiste effettivamente “qualcosa” che corrisponde, “là fuori”, nella realtà, alla definizione di pubblico e di audience che finora ci siamo costruiti. Ben altro effetto arriva dal rivedere quei vecchi video di Pasolini. Se a Gaeta, su TMO, li ritrovano, se non l’hanno già fatto, dovrebbero rimandarli subito.