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TMO WATCH
L'ultima spiaggia
Luca Di Ciaccio
18 novembre 2004
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Deve trattarsi –
come dice il blogger Achille – del classico “effettogattospiaccicato”:
quel meccanismo che di solito ti fa rimanere incollato a vedere cose che
dovresti ragionevolmente schifare. Accade in questo modo che ci si ritrovi
a chiedere perché mai il servizio pubblico debba finanziare e farci
sorbire a tutte le ore le lezioni di danza di due sgallettate come le
gemelle Lecciso. Oppure perché abbiano cacciato Topo Gigio (che è un po’
l’Enrico Mentana dei piccoli) dallo Zecchino d’Oro che lui stesso aveva
quasi fondato. O magari succede che, dopo un po’ di venerdì sera che si
trovava sempre una scusa buona per rimanere a casa, uno qualunque di noi –
insospettabili e di buone letture come tanti altri – si accorga di essere
stato di nuovo contagiato dall’Isola dei Famosi.
Verrebbe voglia di
versare un obolo agli orlandones, pur di redimersi. Ma c’è poco da fare
gli schizzinosi. Se ci pensate bene, tra televisione di strada (o quello
che TMO dannatamente è adesso) e televisione generalista le abitudini e i
flussi stilistici si incrociano pericolosamente. La più sublime sintesi
non poteva che darla il Masaniello dell’etere Ciano, nella sua ultima
lettera: “Noi non filtriamo niente, mandiamo in onda la realtà e
contrapponiamo l'isola di Patatè a quella dei famosi”. Ecco, è lì che ti
volevo. Se i codici con cui misurarsi sono questi, chi imita chi? I
dialoghi surreali dell’Ultima spiaggia o le tamarrate sublimi del Pozzo da
Poppa? La spiaggia dei mosquitos o il canalone della monnezza? O forse
Chiquito e Paquito di Avanziana memoria? Poveri noi.
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