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TMO WATCH

La vita bassa

 

 

Luca Di Ciaccio

28 ottobre 2004

 

 

La scorsa settimana Marco Lodoli, scrittore e insegnante, ha lanciato su Repubblica un notevole sasso nello stagno, raccontando di un breve dialogo con una delle sue studentesse quindicenni, alla fine dell’ora di lezione. Si parlava del mondo difficile da decodificare dei giovanissimi, di pantaloni a vita bassa, di vite già archiviate o quasi a quindici anni nell’impossibilità di raggiungere modelli di successo, quelli veicolati dalla tv, ovviamente. Molti hanno voluto dire la propria sulla questione, con la solita fastidiosa voglia di generalizzare in fretta un paio di generazioni oppure di liquidare il problema con il solito paio di capri espiatori. Due giorni dopo Lodoli è tornato sull’argomento, aggiungendo dettagli desolanti: “la studentessa non conta nemmeno sulle sue forze, non ha troppa voglia di studiare e sacrificarsi per diventare infermiera o maestra d'asilo, perché secondo lei sarebbe comunque vita grama, lontana dal castello”.

 

Il “castello” sarebbe quello dorato della tv, o di chi in ogni modo gode di successo o visibilità. Ma è davvero così? Può darsi che questi siano i primi sintomi e scricchiolii di “crisi del modello berlusconiano e della maggioranza che lo incarna”, come sostiene Freccero. O non sarà che, come si chiedeva Antonio Dipollina sul suo blog, “la tv - in questo caso e solo in questo - funziona come grande alibi per troppi, adulti, giovani, giovanissimi”?. Se poi è davvero così, con due o tre generazioni a venire condannate all'infelicità, perché non si comincia a insegnare a scuola come smontare e rimontare la finzione del modello televisivo? Perché non si comincia a restituire a questa “maggioranza” la consapevolezza della propria sovranità? Forse qualcuno dirà che ci vorrebbe una "patente alla tv" non solo per quei (pochi) che la fanno, ma che per quei (tanti) che la guardano. Per dirne una, perché TMO (così attenta ai suoi “doveri civici”) non comincia qualche lavoro con le scuole, o magari si riprende quei quattro liceali scalmanati che facevano “Dimensione giovani”? Il movimento delle telestreet (che oggi vive una fase inacidita e stanca) è stata e resta un’esperienza importante, ma che non può essere l’ultima. Una moderna alfabetizzazione dello spettacolo, ecco, potrebbe essere un buon obiettivo.