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TMO WATCH

Momenti topici di un anno

 

 

Luca Di Ciaccio

30 dicembre 2004

 

 

 

Un altro intenso anno finisce, e ancora le inutili classifiche di fine anno prosperano. Non che questa che andrete a leggere ora sia di qualche rilevanza per il dibattito politico internazionale, ma almeno ci aiuterà a riordinare i nostri piccoli ricordi e prendere atto dei tempi.

 

Una personale ‘top seven’ dei momenti topici vissuti dalle parti di TMO Gaeta, dentro o fuori o attorno allo schermo paesano (lo scrivente, qui, le ha sperimentate un po’ tutte e ancora si sta riprendendo).

Uno. Quella volta delle elezioni europee e provinciali, la sinistra che da noi perdeva allegramente e il lungo pomeriggio in diretta passato tra exit poll e cartuccelle, quella volta che alle sei di sera gli orlandones smobilitano tutto per vedere la partita della Nazionale agli Europei, e Damiano Ciano che fa il cazziatone a tutti, e la gente che telefona, stando lì bisogna badare alle elezioni e mica vedere la partita, che poi pure 0-0 finirà.

Due. Quella volta che Pauluccio Pataté voleva mostrare al Masaniello dell’etere Ciano le sue ferite di guerra, e quello incoscientemente “si dai, vediamo”, e Patatè che gli diceva “si, ma le palle ci sono ancora”, e poi intuisci il gesto che sta per seguire, e Ciano che tentava di fuggirne con un “no, ci credo, non voglio vedere”, ma il sommovimento di braghe e muscoli era già partito, è giusto un attimo, e l’irreparabile si compiva sotto gli occhi di una pia spiaggia domenicale. E meno male che la telecamera di Ciano, in quei dieci secondi fatali, puntava verso il cielo.

Tre. Quella volta che il sindaco vietò a TMO le riprese del consiglio comunale, e il weekend di bufera che ne seguì (primo presagio di altre più pesanti bufere sulla telestreet gaetana), titoloni in cronaca locale, consiglieri ammutinati, vecchine dei vicoli pronte alla rivolta, incacchiatissimi orlandones che sbattono il dito sotto il naso degli amministratori, ansie di legittimazione. E poi, perfetto show-time, la telefonata del sindaco alla mezzanotte di lunedì, “state esagerando, non siamo mica nel 68”, e solenni mai-più-censure, “non vi fidate? e che debbo fare? metterlo per iscritto?”. 

Quattro. Quella volta che TMO trasmise in anteprima il film Fahrenheit 9/11  di Micheal Moore, e i gestori del cinema andarono a protestare, e gli orlandones per cui è meglio far finta di niente che rivendicare, e Bush che (nonostante il mediattivismo mondiale) le elezioni poi le vincerà lo stesso.

Cinque. Quella volta che Gabriele D’Arienzo definì “puttane” chiunque appaia in video e così perda il controllo della sua immagine. Le stesse cose che direbbero Perniola o Baudrillard, insomma. E successe il finimondo – non si offende la morale - : indignazioni somme, improvvise solennità di sguardi e moniti, non v’azzardate a darci della puttana, noi siamo gente ammodo, eccetera. E poco dopo D’Arienzo fu epurato dall’associazione.

Sei. Quella volta che chiamò un tale, in diretta, che invitò tutti i cittadini gaetani a mettersi in mutande, e si lamentava di non essere preso sul serio.

Sette. Quella volta, all’università di Roma Tre, che Carlo Freccero definì TMO come “parzialmente locale con piglio situazionista”. E quando a Eterea2 l’olandese David Garcia lanciò il monito “Attenzione, da noi le tv legalizzate sono diventate noiosissime”. E quando il collettivo Kitab sciogliendosi disse: “la televisione non è mai stata considerata da noi come un fine, ma come un momento di un'attività storica”. E quando Antonio Ciano, con toni vagamente mistici, scrisse: "Lo sappiamo, forse saremo destinati al martirio, ma forse no, la vita è fatta a scale, c'è chi sale e chi scende e nessuno può distruggere l'idea rivoluzionaria di libertà".

 

Ecco, io vorrei anche promettere di non parlare più di televisione, con tutti i guai che ci sono. In cambio, però, la televisione cerchi di rendermelo facile. Buon anno.