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House of Cards

“La democrazia è così sopravvalutata” ci sussurra il deputato Underwood, guardando dritto nell’obiettivo, dritto nei nostri occhi spettatori. Vorremmo che nella politica fosse tutto come nelle belle fiction presidenziali di appena pochi anni fa, con il presidente che conservava la sua integrità mentre tutto attorno scorrevano, più reali che mai, le tempeste della politica e della comunicazione mediatica, ma il corridoio dei quadri nel nostro museo delle speranze frustrate diventa sempre più lungo da percorrere. Siamo nell’era della “post-hope politics”, come ha scritto il New York Times, e il buon vecchio presidente Bartlet non sarebbe durato un solo ciclo di notizie e di azzannamenti social, qui. “Hunt or be hunted”, caccia o sarai cacciato. Nella serie “Boss” il terribile sindaco di Chicago è gravemente malato ma fa di tutto per restare in sella, perché crede di essere il solo a gestire il potere così come va gestito: “I popoli vogliono essere guidati. Vogliono che le loro dispute vengano risolte, che i loro trattati vengano negoziati, che vengano creati posti di lavoro, che i rivoltosi vengano puniti, e vogliono che la loro fedeltà venga ripagata. A coloro che li guidano verso tutto quello che vogliono danno il potere. È un patto. Tacito e primario. Se una delle due parti non fa il suo dovere bisogna trovare una soluzione”.

Non ci fidiamo più delle promesse di integrità, la crisi ci ha indurito, amiamo il pragmatismo, l’ambizione finalizzata all’obiettivo, ma confondiamo ancora la politica con il potere, e non siamo disposti a farci le domande che veramente contano: i politici che vogliono migliorare le cose possono farlo senza sporcarsi le mani? A cosa servono i grandi principi se non si lotta per averli? Ed è meglio barare per ottenerli o continuare a perdere le occasioni? Intanto finalmente, pezzo dopo pezzo, si smantella l’idea che siano i politici corruttibili a rovinare la bella politica. È la natura stessa del potere istituzionale che corrompe gli uomini, modella le loro azioni, li pone nel ruolo di cacciatori o di prede. Ora, non troveremo la versione italiana di House of Cards, così come non abbiamo mai avuto un nostro West Wing. Ci mancano il fegato e l’ambizione per immaginare un politico esemplare e tutto d’un pezzo capace di farci commuovere oppure uno scalatore senza scrupoli dentro i palazzi del potere per cui ritrovarsi a fare il tifo. Eppure c’è qualcosa di inquietante quando Frank Underwood ci guarda dritto negli occhi, con la stessa capacità che hanno i bravi politici di creare l’illusione che stiano prestando la loro attenzione proprio a ciascuno di noi, rendendoci definitivamente complici, rifiutando di assolverci.

Luca Di Ciaccio • 11 Aprile 2014


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