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La liberazione degli altri

Tre quarti e spicci di un secolo fa, a quell’ora, la gente scendeva in piazza a festeggiare. Chi aveva ucciso festeggiava di non dover più uccidere; chi si era nascosto festeggiava di non doversi più nascondere. E poi, certo, c’era chi anche quel giorno covava i suoi rancori, e approfittava della confusione, e sono cose di cui non è giusto dimenticarsi. Ma era una bella giornata, e la guerra era finita: e se abbiamo 364 giorni all’anno per litigare su tutto, pure la gioia di quel giorno dovremmo essere capaci di festeggiarla. Per chi ha combattuto, per chi è morto, per chi era stanco di andare in montagna e voleva tornarci sono per portarci la ragazza, per chi ritornava a casa e doveva rimboccarsi le maniche di fronte a un cumulo di macerie. Bisognerebbe chiederlo a chi ha combattuto, a chi c’era, sono sempre di meno ormai. Qualcuno si permette perfino di interromperli mentre parlano, alle manifestazioni di questo giorno. Perché c’è sempre chi, il 25 aprile, con leggerezza e arroganza, decide di porre sullo stesso piano i partigiani di allora e i “ribelli” di oggi, che siano i No Tav o i manifestanti per la casa.

Ma c’è una grande differenza tra chi si ribella per ottenere qualcosa, la casa o le cose, i soldi o un posto di lavoro, oppure per rivendicare un proprio diritto, vero o presunto, e chi si ribella non per sé, non per avere qualcosa, per ottenere un risarcimento o una soddisfazione, ma per permettere agli altri di essere liberi, per mettere in piedi un mondo che probabilmente non avrà la voglia o soltanto il tempo di vedere, per contribuire a liberare comunque sia, senza altri scopi né meriti, senza crediti da vantare o ego da appagare. È la stessa differenza, credo, tra chi vive religiosamente con l’ansia di guadagnarsi la ricompensa dell’aldilà, il paradiso agognato, e chi vive facendo le cose giuste senza crediti da vantare, semplicemente perché gli viene naturale farlo, perché è giusto così. Salvo accorgersi che il mondo che hai faticato per liberare è lo stesso nel quale, un giorno che alla fine è arrivato, coloro che assomigliano agli oppressori di un tempo o coloro nei quali riconosci il volto dei tuoi figli e nipoti ignari di gratitudine, saranno liberi – liberi anche loro – di non ringraziarti, o di venirti a contestare mentre chiedi semplicemente almeno oggi, oggi che è il 25 aprile, di stare uniti. Un mondo un po’ più libero ma sempre capace di uccidere per un giocattolo, per una bandiera, per il fantasma di un diritto o di un possesso.

Luca Di Ciaccio • 27 Aprile 2014


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