Ludik

Luca Di Ciaccio

Calciatori immaginari

Bambini che giocano a calcio nei giardini polverosi di piazza Vittorio, sotto un cielo azzurro tenebra, hanno facce da oriundi di ritorno, italiani che non lo erano e che saranno, pelle olivastra e occhi quasi a mandorla. Cominciavo a vedere pezzi di campionato mondiale di calcio ovunque, d’altronde ogni estate coltiva la sua ossessione. Mi bastava cogliere il piacere di immaginare la partita che volessi, decidendo chi sono i buoni e chi sono i cattivi, e chi far vincere, assegnando meriti e colpe come un giudice con una cartina del risiko al posto del codice penale, regista di un film di cui scegliere attori e trama. Sognando ad occhi aperti, “come un polpo Paul che va dove mi mandano le scariche elettriche che io stesso mi infliggo”.

In realtà non avevo mai amato il calcio, ma non lo avevo nemmeno mai odiato. Mi piacciono però le passioni dispiegate ai massimi livelli, le ossessioni condivise su larga scala, fino a diventare una coreografia rituale, tutti insieme – o quasi – nello stesso momento, a subire l’irrinunciabile impulso di fare la stessa cosa. Seguire con gli occhi un pallone, scambiarsi dei regali, mettersi in coda in autostrada, alzare gli occhi al cielo. Non posso vantare particolari competenze tecniche, non sarei in grado di argomentare sul 4-4-3 o sul 5-4-2, dimentico i nomi delle formazioni e i gol del passato con la stessa facilità con cui non mi tornano mai in mente i finali del film o dei romanzi che pure ho molto apprezzato. Jorge Valdano, centravanti dell’Argentina campione del mondo del 1986, una volta raccontò che il cittì Alfio Basile era solito commentare con aria disarmata: “Io sono bravissimo a disporre gli uomini in campo; purtroppo al fischio d’inizio loro si muovono”. Accade qualcosa di simile coi pensieri. Qualsiasi gioco, in fondo, rappresenta in piccolo, come sotto un vetro, il gioco più allargato dello stare al mondo.

E così, piano piano, i mondiali di calcio avevano finito per catturarmi, sprofondando sul divano per seguire quante più partite possibile, superando persino l’uscita ingloriosa della Nazionale italiana, e dunque lo stordimento dell’avere perso senza averci capito niente, senza nemmeno sapere quanto si vale davvero. Non riuscivo a godermi del tutto il gesto atletico, di là c’era lo spettacolo di ventidue giocatori che come funamboli compongono e scompongono schemi per infilare una palla nella rete, di qua c’ero comunque io, a bordo campo, con i miei pensieri claudicanti, lo sforzo vano di dover cercare significati in ogni gesto, senza riuscire a godermi il momento di gloria degli uomini davanti alla prova. Il tifo granitico, l’idea fissa da perseguire nella vita, la perseveranza olimpica di inseguire un punto in fondo al campo o di marcare un avversario, pensavo, avrebbero potuto salvarmi. Che peccato non aver mai imparato a giocare a pallone, mi dicevo, mentre guardavano quei bambini giocare di là della strada, e a momenti per guardarli mi perderò la finale.

Luca Di Ciaccio • 12 Luglio 2014


Previous Post

Next Post