Ludik

Luca Di Ciaccio

La strada chiusa

Qualcuno aveva pensato di usarla come scusa davanti ai bambini delusi sotto l’albero. Quest’anno Babbo Natale non ha fatto in tempo, la strada è chiusa. Oppure è arrivato tardi, che sull’Appia adesso c’è un traffico che non ti dico. Anzi, poveretto, lui i regali li aveva fatti ma poi ha avuto un incidente al curvone tra Fondi e Itri, non hai saputo? Ma i bambini mica ci crederebbero, e non ci credono nemmeno i loro genitori che certe volte qualcuno pensa di trattare proprio come fossero bambini, magari un sindaco mentre gli dice che quest’anno non c’è nessuno in città ad ammirare quelle luci costose e stravaganti sopra i negozi vuoti, c’è la strada chiusa perché altrimenti i fantomatici turisti arriverebbero a frotte, e invece che peccato, che sfortuna. Non se la beve nessuno e forse non me la berrei nemmeno io finché non prendo la macchina e vado a farmi un giro sulla strada vuota. Ci sono dei cassoni che bloccano la strada, e più in là la montagna è ancora franata, come fosse mezza nuda di fronte al mare. Il guardrail spiaccicato e i buchi sull’asfalto ricordano ancora la tragedia appena sfiorata. La galleria lì in fondo è una bocca spalancata sull’ignoto, da cui non esce un sospiro di clacson né un sospiro di anidride carbonica, rimasta senza fiato.

Non c’è nulla di più straniante di una strada vuota, senza auto, da percorrere a piedi ondeggiando sulla doppia striscia bianca tra le corsie, al centro dell’asfalto. La strada non è più un mito di libertà, nessuno vi cerca più l’emancipazione e la vita, la strada non esiste più se non come discarica dell’umanità, come luogo di raccolta di rottami e rifiuti, fazzolettini usati e crudeltà che si accumulano sul ciglio assieme a dei fili d’erba di cui ora che ci cammini accanto scopri l’esistenza e cerchi di capire quale miracolo li abbia fatti crescere e sopravvivere proprio lì. Saranno spuntati adesso o c’erano già da prima, quando le macchine sfrecciavano appena uscite dalla galleria? Cammini sulla strada che tante volte hai percorso a tutta velocità, come nel sogno che ti perseguita da bambino, con le onde di un mare in tempesta che invadono quella carreggiata vicina all’acqua, così vicina che in certe mattine d’estate verrebbe voglia di tuffarti direttamente dal finestrino, come nell’incubo di quella sera che sei dovuto scendere dalla macchina per vedere la macchina di un amico diventata un groviglio di lamiere, come non avresti immaginato mai, l’ambulanza aveva già spento le sue sirene.

Nei vecchi film in bianco e nero quella strada è ancora un nastro d’asfalto che corre tra il mare e i campi, senza ingombri e brutture all’orizzonte, e quelle curve fanno innamorare e non fanno ancora paura. Ugo Tognazzi nei panni di un autista abituato a dire sempre “Sissignore” si prende la colpa di un incidente disastroso che non ha nemmeno provocato lui solo per non inimicarsi il suo padrone. Diabolik invece si infila tra le gallerie a strapiombo sul mare e semina tutti i suoi inseguitori, e ancora una volta abbraccia Eva Kant e lascia con un palmo di naso l’ispettore Ginko. Costruite, distrutte e ricostruite sulla stessa traccia. Poche cose come le strade sopravvivono al tempo che passa. Entro nella galleria. Non è una galleria oscura, prima di diventarlo ci sono delle arcate lungo un lato, finestre di luce spalancate sulla distesa accecante del mare. Quelle arcate che aspettavo di vedere ogni volta che venivo dalla direzione nord, quel momento in cui il mare si apre all’improvviso davanti agli occhi e ai fanali come un grande schermo a colori. Vorrei sdraiarmi sulla strada vuota, chiusa chissà per quanto, mentre tutti sembrano già essersi rassegnati, alzano le spalle e trovano una scorciatoia per andare avanti. Rileggere “La strada” di Cormac McCarthy, ripensare alle macchine che sfrecciano: “Di lei ricordavo tutto tranne il profumo. Lei teneva la mia mano in grembo e io sentivo l’orlo delle calze sotto la stoffa leggera del vestito estivo. Fermate quest’immagine. E adesso fate venire giù tutto il buio e tutto il freddo del mondo e andate all’inferno”.

Luca Di Ciaccio • 27 Dicembre 2014


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