C’era solo un presidente

Il presidente che da qualche giorno non lo è più – “presidente emerito”, si dice, per l’esattezza – arriva nella piazzetta alle quattro e mezza di pomeriggio, sottobraccio alla moglie, camminando lentamente un passo dopo l’altro, il cappello sulla testa per salutare, la pelle sottile, liscia come il marmo, il cappotto nero a cui appendere i lunghi anni di una presidente che molti chiamarono regno, e una selva di telecamere ancora attorno a lui, “ma non dovevamo vederci disarmati adesso?”. C’è scritto “Bentornato presidente!” sui manifesti appesi alle finestre della piazzetta del rione Monti, che per molti è massima aspirazione immobiliare, ben più del famoso palazzo sul colle più alto della capitale. La piazza acclama e trascina l’ex presidente e sua moglie, ora tornati vicini di casa, compagni di quartiere, conterranei catastali. Cittadini come tutti gli altri, dice qualche giornalista con l’enfasi che sempre è dovuta quando davanti alle telecamere si raccontano gli eventi minuto per minuto. Ma chi è stato potente, chi ha visto il paese dall’alto, chi ha pensato che la sua vita avesse una missione, chi ha maneggiato ideali e compromessi non torna mai ad essere uno come gli altri. Ci sono capotreni in pensione che tornano a guardare la stazione, seduti su una panchina, per risentire l’odore dei treni passati per sempre. C’è gente che percorre l’esistenza obbedendo alle proprie passioni e che infine, in modo consapevole o istintivo, scopre con malinconia che la vita è solo una recita priva di senso, una nebbia in cui tutto appare e subito si cancella.

Presidente, gradisce? Sotto il gazebo del bar sulla piazzetta l’ex presidente alza il calice di prosecco e taglia la torta con cui il comitato di quartiere l’ha omaggiato. Sta attento a tagliarla, col gesto lento della mano che quasi trema nell’affondare il coltello, evitando di colpire le bandierine tricolore di zucchero sopra la panna. Accanto a lui c’è la delegazione del quartiere, e una signora si premura di istruire gli ignari giornalisti: “quello è er macellaio, quello è er parrucchiere, quello è er prete”. Gli abitanti del quartiere mugugnano, perché il muro di cameraman e fotografi impedisce di godersi l’augusta presenza dell’ex presidente. E tutti lo scrutano con sguardo obliquo dagli schermi di tablet e cellulari, dove lo si vede parlare ma non lo si sente, e sembra ancora lontano, come quando era il primo cittadino del paese, visto al telegiornale della sera. La moglie lo osserva con uno sguardo che è un misto di sollievo e apprensione. Sollievo per aver lasciato quel Palazzo che ormai a loro sembrava quasi una prigione, incatenati dal senso del dovere di cui sembravano invece sprovvisti quelli che in ginocchio lo avevano pregato di rimanere ancora qualche anno. Apprensione per il vuoto che si spalanca quando si abbandona il senso del dovere, e non ci sono più gradini da salire ma solo divani su cui fermarsi a riposare.

Come il Presidente romanzato da George Simenon “quando rimaneva così, con le palpebre chiuse, si poteva pensare che dormisse, invece, non solo non dormiva, ma conservava una precisa consapevolezza del suo aspetto esteriore: il busto un po’ rigido nella giacca nera troppo ampia, simile a una redingote, il mento sostenuto dall’alto colletto inamidato che appariva in tutte le sue fotografie e che indossava come un’uniforme sin dal mattino”. Il Presidente ha tenuto in mano il timone della Storia, ha creduto di dare una direzione agli eventi, ha preso decisioni difficili, è un monumento vivente, eppure, sprofondato nella sua poltrona, come un vecchio filosofo percepisce l’inutilità assoluta di tutto quello che ha fatto. Dal passato tornano volti e nomi di uomini potenti e di infelici compagni di scuola, di amanti deluse, di collaboratori ignobili, tornano le riunioni con i grandi della terra, quando si prendevano le decisioni epocali, la rabbia di un tempo di fronte alle ingiustizie e alla corruzione, i comizi e i dibattiti e le mozioni, e tutto gli appare fumo, vanità, teatro. Il nostro ex presidente invece, qui, ora, sotto le finestre del suo quartiere, sembra invece soltanto voler restare ciò che è sempre stato, perché alla fine ci si può dimettere da tutto ma non da se stessi.


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