Radicali liberi

Al portone di via di Torre Argentina 76, al centro di Roma, c’è un citofono da cui alla fine sono passati tutti, probabilmente senza mai citofonare, perché il portone è sempre aperto. Sulla targhette ci sono in basso le “suore benedettine”, in alto le “suore operaie” e in mezzo il “partito radicale”. Delle suore non saprei dire, ma tutte le volte che sono salito al terzo piano, dove ci sono i radicali, dentro quegli stanzoni e quei corridoi vecchi, grandi, disordinati, traboccanti di una vitalità novecentesca, già nostalgica, mi sono sempre trovato leggermente spaesato. Perché è un posto dove è facilissimo entrare e restarci – “scusi, cosa potrei fare?”, “fai un po’ quello che te pare” – con una confidenza che è automatica  e senza barriere, e allo stesso tempo è un posto da cui è difficilissimo uscire, e si capisce che lì c’è una comunità che vive anche di sentimenti possessivi, passioni brucianti, visceralità non di rado autodistruttiva.

L’altro giorno era il compleanno di Marco Pannella: sono 85 anni, due tumori e sessanta sigari al giorno, “proprio perché non voglio morire continuo a fumare” dice lui. A un certo punto il microfono – che è sempre aperto, sempre in diretta – lo prende una vecchia dai capelli rossi e dice “io nella vita mia potevo essere solo radicale, potevo solo conoscere Marco, perché io, ve lo dico, ero una rompipalle tremenda fin da piccola, contestavo qualunque cosa in famiglia e a scuola e al catechismo, infatti mi odiavano e mi volevano bene tutti, così un giorno ho incontrato sulla mia strada i radicali, e Pannella, e ho capito che questi erano perfetti, proprio pazzi e rompipalle come me, ed è come innamorarsi e non lasciarsi più, e anche adesso io sono una di quelle che non molla, non molla mai, mi metto a fare amicizia pure con quelli dei call center che mi chiamano per vendermi qualcosa, l’altro ieri una di queste, una ragazza di Napoli, l’ho tenuta per mezz’ora al telefono, e alla fine le ho detto scusa, ma come fai a non conoscere i nostri compagni radicali di Napoli, ci devi andare, e forse l’ho pure convinta, chissà”. Pannella intanto fumava, e rideva ogni tanto perso dentro illuminazioni tutte sue. E a un certo punto è sbottato: “Voi però non avete capito un cazzo, voi non dovete solo parlare e parlare e parlare, voi dovete ascoltare, ascoltare sempre gli altri”. Io intanto guardavo tutti quei vecchi manifesti alle pareti – cortei e referendum, battaglie e appelli, si e no da dire sempre con una croce o a voce alta – e pensavo alle pubblicità degli shampoo che andavano quando ero più piccolo, erano tutti fissati contro “i radicali liberi”, sulla pelle o nei capelli. Io non ho mai capito cos’erano questi radicali liberi, ma sotto sotto mi sono sempre stati simpatici.


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