Miss Sarajevo

Il mare è alle spalle, un altro mare si apre davanti. Dietro, il mare Adriatico dei bagnanti a mollo, dei campanili che scrutano le barche dei pescatori e quelle dei milionari, degli antichi e nuovi commerci. Davanti, il mare sterminato di un altopiano pietroso, adatto al sole crudele come ai venti glaciali, terra di villaggi isolati, pascoli e pietraie, montagne aspre. Alla dogana, tra Croazia e Bosnia, c’è una lunga coda, i documenti si chiedono e si controllano, qui finisce l’Unione Europea. Ma da sempre questa è terra di confini. Tra il mare Mediterraneo e il mare Sarmatico, cioè la grande piana del Danubio. Tra impero asburgico e ottomano. Tra l’est o l’ovest percepiti ognuno per sé. Tra i mercanti e i soldati. Le città della costa dalmata sono vicine, ma sembrano lontane. Oltre le gole e gli altopiani comincia un mondo dove la vita non si misura con il tempo, il passare delle stagioni, ma con lo spazio da difendere o da conquistare. Terre lunari, dove coltivare memorie che non passano.

Entrati in Bosnia, poco dopo il confine, ecco un’automobile da cui i passeggeri sventolano bandiere croate, come se uscissero da uno stadio, ma non c’è nessuno stadio e nessuna partita oggi. Marcano il territorio. Vedremo la stessa scena a nord di Sarajevo, nella Repubblica Serba di Bosnia, bandiere serbe, murales di presunti eroi dallo sguardo truce, monumenti appena costruiti per ricordare i morti di una sola parte, in un paese che però di parti ne ha tre, come i tre presidenti che si alternano con uguali poteri al vertice dello Stato – un serbo, un croato, un bosgnacco – così concepito dall’accordo di pace americano di trenta e più anni fa. A Mostar, dal ponte ricostruito, alzi gli occhi verso il Monte Hum, che sovrasta la città, è un’enorme croce si staglia fiera, nel punto esatto dal quale prima i serbi e poi i croati tenevano le loro postazioni di artiglieria. La guerra nell’ex Jugoslavia, i massacri in Bosnia, succedevano mentre crescevo, a due passi da me, da noi, erano un sottofondo dei telegiornali, insieme al Golfo, ai barconi degli albanesi, ai politici italiani con gli avvisi di garanzia e alle bombe di mafia, al Milan e ai Mondiali, mentre noi giocavamo e volevamo crescere e forse diventare ragazzi dell’Europa. Quando, pochi anni fa, la Russia ha invaso l’Ucraina tutti hanno cominciato a dire: è incredibile, la guerra che torna sul continente, non succedeva dal 1945. Dell’ex Jugoslavia già non ci si ricordava più. Quel vuoto era stato riempito da altro. Vengo da un paese costruito sulla forza irresistibile della smemoratezza, sul “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”, sulla rimozione delle colpe storiche. E quindi forse non posso capire una terra condannata al ricordo, un mondo costruito sull’esasperazione della memoria e sul mito. Demoni pronti a risvegliarsi, sepolti sotto antiche biblioteche andate in fiamme, dentro profezie di veggenti che parlano con Madonne guerriere, tra incensi di monasteri ortodossi e richiami di muezzin da minareti moderni e lisci come missili, nei complotti di presunte logge segrete, tra il modernariato di utopie totalitarie fallite, negli echi di battaglie vecchie di secoli combattute da mummie che vantano ancora conti da regolare. Nei libri di Paolo Rumiz che spiegano le guerre dell’ex Jugoslavia negli anni Novanta (fondamentale il suo Maschere per un massacro), lui dice che quella dell’odio tribale, etnico, ancestrale è una comoda bugia autoassolutoria, che fa comodo a tutti, «la più astuta delle bugie costruite dai massacratori» per coprire le guerre tra poteri diventati mafie, i travasi di armi e soldi, l’ignavia delle nazioni europee, «e mantenere le masse divise e subalterne, docili con i propri guardiani e aggressive col mondo esterno». Sempre Rumiz scrisse una frase che vale per tutti, una legge aurea che parla anche a noi: «la percezione del pericolo non aumenta ma diminuisce con l’avvicinarsi dello stesso».

Nel centro di Sarajevo le persone fanno la fila per appoggiare i propri piedi sull’impronta delle scarpe fissata sul marciapiede. Come in una macabra walk of fame, la piastrella di cemento riproduce il punto esatto in cui Gavrilo Princip, giovane nazionalista serbo-bosniaco, uccise con due colpi di pistola l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria-Ungheria, e la moglie Sofia. È un ricordo da libro di scuola: l’inizio simbolico, il pretesto, la miccia che diede il via alla Prima guerra mondiale. Il luogo è l’angolo del lungofiume con il vicolo che sale dal Ponte Latino sul fiume Miljacka verso nord. La prima lapide la misero gli austriaci, per ricordare “il luogo del martirio per mano assassina dell’erede al trono Arciduca Francesco Ferdinando e di sua moglie, la duchessa Sofia”. Crollato l’impero, la Bosnia fu inclusa nel Regno dei serbi, dei croati e degli sloveni, e una nuova targa annunciava che “In questo luogo storico Gavrilo Princip proclamò la libertà”. Quella targa nel 1941 fu staccata dai nazisti che avevano invaso i Balcani e fu spedita in Germania, come regalo per il cinquantaduesimo compleanno di Hitler. Finita la guerra, nella nuova Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, sotto il maresciallo Tito, Princip divenne un eroe dell’internazionalismo socialista. “Da questo luogo”, recitava la nuova lapide, “espresse con la sua pistola la protesta della nazione contro la tirannia e l’eterno anelito alla libertà del nostro popolo”. Sul marciapiede, vennero impresse due impronte per marcare il punto esatto da dove era stato esploso il colpo che aveva ucciso l’erede al trono. Quando nel 1992 la Bosnia divenne indipendente, Princip tornò ad essere solo un fanatico nazionalista serbo, dunque un nemico: la targa fu distrutta, e le impronte impresse sul marciapiede ricoperte. Nel 2004, passata la guerra, sulla strada ricomparvero le impronte e venne apposta una nuova targa. Sta ancora qui, si limita a ricordare, nei termini più neutri possibili, che proprio in questo luogo Gavrilo Princip aveva assassinato l’erede al trono austro-ungarico e sua moglie Sofia. Punto.

Elvedin Puška, veterano delle brigate Dobrinja, ci racconta che dopo la guerra si è messo a ricostruire la sua casa, per non essere abitato dall’odio. Mattoni, cemento, tondini di ferro, porte, finestre, un pezzo alla volta, cercando ogni cosa, dalla mattina alla sera, ogni giorno. «Dovevo avere qualcosa di concreto da fare, qualcosa che mi tenesse impegnate la testa e le mani». Era passato, tre anni prima, direttamente dai banchi di scuola al fucile, per difendere il suo quartiere, l’ultimo prima dell’aeroporto, all’estrema periferia di Sarajevo. All’improvviso, casa sua e le strade dove era cresciuto erano diventate la prima linea dei combattimenti cittadini. Dovevamo batterci a mani nude, dice. Quelli che sparavano erano lì, dietro quei palazzi. Potevano essere i vicini di casa, oppure quelli che fino a pochi mesi prima venivano dalle campagne a vendere la verdura. Tutti pensano che la guerra cominci all’improvviso, con un colpo di fucile, tutti chiedono sempre del primo giorno di guerra, ma niente comincia dalla sera alla mattina. Racconta che fino all’ultimo in tanti non ci credevano, si rifiutavano di crederci, ma i segnali c’erano tutti. Le discussioni, le urla nei bar o alla televisione, le domande per sapere chi eri, da dove venivi, a chi appartenevi, le persone che improvvisamente traslocavano e cambiavano quartiere o città, le facce di chi conoscevi da anni che diventavano via via più tirate, più cattive, le armi che passavano di mano, quelli che venivano a dire che qui forse tira una brutta aria, è meglio andare via. Il terreno era stato cosparso di benzina, e gli accendini non mancavano. È meglio essere soldati semplici che comandanti, sospira guardando le decine di foto di ragazzi che erano ragazzi come lui, ai suoi ordini, appese alle pareti di questo cortile di casa trasformato in museo, in memoriale. Nella cantina di una di queste case sbucava il tunnel che passava sotto l’aeroporto, la flebo che teneva in vita la città assediata, goccia a goccia. Arrivavano le armi, le sigarette, le uova per il mercato nero, qualche capra, qualche persona, e pure le notizie, come quella secondo cui c’erano degli stranieri che pagavano fiori di quattrini per venire a fare i cecchini in città, c’erano anche degli italiani, e c’era pure un tariffario, colpire un bambino ripagava il doppio. «Ecco perché, durante i weekend, i colpi dei cecchini aumentavano invece che diminuire». Uno gli chiede se è mai capitato che, a visitare questo suo museo, si sia presentato un nemico di allora. «Sì, qualche serbo ogni tanto viene, dall’altra parte della collina. Io non vado mai laggiù, ma qualcuno di loro viene. Ci si sorride, qualcuno mi dice cose tipo: eh, certo quella volta ci avete fatto un culo così. Viviamo in un paese dove ogni mattina c’è chi incontra quello che lo ha denunciato, o quello che è stato l’aguzzino di un suo parente. Io dico sempre che dimenticare non si può, ma andare avanti si deve».

A Sarajevo i cimiteri riempiono gli spazi vuoti, sulle colline ma anche in mezzo ai palazzi, alla città, nei giardinetti e negli spartitraffico. Le tombe hanno quasi tutte le stesse date. In un articolo del 7 maggio 1994 per Cuore, raccolto nel libro Lo specchio di Sarajevo, Adriano Sofri scriveva che una sua amica sarajevese gli aveva spiegato che i bosniaci miravano a sopravvivere per poter avere una morte personale. «Vogliamo tirare avanti fino a tornare a una normalità, a un’esistenza in cui ciascuno possa andare incontro alla propria morte, e sfuggire al destino anonimo e di massa di un intero popolo. Miriamo, noi adulti, a guadagnarci una data e una causa di morte tutta per noi. Voi non potete capirlo». In un museo scorrono le immagini della finale del concorso di bellezza Miss Sarajevo, anno 1993. In un teatro sotterraneo sfilano alcune ragazze in costume da bagno e reggono uno striscione su cui sta scritto “Don’t let them kill us”. Per molti anni, lo stereotipo della reginetta di bellezza la vuole rispondere che il proprio sogno è la pace nel mondo; Inela Nogic, la vincitrice di quel concorso le cui immagini fecero il giro del mondo e che ispirò una famosa canzone degli U2 cantata da Bono insieme a Luciano Pavarotti, dice che all’epoca non sapeva nemmeno se il giorno dopo sarebbe stata viva, ma quella cosa fu un modo folle per vivere una vita normale, un meccanismo di difesa. 

Oggi Sarajevo, come Mostar attraversata dai turisti, non nasconde le sue ferite, le tiene anzi bene in vista, anche se la sera per le strade della capitale della Bosnia i giovani del posto ballano e bevono scatenati. Mario, di madre bosniaca e padre italiano, era bambino quando scoppiò la guerra e con i genitori si trasferì in Italia. Con altri coetanei, accomunati dallo stesso destino, ha sentito il bisogno di tornare a Sarajevo, per mettere un punto, non spezzare un cerchio. Organizzano tour in lingua italiana dove raccontano la storia della città, e anche di quell’assedio. Suo padre, ormai anziano, invece non è più voluto tornare, nemmeno quando è finita quella guerra che lui si rifiutava di credere che potesse scoppiare, dice che la sua Sarajevo, quella in cui era cresciuto e aveva creduto, non esiste più. Avevo letto in un libro dello storico italiano Guido Crainz che nel 1995 l’accordo di Erdut, volto a reintegrare in Croazia un territorio abitato anche dai serbi, stabilì una decisione senza precedenti eppure ritenuta saggia: sospendere temporaneamente l’insegnamento della storia recente nelle scuole. C’è un tempo che cura e un tempo che ferisce, una memoria che salva e una memoria che condanna. Secondo Mario ci vogliono almeno due o tre generazioni per sbiadire e cancellare l’impronta dell’odio che c’è stato e che continua a far sentire le sue vibrazioni, e forse allora ci saranno dei figli che cresceranno in un ambiente meno mefitico. Io l’ho sempre attraversato al contrario questo pensiero, voltandomi verso chi, da noi, aveva visto l’orrore della guerra e la fatica della libertà da conquistare, vedendolo allontanarsi fino a scomparire, e poi dopo toccherà a chi questi racconti li aveva ascoltati di prima mano, e temendo insomma che non si impara nulla dal passato, anche se questo è stato vissuto battendosi per un futuro migliore. 

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