Ludik

un blog

5035891323_96e45b559a_z

Dentro Roma

Ci sarà un motivo se il mio innamoramento per Roma va e viene. Forse perchè di questo – come per il resto dei miei innamoramenti, come per il resto delle sue cose – Roma se ne frega. I romani se ne fregano: è uno di quei luoghi comuni che si estendono a dismisura, fino a trasudare qualche verità. “Si vive in questa città troppo bella – scriveva Ennio Flaiano – amandola, maledicendola, proponendosi ogni giorno di lasciarla e sostandoci”. Passavo intere ore, anni fa, appena arrivato a vivere nella Capitale, a girare avanti e indietro sugli autobus, a inoltrarmi in nuove zone e nuovi quartieri, lasciandomi guidare dal mio disorientamento. Mi guardavo attorno, ed ero così attento perché mi sentivo in colpa: di non conoscere la città, di non conoscere me stesso. Quasi tutti noi, emigranti o meticci, eterni fuorisede, galleggiamo dentro Roma, abituati alla solitudine. Oguno di noi è convinto che Roma sia quella cosa lì che passa ogni giorno sotto la sua finestra, o che scorre veloce dai finestrini di un autobus. Roma ha una tale consuetudine con il transito che ha nascosto i suoi segreti in un punto accessibile a chiunque. Per capirla basta amarla. Ma poi come si fa a fregarsene qualcosa, come si fa a orientarsi in una città nella quale non si riesce nemmeno a capire cosa sta sopra e cosa sta sotto? E’ troppo, è troppa, a volte non basta una vita. Hai voglia a girare avanti e indietro, cercare di capire, di mettere in fila accadimenti e pensieri, come un pazzo, “come un cane senza padrone”, sobbalzando sui sampietrini.

Roma ha troppi strati, troppe botole: ne apri una e sotto ce n’è un’altra, ancora più buia, poi in fondo se ne spalanca un’altra ancora, non si finisce mai, arriva sempre un tipo a dirti che c’è una storia più antica, una lingua più misteriosa, e mentre lo vedi pensi che quel sasso laggiù ha cambiato nome forma e padrone quindici o diciassette volte. Nemmeno i papi e i sindaci ci hanno mai capito niente. Tutti dicono che Roma è cresciuta, e continua a crescere, senza un vero progetto. Ed è vero. Il centro diventa un isola per turisti dove è impensabile vivere, le periferie si allontanano senza identità all’ombra di nuovi e sempre più grandi centri commerciali. E in mezzo tutti noialtri, condividendo quel sentire pagano e qualunquista che Roma custodisce, da tempo immemorabile, tra il sacro e l’osceno, tra il lusso imperiale e il fango plebeo, tra il panem e i circenses, nonostante tutte quelle chiese rigorosamente cattoliche. Ogni tanto mi fermo a guardare turisti, pellegrini, reduci di adunate di qualunque tipo, ragazzi in gita, scioperati: hanno le gambe indolenzite, gli abiti spiegazzati, la testa vuota, ma gli occhi pieni di Roma, anche quando piove. Spesso trascinano a piedi qualche bandiera, o un cartello abbassato, magari portano un cencio o un fazzoletto al collo, a volte guardano di soppiatto la sporcizia di certe strade, ma quando li vedo, quando incrocio per un istante i loro sguardi, mi sembrano assolutamente paghi delle visioni ravvicinatissime, degli orizzonti remoti, delle lamine di luce, perfino degli insopportabili rumori. Ripenso guardandoli a quanto ancora sono capace di meravigliarmi. O di innamorarmi, che è lo stesso.

Fuori dalle imposte socchiuse della mia stanza la città arranca in un pomeriggio di scirocco. Lì fuori Roma, per me, è una mappa un po’ consumata con tanti segni a pennarello, tracce di momenti vissuti, incontri mancati, occasioni che non ho voluto o potuto vivere. Le albe sul 40 notturno affollato, la finestra di via Catania, i rumori di bottiglie di birra a San Lorenzo. Il supermercato dove fare la spesa da solo. L’illustre palazzo dove ho lavorato. Il cortile di via Salaria. L’odore di primavera a largo Argentina. La terrazza privata di Portonaccio dove ascoltare jazz. Certi capannoni sperduti di periferia. Il vecchio mattatoio. Prendersi a cuscinate nella piazza di Trastevere. Il cupo salone di Palazzo Venezia dove entrare di nascosto in pomeriggio d’inverno. Il trenino per Ostia. Sdraiarsi sui prati di villa Celimontana dopo aver camminato troppo e vanamente. Il bisogno di passeggiare nella città storica talvolta sbreccata, per il puro piacere di farlo. Le colonne della basilica di San Giovanni poco adatte per amoreggiare al gelo. Il 492 al ritorno, sempre incazzato. I binari di Termini da percorrere tutti verso casa. Le sciabolate di sole sui tetti al tramonto. Osservo spaesato la mia stanza. Ultimamente sto poco a Roma, passo e vado via, tra poco la lascio per un po’. Roma, naturalmente, se ne frega. Come nella scena finale di quel film di Fellini, “Roma” appunto, coi motociclisti che sfrecciano con indifferenza attorno ai monumenti. Un’eterna corsa della quale ci siamo scordati la partenza e di cui non intravediamo ancora una destinazione.

Luca Di Ciaccio • 11 settembre 2008


Previous Post

Next Post