Ludik

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Né santi né morti

Giorni di santi e di morti, di ore di luce che si accorciano, di pensieri che provano ad allungarsi oltre il confine della vita in cerca di spiegazioni, e che tornano indietro a mani vuote, respinti dal silenzio. Mi attardo a leggere qualche epitaffio, oppure più semplicemente prendo anche nella camminata un ritmo un po più lento, il ritmo del perdente. Mi piacciono i cimiteri, e non c’è nulla di macabro: sono posti, a loro modo pieni di vita, e ci raccontano dei vivi allo stesso modo in cui ci parlano dei morti, che occhieggiano dalle fotografie disseminate tra le lapidi, o dalle statue spesso a forma di angelo, in mezzo ai fiori e ai mille piccoli oggetti che gli ancora vivi depositano sulle tombe. Dopo il tramonto, da lontano, vedo soltanto una festa, decine e decine di luminarie, potrebbe essere Natale o qualcosa di simile, è tutto acceso. Poi capisco che è l’ossario. Al confronto, i loculi dei singoli sembrano trascurati. Passa il tempo e le parentele si affievoliscono. Nell’ossario, lassù sulla collina, sono sepolte perfino persone morte nell’Ottocento. La manutenzione e le lucette dell’ossario sono affare pubblico.

Mi fermo a pensare, o solo a stare in silenzio. Certo, alla fine è tanto più facile vivere la vita degli altri – e anche la morte. Ripenso a quella donna di mezza età, che incontro quelle volte in cui, quasi di soppiatto, faccio un giro tra le tombe al mio paese. Lo sguardo dritto, in una mano la borsa e nell’altra dei fiori. Costeggia il muro, sale le scale, entra nel piccolo cimitero e scompare all’interno. Va a trovare il figlio, morto ai tempi della scuola. A volte capita che la sfioro e vorrei dirle qualcosa, “sono l’amico di tuo figlio, il suo compagno di banco, sono io”. Ma non lo faccio, e lei si allontana spedita, lo sguardo sereno di una madre che va a trovare un figlio che l’aspetta. Me ne vado e lei è ancora lì che gli sta parlando.

cimiteri

Luca Di Ciaccio • 2 novembre 2009


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