Le strade uniscono, collegano, portano migrazioni e portano sventure, ricalcano antichi tracciati, sperimentano nuove curve, si costruiscono, si distruggono, si ricostruiscono ancora, sulle strade si fugge e ci si schianta, sono linee che parlano di chi le ha disegnate, che fanno girare i motori e i destini, che legano uomini e storie. Poche cose come le strade sopravvivono al tempo che passa. Spuntano facce tristi da italiani allegri nelle immagini d’epoca di quando si usciva dalla miseria e dalla guerra e allora si costruivano tracciati, si asfaltavano carreggiate, si inauguravano vie nuove.
La strada statale Flacca che corre verso l’orizzonte si apriva agli occhi del carrettiere in canotta bianca con moglie e figli aggrappati al seguito come un cinemascope in bianco e nero, con la sua distesa d’asfalto in doppia corsia, le indicazioni scritte con la vernice per terra grandi così; quella strada nuova prometteva uno sviluppo tanto ampio che il vecchio carretto si metteva paura di sbandare, si capisce, in tutto quel traffico, e insieme a lui tutto quel piccolo mondo antico di vendemmie, stracci, piatti di grano e orticelli da zappare, lanciato verso un agio di piccola borghesia, con gli anabbaglianti al posto delle lucciole, e il carrettiere fondano, Salto di Fondi per la precisione, per un attimo sembrava capire tutto questo futuro che si metteva a correre veloce dinanzi a lui e alla sua povera famigliola, tutto si lascia tutto si raddoppia, e un attimo prima di buttarcisi a capofitto – che altro si poteva fare? – faceva in tempo a sentenziare, dall’alto del suo carretto: «Era meglio prima, era meglio la strada vecchia».
Sono fotogrammi di mezzo secolo fa. Rivisti nel vecchio documentario Rai di Ugo Gregoretti sulla Litoranea di Ulisse. Il sud pontino sembra una meraviglia selvaggia sbattuta di fianco al mare. Oltre il west delle praterie bonificate, tra i campi e le serre, si materializza la promessa del mare, delle vacanze, dei vecchi borghi. Sfreccia un camper accanto al carretto, dentro c’è una famiglia di burattinai che viene da lontano: «Abbiamo fatto tutta la via Emilia fino a un certo punto, adesso qui c’è la strada nuova». Il padre guida, la mamma prepara la pastasciutta in equilibrio sui fornelli, cinque figlioli giocano coi pupazzi, i pupazzi di Marcellino pane e vino. «Attento alla curva, eh». Più in là c’è Sperlonga, «Somiglia più a un villaggio sardo che a un comune del basso Lazio» fa notare la voce sorniona di Gregoretti, «e persino le donne era difficile fotografarle, sostenevano che una volta ritornate a casa i loro mariti le avrebbero picchiate».
Arrivano i primi villeggianti d’estate, con la strada nuova. Una signora fa alzare i propri figli dal letto a mezzanotte: arrivano i turisti che pagano, servono posti da affittare. Gli archeologi scavano nella sabbia della grotta di Tiberio, i lavori della nuova strada portano alla luce migliaia di reperti sepolti da secoli, come per miracolo una testa di marmo ritrova il suo corpo di statua. La Cassa del Mezzogiorno paga, paga, come un pozzo senza fondo e spesso senza criterio.
Pasqualino, contadino e assessore sperlongano, alle prime luci dell’alba fa scendere una carrettata di figli dall’albero, «Fernando, scendi a lavorare giù! Francesco, Gerardo, Giuseppe, Salvatore, jamm’, scendete, a lavorare!», la moglie gli serve il caffè, «Dai Pasquali’ che si fa tardi», anche lui è uno di quelli che affittano la casa in paese ai villeggianti e si ritirano in campagna, «Ci danno cinquantamila lire al mese, eh!». Pasqualino prende un bastone e disegna, con un certo orgoglio, sulla sabbia la pianta della sua casa di paese, «U’ corridoio, mittice u’ corridoio» gli suggerisce la moglie.
La strada prosegue, col vento in faccia su una Lancia Aurelia sarebbe bellissimo, e fare le corna come Vittorio Gassman nel film Il Sorpasso. Finestre di luce nelle gallerie, spalancate sulla distesa accecante del Tirreno. Più giù si intravede la villa dell’attore Raf Vallone. «Sulle infrazioni di pericolo siamo inflessibili, sulle altre cerchiamo di essere molto umani» sorride il vigile urbano. «Prima per arrivare qui ci volevano tre ore di asino da Gaeta» si rallegra un novello automobilista. A Sant’Agostino la fettuccia d’asfalto ferisce irrimediabilmente le dune e la spiaggia. Il professor Nardone, agiato dottore romano, si gode il panorama dalla torre di guardia, che è roba sua, eredità degli antenati. Forse si vedono ancora le lucciole. Un contadino, zappa in spalla, deve partire per l’Argentina e vende i suoi mille metri di terra per tremila lire al metro quadro. Altri sono «eccitati da future prospettive di guadagno, sperano di costruire case e alberghi», intanto mettono su qualche baracchino. Il giovane sindaco Corbo racconta di Gaeta «che entrò nel Regno d’Italia con un senso di colpa» e s’intende che fatica ancora a levarselo. Attorno pare tutto un cantiere: di case, di industrie, di villette, di stabilimenti balneari.
Fu l’ingegnere Gastone Maresca, poco più che trentenne, il progettista della via Flacca: la vide, la sognò e la disegnò sorvolando la provincia pontina in elicottero, immaginando il nastro d’asfalto che si aggrappa ai paesi, che si insinua tra le rocce a picco sul mare, infilandosi dentro arditissime gallerie. Proprio mentre tornava da una giornata di lavoro su quella strada da lui progettata Maresca trovò la morte, colpito dallo specchio retrovisore di un camion mentre si era fermato a prestare soccorso a un ciclista ferito, sulla Pontina all’altezza di Borgo Piave. Non fece in tempo a vedere conclusa la sua strada, a vedere realizzato il suo sogno. Se lo ricordava bene Luigiotto, il pescatore della Piaja che accompagnava con la sua barca, via mare, il giovane ingegnere a fare i rilievi. E il geometra Adolfo, che poi si fece missionario e se ne partì per il Bangladesh, dove le strade sono ancora di fango.
Noi non l’abbiamo sognata questa strada, bella e pericolosa come tante strade d’Italia, e continuiamo a farla. Ancora oggi che corriamo tra le fabbriche chiuse e gli autovelox famelici nei cespugli della piana. Ancora oggi che per raggiungere Latina occorrono almeno novanta minuti, e a quei tempi con le auto di allora ne bastavano cinquanta. Ancora oggi mentre sogniamo littorine su ferrovie ormai mezze sepolte, lanciamo in aria visioni di navi che solchino il mare come una strada, costruiamo rotatorie inspiegabili, ci innamoriamo di eccezioni che non confermino le regole. Ma ogni volta, quando si viene da Roma e si è appena superata Sperlonga, il mare si rivela all’improvviso dalle finestre aperte della galleria panoramica che sembrano occhi strabuzzati dalla meraviglia, fanali puntati sull’azzurro. Allora non rimpiangiamo di essere tornati nella nostra terra e di averlo fatto con quella strada.
