Incollati alle grandi strade oppure ai piccoli incroci in mezzo al nulla corrono centinaia di chilometri ininterrotti di campi di mais seccati dal gelo, piccole fattorie, oceani di erba e alberi storti dal vento, distributori di benzina dove l’aria del mattino si carica di odore di pancetta fritta e di caffè, immense farm cerealicole dove i turisti non passano mai e i giornalisti arrivano solo ogni quattro anni quando ci sono le elezioni, insegne di fast food che si illuminano nel tramonto, grandi fiori di metallo che spuntano nei prati, e poi i saliscendi delle piccole strade perse nel Midwest come vento in attesa della bufera. Nevica sul filo del fuso orario, al confine con l’Indiana. Davanti al muso dell’auto si spalanca un’altra Interstate, il nastro trasportatore stradale del flusso e riflusso americano. Benzinai, meccanici, ospedali, cinema, drugstore affiancano la pista, pronti a soddisfare ogni urgenza. Quando ci si addentra nel cuore degli States la vertigine che si prova non è fisica, è mentale. Come se allontanandosi dall’Est atlantico, dalle sue città e dalle sue valli fuligginose dall’aspetto quasi tedesco o inglese, ci si staccasse per sempre dall’ultimo cordone ombelicale europea.
Festeggiare il Thanksgiving in Ohio, con una famiglia locale, era “una vera esperienza americana, no?” mi dice l’amico che mi guida verso la fattoria dei suoi genitori. Ci siede a tavola alle quattro di un pomeriggio già buio, con una piccola preghiera che sfocia in una rumorosa allegria, tra polli ripieni, patate dolci, marmellate, mais al forno, frittelle, torte di zucca. Il Ringraziamento non nasce come una festa spettacolare: è una pausa. Una sospensione del ritmo, un giorno in cui i legami familiari contano più di tutto, anche quando sono complicati, o silenziosi, o distanti. È una festa poco narrativa, quasi priva di simboli immediatamente esportabili. E proprio per questo, forse, così americana.
Sulla via del ritorno, delle cose più preziose poi, quando prendi appunti su un foglio di carta o su uno schermo di computer, non rimane nulla. Però rimangono alcune immagini, come foto. Le ordinarie famiglie, con la faccia composta e poche parole da scambiare, che celebravano il loro pranzo di Thaknsgiving da Eleni’s, unico ristorante aperto sulla highway dell’Indiana, tra incongrui festoni, sbrigative cameriere e due televisori accesi sulla Fox che parla dei terroristi che si fanno esplodere negli alberghi di Mumbai. Le anziane signore della piccola fabbrica di cioccolato di West Liberty, in Ohio, che fanno assaggiare a tutti la loro nuova intrepida specialità, bacon ricoperto di cioccolato. L’adesivo appiccicato sul parafango di un Suv che mi fa tirare un sospiro di sollievo, e sopra c’è scritto “Dio benedica tutti, nessuno escluso”. Gli Amish di giovane età, coi loro vestiti e cappelloni neri, tutti in fila nello stanzone laterale di un supermercato WalMart, per giocare a un videogame. E l’immagine delle strade americane di fronte a me, quelle che forse come nessuna alta strada sembrano dare l’impressione di una transumanza: ringraziare e continuare.
