Dal finestrino dell’aereo che in circa sei ore vola da costa a costa degli States osservo, appena le nuvole si spostano, campi coltivati, appezzamenti infiniti, montagne rocciose ricoperte di neve e ghiaccio, canyon stretti e profondissimi, implacabili deserti di polvere e sabbia, piccoli villaggi sparsi, colline ventilate dall’oceano. Sulla costa del Pacifico trovo clima mite, sole tiepido, qualche Babbo Natale in maniche corte. Le strade salgono e poi ridiscendono dalle colline, inseguite dai pali dell’elettricità coi loro fili penzolanti al vento. I tramonti sembrano riacquistare tutto il loro colore, e poi subito si buttano in una notte che in certi quartieri residenziali pare assumere quelle tinte da tipico romanzo noir della west coast.
A San Francisco nelle librerie dei quartieri italiano e cinese professori e lavoratori sindacalizzati degli strip-club cercano qualcosa da leggere sui mezzi pubblici. Nella parte più bassa della città è possibile avvistare qualche anziano poeta recitare i suoi versi per strada accanto a manifestanti di qualche setta cristiana che mettono in guardia dall’apocalisse prossima ventura o imprenditori semi-falliti della new economy a passeggio sui prati col loro cane. Se ci deve essere un punto in cui l’edonismo e l’idealismo, l’individualismo più sfrenato e un radicato spirito di comunità si fondono, allora questo punto deve più o meno qui. Se guardi bene, come diceva Hunter S. Thompson puoi quasi vedere il livello di piena, il punto in cui le onde si sono infrante, un attimo prima di ritirarsi, come è il destino di ogni onda.
Subito dopo la seconda guerra mondiale, dopo aver visto di persona l’orrore atomico a Nagasaki, il giovane reduce Lawrence Ferlinghetti sbarcò in una San Francisco che gli sembrò – parole sue – “un po’ Parigi per la poesia europea di certi quartieri, un po’ Tunisi per le case bianche sul porto e la luce mediterranea”. Nel 1957 fu arrestato e incriminato per oscenità per aver venduto, nella sua libreria City Lights, “Howl”, la raccolta di poesie di Allen Ginsberg. Ma il giudice sancì che quei versi “si riscattavano per il valore sociale” e lo assolse in nome del Primo emendamento. Di tutte le rivoluzioni viste o sognate, e passate sugli scaffali della sua libreria, il vecchio Ferlinghetti adesso dice che solo quella tecnologica e dei computer degli ultimi anni non gli è piaciuta. “Si tratta di limiti che poniamo alla nostra fantasia e alla nostra coscienza”, dice.
A San Francisco abbondano anche gli homeless, i dropouts, quelli che da noi chiameremmo con poca grazia “barboni”. Nella piazza tra Market e Fifth si ritrovano — ciascuno assorto nel proprio isolamento — senza casa, disadattati, persone che chiedono un dollaro ai turisti in fila per la cable car di Powell Street, o che li insultano con voce roca per l’umidità e per gli anni passati nei portoni. Sono tanti, e sembra che ognuno porti ancora addosso le schegge di una giovinezza mancata, di una stagione in cui credevano che tutto fosse possibile, e che li ha invece lasciati su una strada buia.
Le ondate di arrivi e partenze hanno depositato di tutto, in questa città: al molo 39 i leoni marini dormono sulle grandi piattaforme di legno mentre i turisti li fotografano e ridono quando sbadigliano. Pensavo fossero stati portati lì come attrazione, invece ho scoperto che sono arrivati per caso dopo un terremoto di vent’anni fa e da allora vanno e vengono come vogliono: a volte sono cento, a volte venti, a volte cinquecento, e d’estate migrano altrove, lasciando però ai visitatori l’illusione che quel loro restare immoti sia un sorriso dedicato proprio a loro. Poco più in là, come a ricordare un’altra faccia della città, all’orizzonte compare uno dei celebri cable car, i tram trascinati dal cavo metallico sotto l’asfalto che sono diventati un simbolo di San Francisco. Gli abitanti sono particolarmente affezionati ai vecchi mezzi donati anni fa dal Comune di Milano: vetture degli anni Trenta, rumorose, scomode, lente, che sferragliano sulla F Line da Fisherman’s Wharf a Castro e che, nonostante tutto, viaggiano sempre piene.
Finisco a camminare sul Golden Gate, così rosso, così enorme, così alto. Camminando mi chiedo se i telefoni dedicati al “crisis counselling” che si trovano ogni tre-quattrocento metri sul grande ponte, quelli che stanno sotto un cartello che ricorda che attento, se ti butti da qui le conseguenze possono essere tragiche e fatali e allora prima di farlo pensaci bene, facci una telefonata e ne parliamo, ecco, mi chiedo se quei telefoni sono mai stati usati – e se sì, con quali risultati. Intanto il sole va via e la nebbia cala sulla città di pomeriggio, come uno stuolo di fantasmi in libera uscita, accompagnata dal suono delle sirene.
