Metti una sera d’inverno a Berlino. La birra sul bancone trema, è la metropolitana che passa da qualche parte. Non c’è nessun capolinea. Ai tempi del Grande Freddo qui ce n’erano due, e non erano un fine-corsa qualsiasi. Erano la fine del mondo. Oggi, mentre al posto dei muri ci sono vuoti che crescono, i vecchi terminal sono ridotti a stazioni di transito di una stessa ferrovia. Fermate a singhiozzo lungo la Schnellbahn, la vecchia sopraelevata in mattoni. “Schnell” vuol dire veloce, ma la velocità non è quella dei treni. Si concentra nelle stazioni, nel saliscendi da film muto, nelle folle risucchiate dal gelo e dalla fretta. Non c’è nessuna pensilina dove ti senti arrivato, nessun cartello con la scritta “benvenuti”, nessun marciapiede per dirsi addio.
Si leva il vento, insieme al profumo di kebab dei ristoranti turchi di Kreuzberg. Non so come stessero le cose ai tempi del Fuehrer, quel che è certo è che oggi di tedeschi alti, biondi e con gli occhi azzurri ne vedo proprio pochi. Sullo strato di ghiaccio che copre la Sprea galleggia immobile un televisore surgelato. Al Muro ci arrivo quasi per caso, poco dietro Postdamer Platz. Era lungo più di centocinquanta chilometri, oggi a Berlino ne rimangono poche centinaia di metri, conservati come un monumento. Nella parte che costeggia il fiume hanno conservato tutta la parte ricoperta dei graffiti di centinaia di artisti, veri o presunti, il Muro appare come un colorato murales che spezza il cielo basso e grigio della città. Ma qui invece, senza disegni, senza scritte, il Muro un po’ sbreccato, protetto da una rete metallica, si rivela per quello che è. Un pezzo di cemento armato, squallidamente grigio, alto meno di tre metri, al di sopra del quale si vedono i palazzi che stanno sul lato opposto della via.
Ad Alexanderplatz c’è la neve – aufwiederseen, canterebbe Battiato, ma non è vero che d’inverno si vive bene come di primavera – dall’alto sembra ancora più sterminata, e la torre della televisione, non so chi l’aveva detto, somiglia a “una palla da golf sopra un ferro da calza”, in cui adesso ruota pian piano, a 250 metri d’altezza, la sala di un ristorante. C’è un grande spiazzo di cemento, grande come tre campi di calcio, interrotto da uno squdrato centro commerciale e dalla sopraelevata della metropolitana, la S-Bahn. Sul panorama incombe la Fernsehturm, la torre-antenna televisiva alta 365 metri, innalzata alla fine degli anni ’60. Negli stessi anni il socialismo reale ridisegnava tutto lo spazio intorno, creando un gigantesco vuoto da parate e adunate militar-popolari e guarnendolo di edifici grigi e sterminati. Tutti pesanti, tutti parallelepipedi, molti prefabbricati. Palazzi per uffici, di rappresentanza, per appartamenti. Al quindicesimo piano di uno di questi c’è una discoteca che pare uscita ancora dagli anni ottanta, un barista italiano ci offre un giro supplementare. Fuori l’aria è gelida, rarefatta, quindici gradi sottozero che tagliano il fiato.
A Berlino, la notte, ce n’è per tutti i gusti, ci dice. A noi però non ci hanno fatto entrare, per imperscrutabili criteri del buttafuori, in una grande fabbrica abbandonata dietro l’Ostbahnhof, un posto dove – secondo la Lonely – si incrociano “studenti, stilisti, ragazze maliziose, nonne all’ultima moda, gay super palestrati, drag queen trash e turisti selvaggi” e inoltre “il pulsante che esce dagli enormi bassi è tanto potente che sembra che sia Dio in persona a urlare ordini”. Sfrecciamo con un tassista capellone di mezza età lungo la Karl Marx Alee, larga novanta metri, enorme, desolata, sovietica. Est o Ovest, vecchio o nuovo, non importa più: è tutto grande, grandissimo, strade, piazze, edifici, giardini, monumenti. Ho sentito dire che nei primi anni dopo la caduta del Muro a Berlino si aprivano nuovi locali dove e come capitava, su per tre piani di scale, dentro un appartamento, in un garage, in un cortile, posti che duravano anche un giorno o una settimana, tra casse di birra e passaparola. Poi hanno cominciato a costruire, riempire gli spazi vuoti, hanno tirato su edifici modernissimi nello stesso tempo in cui dalle nostre parti ci si metterebbe a ridipingere una facciata. Di colpo “la città che aveva abbattuto il Muro si era ritrovata in mano ai muratori”.
E da quando è caduto il Muro, la tristezza di Alexanderplatz si è vestita di nuovi colori, di neon, vetrine, cartelloni pubblicitari. Il capitalismo reale si è appiccicato sopra il socialismo in malora, come una colla indelebile e un po’ marcia. Il gelo attraversa tutto, e dall’alto nella città irrisolta e sterminata sembrano muoversi solo gli omini dei semafori. I pedoni del semaforo, soprattutto quelli della vecchia città dell’Est, sono diversi da tutti gli altri, molto più particolari, più buffi. Tanto che i cittadini della parte ovest, che hanno il segnale tradizionale, hanno voluto anche loro “Ampelmann”, questo è il suo nome. Ne hanno ordinati trentamila. Tozzi, con un gran cappello, senza busto, una via di mezzo tra un ragno e un bambino. Quello rosso se ne sta fermo e vigile, mentre l’omino verde attraversa gaio e deciso, quasi saltella, conscio che si può solo avanzare, sostare per riprendere fiato, avanzare più che si può.
Guardo le vecchie foto, penso a come poteva essere passeggiare sotto Die Mauer quando esisteva davvero, quando divideva due mondi che non si potevano parlare, e bastava fare un salto per essere uccisi, o lanciare uno sguardo di troppo per finire schedati. Oggi il Checkpoint Charlie è un attrazione per turisti, per pochi euro ti stampano un finto visto di entrata oppure ti scattano una foto con uno vestito come i vecchi Vopos. Berlino (che è un po’ triste, molto grande) non si nasconde ma dice poco di sé. Io perdo la fermata del trenino, piove gelato sulle periferie color mattone della grande città, sui vecchi block del socialismo reale, sugli abeti magri, forse tutto è cambiato ma la fine del mondo c’è ancora.
