Sul pedalò, dove il mare era una tavola blu, si vedevano da lontano gli ombrelloni, e in effetti anche qualcos’altro di strano. Appena svoltato il promontorio con la vecchia torre che a suo tempo aveva egregiamente fatto la guardia contro i turchi, ecco che risuonava l’urletto della zia, e tutti gli adulti sulla scalcagnata imbarcazione a pedali sapevano cos’era. «Uh maronn’, ma quelli lì sulla spiaggia stanno tutti spogliati. Che schifooo!». La visione tuttavia era ancora sfocata, e pedalare nell’acqua salata era arduo lì dove la corrente cominciava a concentrare in un unico vortice le cicche e i mozziconi di sigaretta di mezzo litorale sudpontino. La zia arricciava gli occhi, ridacchiava e non c’era verso di calmarla: «Uh, che schifo! Mannaggia, mi sono dimenticata gli occhiali sotto l’ombrellone! Jamm’, avvicinati che non vedo bene!». I più piccoli a bordo, ignari di tutto, notavano che quei signori e quelle signore lì, sulla spiaggia proibita e lontana, stavano in effetti serenamente nudi, come se nulla fosse.
Passano gli anni, si cresce e molte cose cambiano, ma l’atteggiamento di tanti compaesani gaetani verso quel pezzo di spiaggia resta sempre tutto sommato assai simile alla vecchia zia sul pedalò: tutto un «Che schifo!» e «Avvicinati che non vedo bene!», «Che schifo» e «Avvicinati ancora un po’».
Il fatto è che per anni, anzi per decenni, i frequentatori di quel tratto di spiaggia dell’Arenauta, fuori Gaeta, dove la costa si impenna e diventa roccia, hanno nutrito l’immaginario del paesone gaetano, che fossero hippies un po’ fattoni, stupefacenti ragazze nordiche, cacciatori di sesso libero tra le dune, gay allora soltanto chiamati ricchioni, ravers dall’aria anarchica, campeggiatori irrequieti, coattoni o marchette. Come due mondi che non si conoscono e non sono interessati a capirsi, a volte ostili.
Nessuno o quasi ricorda, o ha voglia di ricordare, quell’estate del 1980, quando a Sperlonga la gente del posto, anche adulti e padri di famiglia, organizzò una sanguinosa spedizione punitiva contro un gruppo di ragazzi e ragazze nudisti, che aveva l’abitudine di radunarsi in una spiaggetta da quelle parti. Morì anche un ragazzo, morì per le botte e lo sapevano tutti, anche se dissero che era morto di eroina. Non era ancora la Sperlonga chic e rispettabile che ammiriamo oggi, piuttosto un paesino medievale appena miracolato dal passaggio della statale Flacca. Fu anche così che i pochi naturisti e fricchettoni superstiti trovarono rifugio nella più impervia delle spiagge gaetane, tra le Scissure e l’Arenauta, raggiungendo quell’indifferenza degli indigeni che talvolta può essere già un piccolo merito.
Anche oggi scendere per i famigerati trecento scalini su quella che per molti è la spiaggia più bella di Gaeta è un’avventura. La scarsità di parcheggi ha costretto i gaetani a soluzioni ingegnose. Avanti e indietro sulla via Flacca un favoloso parcheggiatore impomatato e cotto dal sole, Renato, accompagna i bagnanti che hanno lasciato la macchina nella sua campagna fino alla discesa a mare, su una Punto bianca da battaglia, raccontando di vip italiani e amanti venezuelane, e lasciando tutti a destinazione con una spericolata inversione a U e un biglietto da visita con il numero di cellulare da chiamare per il ritorno. Il fulgore della natura, dischiuso sotto le ripide rocce quasi a picco sul mare, è ormai solo un interludio su una spiaggia che per il resto è stata tutta sacrificata a orridi albergoni cementizi, bungalow spuntati come funghi sul costone, sbancamenti per provvidenziali discese d’auto, spiagge libere diventate stipati contenitori di ombrelloni a pagamento, e pure a caro prezzo. Quest’angolo pare resistere, eroicamente e senza fronzoli. Anche qui prima di entrare in spiaggia tocca versare l’obolo, appena pochi euro però.
Ci si guarda attorno: è davvero questa la Sodoma e Gomorra di Gaeta? Chi la vuole recintare, chi disinfettare col napalm, chi dare ai naturisti, chi privatizzare. Enzo, il gestore dell’Ultima Spiaggia, con la sua criniera di capelli e la faccia da vecchio lupo di mare in pensione, sorveglia tutto. Ci sono giovani e vecchi, costumati e non, qualche topless, corpi curati e seduttivi, corpi paciosi e pacificamente sfatti, un po’ di tende da campeggio, qualcuno la propria se l’è addobbata manco fosse uno sceicco nel deserto, qualche pomiciata in ordine sparso sui lettini senza distinzione di sesso, un’amaca sotto le rocce, l’uomo del cocco-bello-dell’ammore, passeggiatori tra le dune, e tutta la dolce pigrizia del sempre più spiantato turismo italico. Niente di sconvolgente. Incredibile invece il campionario di rifiuti: sacchetti neri, cartacce, penne bic, lische di pesce, una lavatrice, tampax e qualche durex, ossi di seppia e bidet, persino, insabbiato fino al polo nord, un vecchio mappamondo. Di cestini e appositi contenitori neanche l’ombra: i rifiuti si ammucchiano, sperando magari che la sabbia li ricopra, come un alito di provvidenza. Nel frattempo si capisce che ognuno se la prende con qualcun altro, senza la voglia di risolvere il problema: il Comune che non provvede, i turisti che si comportano da incivili, gli operatori balneari che non fanno il loro dovere, lo stabilimento con discesa a mare che rifiuta di far scendere la nettezza urbana per caricare i rifiuti degli altri, eccetera eccetera.
Nonostante tutto si sta bene. Più tranquilli e in pace che su altre spiagge dal sapore più “popolare”. L’oggettiva difficoltà di accesso e l’esagerata fama da lupanare contribuiscono a tenere lontano il classico turismo “familiare”, sempre disposto a protestare contro i nudisti perché “ci sono i bambini” (i quali bambini, come è ovvio, se ne fregano: ma è tipico degli adulti attribuire ai bambini i propri complessi). L’oggettiva noncuranza dei gestori del posto, poi, permette che non si crei un turismo naturista e camperista davvero civile e pulito come potrebbe benissimo essere. In ogni caso una qualsiasi fellatio en plen air sarebbe un’oscenità meno grave e definitiva di uno qualsiasi degli obbrobri edilizi nei pressi. Nessuno ha mai spiegato bene una cosa, ai gaetani che hanno dimenticato pure loro gli occhiali sotto l’ombrellone: che se quel mezzo chilometro di spiaggia è rimasto intatto e meraviglioso, miracolosamente lontano dalle grinfie delle famiglie gaetane armate di ruspe e sanatorie, forse un poco poco dovrebbero ringraziarli quei nudisti libertini.
