Quando chi viene da fuori, turisti in cerca di una casa, visitatori che agognano paesaggi tipici di cartapesta, immigrati disposti a un alloggio di fortuna per tirare a campare, consumatori in cerca di verdure e ortaggi a chilometro zero, si affaccia dentro la via dell’Indipendenza, subito con un’eccitazione mista ad apprensione esclama «Ma quanto è lunga, non finisce più!», oppure gli si sente dire «Ma dove mi hai portato, nel budello?», o sussurrare con timore «Eccoci nella casbah!».
Infilarsi in via Indipendenza vuol dire entrare nel cuore e nella pancia di Gaeta. Negozi che stanno sempre lì da anni, mercerie e alimentari che sopravvivono tenacemente a loro stessi. Vecchiette affacciate sull’uscio dei bassi che si guardano attorno, chiacchierano tra di loro, si consolano dell’essere ancora vive. Oppure mute come sfingi, non dicono mai nulla ma hanno l’aria di sapere già tutto. Finestre che guardano quelle di fronte. Case così vicine, una di fronte all’altra, che ci si potrebbe stringere la mano da un balcone all’altro. Vicoli che sembrano torrenti, affluenti del grande fiume selciato di lastroni neri. Anelli metallici dove prima i contadini legavano i loro asini e ora, al massimo, l’Ape Piaggio. I simboli scolpiti sugli archi delle vecchie porte: ferri di cavallo, uccelli, fiori a sei petali. Le chiese che come salotti nella penombra si aprono allo sguardo di chi vi si affaccia. Edicole votive con madonne disegnate a mano. Signore che passano il tempo a “sciuculare” il cortile con l’acqua e un po’ di sapone. Facciate divorate dal sole, dagli anni e dalle mani di calce.
Una strada antica, di una città antica. Le sue origini, secondo gli storici, risalgono al nono secolo dopo Cristo, quando all’altezza dell’attuale Salita Castello venne costruito un Castrum per difendersi dai saraceni. Nei secoli la via si allungò, con le costruzioni una addossata all’altra, per accogliere e proteggere chi lavorava fuori dalle mura della vicina fortezza.
Ancora oggi che molte case sono in vendita o riservate ai turisti questa strada è brulicante di vita di giorno, vuota e solitaria la notte. Affollata nel primo tratto, poi sempre più desolata man mano che ci si allontana dal centro. Gli occhi spuntano dagli usci, dalle finestre, da dietro le tende. Camminando si può sbirciare nelle stanze, fino a guardare tra i fornelli, scrutare i portaritratti di parenti defunti sul comò, ascoltare il risuonare stereofonico di un televisore a tutto volume senza nessuno davanti. Rumori, odori, confidenze, pianti, pettegolezzi che trasudano dai muri uno attaccato all’altro: ogni cosa è anonima, ogni cosa ci appartiene. Nuovi aromi di cucine speziate e straniere si diffondono dai bassi dei vicoli più periferici, affittati agli immigrati, spesso a caro prezzo. Odori di mosti che ribollono nelle cantine, verso la fine di settembre capita di risentirli o forse è un miraggio del passato. Come il ricordo delle sere d’autunno di pochi anni fa, quando si tiravano fuori le tovaglie, si imbastivano i tavoli per strada e si suonava, mangiava, ballava. In qualche angolo ecco le macerie in bella vista dall’ultima guerra, lasciate così, per passata negligenza o futura memoria. Il cielo visto a spicchi da un vicolo.
Seduta su una sedia di plastica bianca che è il suo trono, con una corona di capelli bianchi e un regno di frutta e verdura ai suoi piedi, la mitologica Reginella presidia l’ingresso nel bosco di vicoli, come una dea benevola, oracolo pronto a vaticinare responsi in dialetto gaetano. Più avanti alla prima piazzetta un’altra regina, l’ineffabile Marisella, dai capelli ramati e gli occhiali fumé, con sguardo rapace vigila sull’eternità del Borgo dietro al suo bancariello di ortaggi, e se la ride mentre la sua effige ora campeggia perfino sul muro del palazzo, protagonista di un’opera dell’artista spagnolo Manolo Mesa. Sembrano non muoversi mai da lì ma sanno tutto di chiunque passi. Come pietre antiche, rugose e cariche di fatica, loro stanno lì e vorremmo nessuno ce le togliesse mai, a ricordare che quando tutti fuggiranno da questa città gli ultimi che resteranno li potrai trovare qui, a Via dell’Indipendenza.
