Quella sera la vecchia fortezza decaduta saltò davvero per aria. Erano mura vecchie di un secolo, che è tanto tempo, sì, ma pure poco rispetto a quanto era vecchia la città, e però ne avevano viste di cose. Ogni mattone, ogni tessera di mosaico era un occhio, una pupilla puntata sui secoli che sarebbero venuti. Avevano difeso la popolazione da nemici che sarebbero poi diventati connazionali, come le loro compagne più antiche che s’erano lasciate prendere dai francesi e dagli spagnoli; avevano visto papi e regine, soldati e dittatori, invasori e liberatori; avevano sentito la città, dentro e fuori di loro, diventare polvere sotto le bombe, eppure resistevano, pure se la gente non si fidava più nemmeno di loro, delle vecchie mura, e quando c’erano i tedeschi che facevano paura tutti andavano a rifugiarsi nelle campagne, su in montagna, nelle grotte, nemmeno la fortezza bastava più; e poi quelle mura avevano accolto gli americani, con le cioccolate e la portaerei, che non se ne volevano andare più via, e pure i gaetani ritornati nelle loro case, coi ciucci da contadino e le gonne lunghe, a rifarsi una vita, così ora addosso ci gettavano le immondizie e i sacchi di macerie, i soldati ubriachi ci vomitavano e ogni tanto andavano a farci qualche marchetta. Erano invecchiate, degradate quelle mura, erano l’ombra di ciò che furono quei bastioni chiamati dell’Annunziata. Alti, umidi, toglievano la luce e il respiro pure ai vecchi e ai bambini che stavano lì dietro, dentro l’Istituto dell’Annunziata che allora era un ospizio e un orfanotrofio. Certo, non se l’aspettavano quelle mura che tante ne avevano viste e sopportate di finire così, fatte saltare per aria con la dinamite in una notte d’estate, senza nemmeno un grazie, uno scusi, un dente cariato da togliersi e arrivederci, come quei genitori anziani in un film di Monicelli, che nessuno vuole sobbarcarsi e allora meglio farli fuori con una stufetta difettosa.
Si dice che quella sera tiepida del 30 giugno 1960 i professori della Soprintendenza fossero a cena in un ristorante poco lontano, sentirono il botto enorme, non credettero ai loro occhi. Non si capacitarono che quel sindaco democristiano, coi modi autoritari e la faccia giovanile da attore americano, l’avesse fatto davvero.
I gaetani, all’epoca, quelli del Borgo e quelli della città vecchia, e quelli che già avevano versato l’acconto per la casa nei quartieri nuovi, non è che si turbarono più di tanto. Il lungomare nuovo, quello fatto buttando a mare tonnellate e tonnellate di macerie, in fondo gli piaceva. Era bello, fresco, con l’asfalto lucente appena posato, la calce ancora polverosa ai lati, le aiuole squadrate e le palme ancora piccine, e il panorama del Golfo che rincuorava solo a guardarlo. E, certo, a molti pareva davvero un peccato che quel panorama dovesse interrompersi così, per colpa di quattro mura vecchie e decrepite, che ancora portavano addosso l’odore di troppe bombe e sofferenze. Che ci frega, pensavano. Costruire, costruire, costruire. La guerra era finita, era tutto da rifare e non si andava tanto per il sottile. I contadini tornavano ancora a casa in groppa al ciuccio ma già sognavano un posto in raffineria, o contavano i soldi che la vendita dei terreni gli poteva fruttare, con le imprese dei Simeone, degli Spinosa, dei Valente pronti a innalzare palazzine sui vecchi orti. I pescatori tiravano i remi in barca ma volevano il posto alla Genepesca o andarsene dal basso umido del vicolo. Pure le scuole le stavano appena ultimando: sopra piazza Trieste, bella larga, c’erano le medie, il liceo scientifico, il nautico, una chiesa nuova nuova e pure l’istituto pubblico per la maternità. Su Corso Italia, via Europa, via Garibaldi, c’erano le impalcature coi muratori e i manovali che si passavano la calce sopra le palanche, e poco fuori, sui colli, dietro la Flacca progettata da Maresca che non si chiamava ancora via Maresca perché l’ingegner Maresca ancora non era morto mentre la costruiva, primo di una lunga serie su quella strada maledetta, era tutta campagna.
Comunque pure le pietre sanno prendersi le loro vendette. Le mura ora sono solo scogli disseminati in mare, resti dell’esplosione, le vedi se ti affacci dal lungomare vicino l’Annunziata, dal bel vialetto rialzato dei giardinetti ora ribattezzato “passeggiata degli innamorati”. A quel sindaco, Pasquale Corbo, professore di inglese e preside in pensione, lo ricordano solo per questo. Dice: Corbo chi? Quello che fece saltare in aria i bastioni. Pure adesso nei bar, su Facebook, sotto al Comune, la gente litiga come se fossero passati tre giorni, e non sessant’anni. Corbo? Un santo, un delinquente, non importa, è sempre lì, su quei bastioni saltati per aria, che va a posarsi il discorso. Eppure è stato Corbo l’ultimo fondatore di Gaeta. Nel bene e nel male, l’ha fatta quasi tutta lui la Gaeta di adesso, così come la conosciamo. Mica Caieta ed Enea, come sta scritto sui libri di scuola, e nemmeno i Borbone. Calce e mattoni, strade e fabbriche. Il lungomare bello con le palme e la Flacca brutta e viscida quando passa senza pietà su Sant’Agostino. La stazione, la raffineria e le altre fabbriche, che ora sono tutte chiuse o in crisi ma all’epoca trottavano. Corso Italia e via Europa, le villette di Serapo e la piazza del Comune con la torre civica ispirata al Big Ben di Londra, le scuole e le prime case popolari. Si rimane stupiti e incantati a vedere certe vecchie foto.
Si capisce bene quali rischi correva e sapeva di correre un ambiziosissimo sindaco-padrone che aveva contribuito a trasformare un indolente paese di zappatori, pescatori ed emigranti, umiliato da secoli di servitù militari, in una dignitosa e attrezzata cittadina a vocazione sia turistica che industriale. Eleganza e buone maniere, nuovi mestieri, sconvolgimento delle gerarchie sociali, rivolgimenti nelle usanze e nelle abitudini, e quindi rancori, ripicche, piani regolatori, appetiti… In una parola, lo sviluppo: da paesani a cittadini, da poveri a ricchi, da attardati a veloci, dall’indolenza alla nevrosi, dall’immobilismo all’iperattivismo.
Era a rischio, il sindaco Corbo, come erano e sono a rischio tutti i sindaci del Sud che hanno in mano quella risorsa insidiosa che si chiama territorio. «Il problema dei gaetani è che sono nati col senso di colpa» disse una volta, nei suoi ultimi anni da sindaco, in un’intervista della Rai. Corbo rischiò con tutta l’energia e l’arroganza che può avere un ragazzo di ventotto anni diventato primo cittadino subito dopo la guerra. Rischiò, esagerò, comandò, andò a sbattere. Fu cacciato in malo modo, dopo un quindicennio di governo, dai suoi stessi compagni di quel partito che era tutto, la Democrazia Cristiana; si fece trasferire dal ministero a Torino, affrontò una ventina di processi con accuse più o meno serie, compresa quella dei bastioni abbattuti con lo Stato italiano che gli chiedeva i danni, sempre uscendone senza condanne, entrò in depressione, odiò per anni la città che pure aveva amato.
Nel paese di quegli anni il boom economico fu, insomma, anche un boom fisico e materiale – bum! – tritolo e ruspe. Quella stagione agiata conteneva già il presagio della dannazione futura. Lo sviluppo perse man mano ogni progettualità per farsi sempre più ingordo e più miope. I palazzi furono costruiti uno più attaccato all’altro, con stradette in mezzo che nemmeno in campagna, senza un filo d’aria, un marciapiede, un parco pubblico, una piazza, certe volte senza nemmeno le fognature. A Gaeta, per esempio, basta farsi un giro alle spalle del lungomare di Serapo, a Calegna, a Monte Tortona, al Colle, nei dintorni di via Cuostile.
Qualcuno dirà: ma se le hanno fatte tutte quelle case ci stava pure la gente che se le comprava. Certo, non fa una piega. Siamo stati noi, tutti noi, o quelli che c’erano, almeno. Sono state le previdenti massaie gaetane che investivano sempre nel mattone, e mai nell’impresa, le rimesse dei loro mariti e figli imbarcati. Sono stati gli abitanti del paese di mare che, come sempre accade, diventano poi i più avidi di terra. Le nostre nonne erano tutte contente quando si fecero la casa in condominio col bagno e le stanze comode, così non stavano più in quel vicolo umido accanto al somaro, fregava assai a loro dei piani regolatori e delle mura borboniche. Oggi i loro nipoti la casa, se riescono, se la devono cercare in mezzo ai monti di Itri, dato che a Gaeta gli appartamenti costano caro o si preferisce tenerli sfitti.
Un paio d’anni fa il senatore Andreotti venne a parlare in un convegno a Gaeta. C’era Pasquale Corbo, suo vecchio alleato locale, ormai assurto al confortevole ruolo di “padre nobile” della cittadina. C’era pure uno dei tanti sindaci che sempre citano Corbo come modello, pure se il presente sta al passato come una miccetta di Capodanno sta a una carica di dinamite. Il vecchio Belzebù Giulio, col suo inarrivabile cinismo, fece una battuta del genere: «Ai tempi Corbo lui sì che fece brillare Gaeta», poi pochi in platea risero e lui si corresse un po’: «Era un sindaco che sapeva farsi rispettare, certo non capii mai tutto quello scandalo per l’eliminazione di quei vecchi manufatti». Poco dopo toccò a Corbo prendere la parola e fece uno dei suoi bei discorsi rievocativi. «Comprammo Monte Orlando per poche lire, costruimmo le Poste, il Nautico, la Maternità, la Raffineria…» disse il vecchio sindaco, e molti annuirono con gratitudine, perché erano gaetani, perché sapevano che dopo quello sviluppo forsennato ci fu il vuoto, come un corpo stanco che si accascia appena dopo aver preso la rincorsa. E che rincorsa.
Dei bastioni disse che no, proprio non se n’era pentito: su quelle macerie lui ci aveva costruito un lungomare moderno e a regola d’arte, mica le palazzine in cortina come i suoi successori. «Attenti» ammonì però alla fine, «questa è una città che sa essere molto generosa ma anche molto cattiva».
Comunque sia, noi che ne sappiamo? Magari tra cent’anni ai nostri nipoti anche l’hotel Summit o le case popolari di Monte Tortona sembreranno belle. Chissà. Forse pure quando i Re Borbone stavano a costruire quei bastioni enormi, sul mare, con tutte quelle mura attorno a Monte Orlando, c’era un sacco di gente in mezzo alla piazzaforte che protestava dalla mattina alla sera, pure allora magari c’erano i Verdi, gli intellettuali, gli avvocati, pure se non si facevano chiamare così, e dicevano: «Ma cos’è tutto quel cemento in mezzo al Golfo? Non bastavano quei due castelli mastodontici? Ma che state a fa’, l’autorizzazione chi ve l’ha data, perché non le ributtate giù?». A noi comunque, che siamo nati dopo e Corbo ci sembrava un nonnetto come tanti sulle panchine di Montesecco, Gaeta ci piace così, con quel vento che ti tira in faccia sul lungomare verso sera. Abbiamo anche fatto in tempo a imparare che qui nel Sud il meglio va sempre a braccetto del peggio, e l’uno non si libera mai dell’altro.
