Le sette spiagge

La prima spiaggia è quella di Serapo. Sta al centro della città, distesa sotto le pareti alberate di Monte Orlando. Vicina, comoda, sotto casa: è la spiaggia della città. Ci vanno le mamme – «Faccio la spesa e scendo a mare!» – e i ragazzini in vacanza da scuola – «Mamma butta la pasta che salgo!». Non c’è cosa più bella che uscire di casa, con l’asciugamano sotto braccio e qualche spicciolo in tasca, e andare al mare. Gli abbonamenti ai vari lidi si tramandano nelle famiglie di generazione in generazione.

Serapo è la lunga e immobile portaerei di sabbia da cui sono decollati sogni, amori, amicizie, legami, fortune e sfortune. D’estate gli ombrelloni sono disposti tutti in fila, come legioni di soldatini ognuna con la sua uniforme e il suo stemma. Ogni tanto qualche rada macchia di ombrelloni disordinati e multicolori: sono le riserve indiane delle spiagge libere, ormai in via di estinzione. È lunga poco più di un chilometro, i vecchi raccontano che ai loro tempi era tutta una duna, un’enorme duna di sabbia che è stata consumata per la vetreria che dal 1911 ha prodotto bottiglie e adesso giace abbandonata da anni lì alle sue spalle. Agli inizi del Novecento la borghesia romana veniva a fare le sabbiature: dalla sabbia finissima e dorata, di fronte al Quisisana e al Risorgimento appena aperti, spuntavano le testoline di signore e signori in cerca dell’elisir di lunga vita. Arrivò poi l’epoca delle vacanze di massa, delle seconde case e delle strade trafficate: i turisti, si sa, non si rifiutano mai, anche se il sogno proibito di ogni gaetano è il villeggiante che manda il bonifico (anzi, meglio, la busta con i contanti) e poi non si presenta.

La seconda spiaggia è quella di Fontania. Si può raggiungere a nuoto da Serapo oppure scendendo per un viottolo e qualche scalino giù dalla strada panoramica che dalla Flacca porta a via Marina. Tante grotte, come bocche spalancate, si aprono alle spalle dell’arenile: sono i resti di una grande villa romana risalente al primo secolo dopo Cristo. Forse apparteneva al console Gneo Fonteio o forse al pretore formiano Gaio Fonteio Capitone, non si sa con certezza. Con un po’ di immaginazione si possono vedere i portici, il porticciolo privato, le piscine, i giardini, le mille stanze. Qualcuno oggi prova a impossessarsene e privatizzarla, forse perché nostalgico delle ville romane o perché amico dell’imperatore di turno, mentre gli antichi portici già in passato sono tornati utili come deposito di ombrelloni e sdraio, con tanto di lamiere e lucchetti a sigillarli. O forse c’è chi la vorrebbe in esclusiva per toglierle la fama di essere una spiaggetta un po’ da drogati, o ragazzi che fanno filone a scuola, o amanti clandestini.

Vicino Fontania c’è uno dei posti più inquietanti di Gaeta, un luogo di quelli frequentati quando si vuole stare soli con la persona amata: il Pozzo del Diavolo. Uno sprofondo terribile che si apre all’improvviso nel terreno e dopo un salto di cinquanta metri finisce nel mare. Quanti gemiti ha sentito quel pozzo, mentre da sotto rimbombava il rumore inquietante e terribile della furia delle onde contro le rocce.

La terza spiaggia è quella dei Quaranta Remi. Non si sa con certezza perché si chiama così, forse si tratta di un’unità di misura, forse di qualche imbarcazione affondata. È una caletta con acqua cristallina, pare di stare in Sardegna, ci si arriva solo via mare e forse è meglio così, ché non sempre la bellezza può essere democratica. Tutti quelli che dicono agli amici «Devi assolutamente scoprire questo posto segreto, è un peccato che la gente non lo conosca» poi sono gli stessi che immediatamente pensano «Dimentica quello che ti ho appena detto, è una fortuna che nessuno lo sappia».

La quarta spiaggia è quella dell’Ariana. La Pro Loco sostiene che Ariana derivi da un antico binomio in dialetto locale che sta per “aria sana”, e in effetti non risulta che c’entri la “razza ariana”, pure se qui i nazisti in attesa dello sbarco degli americani lasciarono un sacco di mine come souvenir. Qui cominciano anche, a ogni promontorio, le vecchie torri d’avvistamento per turchi o invasori che chissà se arrivarono mai. Sono arrivati, in compenso, i turisti. Fino agli anni Ottanta la spiaggia era una striscia di sabbia chiara con pochi sparuti ombrelloni, e dove ora ci sono alcuni stabilimenti c’erano ancora orti e campagne. Il lido più grande si chiamava Eden, era frequentano da marescialli in pensione e professori formiani, ma il vero eden era tutto il resto: i viottoli, gli ultimi vecchi zappatori chini sulla loro terra, i muretti con i canali scavati sopra per annaffiare, il chichirichì che si sentiva dai pollai, la vecchia mulattiera che ancora portava i segni degli asinelli dei contadini che l’avevano solcata andando e tornando dalle campagne, le ville nascoste che secondo Gomorra di Saviano erano fortini di camorristi, il viadotto della statale Flacca lassù che sembrava fatto con i Lego e con le macchinine ma da dove ogni tanto qualcuno veniva a buttarsi giù. «È un posto così bello, è un peccato che non ci viene nessuno» devono aver pensato, così adesso la bellezza di questa spiaggia, come succede in tanti posti, è diventata democratica, cioè alla portata di tutti, dunque affollatissima in certi weekend estivi, e però bisogna aspettare il tramonto per ritrovarla vuota e promettente, tutta per sé, come i ricordi d’infanzia.

La quinta spiaggia è quella dell’Arenauta. Il chiosco azzurro sulla Flacca che fa i panini col pomodoro e la mozzarella è una porta verso l’infinito (anche se poi trovi sempre qualche Caronte meridionale che ti chiede “un fiorino!” per la discesa al mare). La spiaggia è giù, nascosta da rocce e falesie, alberi e macchia mediterranea. L’Arenauta – nella zona soprannominata “dei trecento scalini” – è molto pubblicizzata come spiaggia gay e spiaggia naturista o nudista. Anni fa il Comune ci mandò addirittura delle guardie armate che passeggiavano sul bagnasciuga con divisa nera, pistola alla cintola e occhiali da sole: dovevano difendere i bagnanti costumati da eventuali scroti o glutei al vento ma l’effetto era quello di sentirsi dentro una puntata di “Narcos – Colombia”. Nonostante tutto l’Arenauta è un posto dove il tempo si ferma, sia a nord, tra i benestanti clienti dell’Aeneas Landing, con le sue cascate e i suoi bungalow finto-tropicali, sia a sud, tra gli spiantati nudisti e gli scalmanati avventori del lido Ultima Spiaggia. Le conversazioni, gli amori, il fumo delle sigarette, ogni cosa qui se la porta via il vento.

La sesta spiaggia è quella di San Vito. Qui si affacciano le finestre di quella che fu la villa di Gina Lollobrigida e che da molti anni è diventata un hotel a quattro stelle. Pane amore e fantasia non bastano più, da tempo. In effetti l’incantevole spiaggia che fu della Lollo è adesso riservata ai clienti di questa e di altre prestigiose strutture, a meno di non arrivarci a nuoto e sentirsi come un naufrago appena sbarcato sull’Isola dei Famosi. Moltissimi gaetani quando si sono sposati hanno fatto in una di queste strutture il ricevimento di matrimonio, dunque si può stare sicuri che c’è una foto sullo sfondo – possibilmente al tramonto – di San Vito sui comodini o tra i soprammobili di ogni famiglia gaetana, con un marito e una moglie freschi freschi, e i loro sorrisi ignari e speranzosi.

La settima spiaggia è quella di Sant’Agostino. La strada statale Flacca passa proprio sulla duna, così che dall’auto, mentre si inchioda per evitare l’ennesimo autovelox, si possono vedere direttamente i bagnanti, i costumi che indossano e come fanno i tuffi. Se poi mentre si guarda viene la voglia di fare un bagno basta parcheggiare e con un balzo si è in acqua. Sarà stata questa fruibilità, mista a una certa frugalità, indubbiamente favorite dalla devastazione ambientale della strada che negli anni Sessanta flagellò centinaia di metri di dune, a far sì che questa venga chiamata, con un po’ di puzza sotto il naso, “la spiaggia dei camionisti”. In effetti è una spiaggia popolare, per nulla simile all’elitaria Arenauta con i suoi bungalows tropicali e il suo nudismo selvaggio, o alla grassa Serapo con i suoi stabilimenti ordinati e schierati come soldatini in parata. Qui ognuno è in cerca di una sua concessione, di uno spazio, di una striscia di terra dove piantare gli ombrelloni e affittarli. I contadini che dopo la guerra coltivavano vigne, cocomeri, meloni, susine squisitissime, all’improvviso scoprirono l’oro del mare, inchiodarono alla meglio quattro assi di baracca e si reinventarono imprenditori. Quello che nei convegni chiamano “turismo” diventa una lotta sudata e forsennata, spesso ai limiti della legalità.

Il mare di Sant’Agostino è incazzoso come pochi: il bagnino Pauluccio detto Patatè, famoso per la sua zuppa di pesce, teneva dentro il suo capanno decine di foto e attestati di bagnanti strappati alla furia delle onde o di un gorgo assassino. Poi ogni inverno il mare si incazza ancora di più, si mangia tutta la sabbia, arriva a lambire la strada e fare paura, solo i climbers sulla parete di roccia lì sopra sembrano non temere nulla, giù invece ci si sente davvero in balia degli elementi. Le legge della natura per cui, come si dice da queste parti, il cane mozzica sempre al più stracciato.

Ma se d’estate al mare ci sono i bagnanti, che fanno casino e si tuffano, allora conviene lasciarsi indietro le sette spiagge, come fossero sette sorelle chiacchierone, e noleggiare un pattino. Cinque minuti e i rumori della spiaggia diventano un’unica palla di suono che rimbalza e sparisce verso i monti, mentre di fianco ci passano le meduse, qualche acciuga sperduta, un sacchetto di plastica, e poi l’acqua diventa davvero blu e piatta, e lì ci si può fermare e perfino nuotare.