Il monte d’Orlando

Su Monte Orlando ci sono un faro, un mausoleo, e un deserto dei tartari per fermarsi ad aspettare. Il faro e il mausoleo uno accanto all’altro sembrano giocattoli di plastica, tubetti di forma cilindrica posati lì da un bambino che gioca in riva al mare. Circondato da molte antenne delle televisioni e dei telefoni, il mausoleo porta il nome di Lucio Munazio Planco, uno che aiutò Giulio Cesare a varcare il Rubicone e conquistare la Gallia, sospettando fossero buoni metodi per conquistarsi l’eternità. Vicino al mausoleo, sparsi sopra e sotto il monte bucato come una groviera e ricoperto di alberi, ci sono resti di antiche fortificazioni militari, brandelli di postazioni per i cannoni e l’avvistamento dei nemici, avanzi di polveriere, residui di tunnel e trincee. Da qui il pomeriggio ristagna sulla cittadina sottostante, come nel Deserto dei tartari di Buzzati, con l’ufficiale Drogo che aspetta invano un nemico, chiuso nella sua fortezza.

In guerra c’è chi combatte e chi aspetta, e le battaglie più dure a volte sono quelle di chi aspetta. Aspettare il proprio destino, come i borbonici che resistevano di fronte ai piemontesi che volevano fare l’Italia unita, sapevano di aver perso ma ancora sparavano coi loro cannoni. Aspettare un futuro che poi non è come pensavi, come i soldati del fragile e neonato Regno d’Italia, tutti a scavare tunnel e controtunnel sotto la montagna, senza prevedere che gli aerei avrebbero mandato in pensione pure i cannoni. Aspettare una fine meritata e un nemico che non arriva, come i tedeschi con le divise naziste e la contraerea, lanciavano mine in attesa dello sbarco degli americani che intanto avveniva duecento chilometri più su. Aspettare le proprie paure, sempre come gli americani, con la loro nave da guerra ormeggiata in porto e forse qualche ordigno nucleare nella pancia, nell’attesa di una guerra fredda che per fortuna non si sarebbe mai scaldata. «Sempre così» diceva tra sé e sé l’ufficiale Drogo nella Fortezza Bastiani, «i nuovi arrivati dapprincipio vincono sempre. A tutti capita lo stesso, ci si illude di essere veramente bravi, invece è solo questione della novità, anche gli altri finiscono per imparare il nostro sistema e un bel giorno non si riesce più a niente».

Su Monte Orlando c’è il santuario della Santissima Trinità, che però tutti chiamano santuario della Montagna Spaccata perché si racconta che mentre Gesù veniva crocifisso la montagna si spaccò in due. Successivamente un saraceno incredulo e scettico sull’origine della montagna poggiò una mano sulla roccia e la roccia per un attimo si face argilla lasciando impressa l’impronta delle cinque dita sulla parete di pietra. Infatti adesso la grotta si chiama Grotta del Turco, e c’è una scritta in latino, proprio sotto il calco della mano, che dice: «Improba mens verum renuit quod fama fatetur credere at hoc digitis saxa liquata probant», che tradotto sta a significare «Mente ingrata rifiutò di credere ciò che fama riconosce vero, ciò le rocce liquefatte dalle dita provano». La fede aiuta a non farsi domande e ad aspettare; questo il turco avrebbe potuto chiederlo ai soldati che stavano dall’altro lato e sulla cima della montagna, guardando fissi il mare e aspettando il nemico.

Le dita del turco stanno ancora lì, basta salire e scendere un po’ di gradini. Naturalmente nessun terremoto di così enorme entità da spaccare una montagna a Gaeta è mai stato riconosciuto all’epoca della morte di Cristo, in compenso nel 1434 dal costone della montagna si staccò un macigno che andò a incastrarsi tra la roccia, e su quel macigno c’è ancora una piccola cappella consacrata al crocifisso. Si può pregare o soltanto affacciarsi, in bilico tra il cielo e il mare, tra l’ascesi della fede e la vertigine dello strapiombo.

Forse anche l’isoletta di roccia che sta di fronte, dal lato opposto della spiaggia, è un pezzo di Montagna Spaccata finito alla deriva. È chiamata la Nave di Serapo e leggenda vuole sia stata la nave dei Feaci, che dopo aver accompagnato Ulisse a casa, nella natia Itaca, sulla via del ritorno venne tramutata in pietra dalla maga Circe, pazza di rabbia per la perdita del suo amato. Di là la roccia che diventa burro, sotto la mano del turco, di qua la carne di poveri marinai che diventa per sempre roccia, per l’incantesimo di un’amante ferita. Ci sarebbe voluto Orlando, il valoroso paladino nipote di Carlo Magno, l’eroe dei poemi medievali e della chanson de geste, per districare questo nodo di storie, incantesimi, divinità, armi e cavalieri. Ma nemmeno lui, sebbene abbia dato il nome a questo monte, pare sia mai passato da queste parti.