L’acqua a Gaeta: quando non piove non c’è, quando piove esce torbida dai rubinetti. Se gestita dall’Acquedotto pubblico degli Aurunci si spreca e si disperde per colpa della burocrazia; se gestita dalla società privata Acqualatina si spreca e si disperde per colpa della sete di profitto. Nelle ultime estati, sulla strada tra Formia e Gaeta, è facile imbattersi in una sfilata di anfore, serbatoi, contenitori, cisterne. «Vanno via come il pane, anzi come l’acqua» ride il venditore, mostrandone alcune dall’apparenza mimetica, color argilla. «Ti sembrerà di avere un’antica anfora romana sul balcone», pare che una uguale uguale l’abbia comprata anche il sindaco, per non dare nell’occhio di fronte ai concittadini esasperati. «Mi sono fatto l’autoclave» ci si sente sussurrare da un amico, come a voler mettere a parte di una confidenza, di un segreto, quasi a voler rassicurare che non sarà questo ad allontanarlo dalla lotta, a renderlo un privilegiato che ha messo le sue barche all’asciutto, quasi come il compagno di scuola della canzone di Venditti, ti sei salvato dal fumo delle barricate e dalle docce con le bottiglie o ti sei fatto l’autoclave pure tu?
C’è chi si compra su Amazon una doccia da campeggio, c’è chi si trasferisce in una seconda casa di campagna miracolosamente scampata alla crisi idrica. Tutto cambia nell’ordine delle priorità quando il proprio pensiero, appena tornato a casa la sera, si riduce a quanto sapone usare. Il popolo si abitua a tutto, anche alla mancanza d’acqua; le mamme fanno piatti e lavatrici prima che vada via. «Alle sei torna a casa per la doccia», dicono ai bimbi, «ché va via l’acqua».
Nel 1920, alla solenne inaugurazione dell’acquedotto di Gaeta proveniente dalla sorgente di Capodacqua, davanti a ministri e autorità, il poeta Ignazio Pollastrello compose questa filastrocca, riportata nel libro Gaeta d’altri tempi di Pasquale Di Ciaccio: «Chest’acqua ‘e Capudacque / bevimmo finalmente / e cu ‘stu rubinette / te puozze rinfrescà».
Pochi anni fa, nella stessa piazza, si ricorda invece l’inaugurazione della cosiddetta “fontana artistica”: un incongruo San Francesco circondato da schizzi d’acqua, giochi di luci colorate, tutto a ritmo di musica. Altro che “humile et casta et pura”, la povera sorella acqua. Sembra di vederli ancora lì: il sindaco, il parroco, gli assessori, le autorità civili e militari, la banda musicale. Applausi in superficie mentre sotto terra i tubi dell’acquedotto marcivano e perdevano acqua sotto l’incuria di decenni di gestioni pubbliche e private, pronti ad arrendersi alla secca della prima siccità.
Per chi ha sete non c’è nulla di più blasfemo dello spreco del più prezioso degli elementi. Né la processione del santo patrono, il cui percorso nell’anno della siccità fu deviato fino alla fontana, né il girotondo di protesta di alcune centinaia di cittadini hanno risolto nulla. È l’emergenza, come al solito, che ci governa: serve un dissalatore, serve una nave-cisterna, serve un appalto speciale e veloce, serve chiudere gli occhi con l’alibi della fretta, del tempo che manca. Se non si conosce il territorio, se non si ha coscienza dei cambiamenti della natura e della manutenzione delle opere dell’uomo, se non si è mai vista una sorgente, allora il rubinetto resterà soltanto un prodigio dovuto quando l’acqua scorre e una maledizione inspiegabile quando l’acqua manca.
Bisognerebbe almeno una volta provare a lavarsi i denti con una bottiglia per avere solo una vaga contezza di quanta acqua ogni giorno usiamo senza farci caso. Forse ha ragione chi dice che basterebbe toglierci l’acqua, e poi peggio ancora toglierci l’elettricità, per vedere la patina di civiltà che ci ricopre scomparire come un velo sottile, sciogliendosi al sole. Tutto scorre, diceva il filosofo, ma forse pure lui s’era fatto l’autoclave.
