I due papi

Per colmare un vuoto ora abbiamo due papi. Si sono visti stamattina, a Castelgandolfo, uno è sceso dall’elicottero, l’alto lo aspettava al bordo della pista. Erano tutti e due vestiti di bianco. Che possono dirsi due papi, uno in carica e l’altro emerito, quando si incontrano? Sul tavolo del salotto, mentre i due conversavano amabilmente, in bella vista affinché chi deve intendere intenda, c’è uno scatolone pieno di documenti. Intanto solo la foto è incredibile, nemmeno in Vaticano se l’erano mai immaginata. In fondo, è la certificazione visibile della forza dell’ombra – quasi come in quel racconto dove Borges incontra l’altro Borges nella sua camera d’albergo, “non capisci che l’importante è accertare se c’è un solo uomo che sogna o due che si sognano”. Con un’ombra non è facile convivere.

Tra un mese o due comunque i lavori di ristrutturazione dovrebbero essere pronti, e il vecchio papa – sempre di bianco vestito – se ne tornerà a vivere nella mura vaticane, a due passi dal suo successore. Luci e ombre, ancora. Davanti c’è il palcoscenico dove il Vicario si muove: lo splendore della basilica di San Pietro, il colonnato berniniano che abbraccia e intanto certifica potenza, la gloria delle statue degli apostoli a vigilare lassù in alto, le chiavi di Pietro levate verso il cielo. E dietro, dietro la basilica, dietro le quinte – come nella più straordinaria scenografia teatrale mai concepita da mente umana – tra gli alberi e gli orti e i cespugli di rose, in una casa che appare minuscola al confronto con l’immensità della basilica e degli appartamenti pontifici, abbracciato a un semplice altare invece che in gloria sotto il baldacchino che s’innalza per quasi trenta metri ad afferrare la cupola, c’è l’ex Vicario carico di libri e fede e ancora pensieri. E chissà se dalla sua finestra Benedetto vedrà passare a passeggio nei giardini il suo successore, lì dove lui con la stessa veste e forse diversa pena passeggiava. E se dall’altra finestra Francesco scorgerà l’ombra curva e invecchiata del suo precedessore, sentendosi debitore di quell’assenza.

Una rivoluzione? Cosa dire, la chiesa è sempre la stessa, siamo noi che ci illudiamo ogni volta di cambiare, con le nostre preghiere, con i nostri desideri, gli sguardi verso l’alto o verso il basso, l’ansia di schifare tutto e sotto sotto di volerne farne parte, come per i partiti politici, come per gli spettacoli alla televisione, come per le grandi religioni. Ma certe volte ci sentiamo uguali agli italiani d’Argentina che cantava Fossati, “che la distanza è grande, la memoria cattiva è vicina, e nessun tango mai più ci piacerà”.

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