Vigili e urbani

A Gaeta sono trentadue, più altri stagionali. I gaetani da sempre si lamentano che quando servono non si trovano mai. I vigili urbani di Gaeta sono in ufficio, a sbrigare pratiche o probabilmente a compilare l’enorme mole di multe derivate dagli autovelox e dalla ZTL. Oppure sono in macchina, a scarrozzare da una parte all’altra della città, come se stessero seguendo le tracce di qualche indagato inafferrabile. Qualche volta camminano per le strade del centro, più raramente in quelle di periferia, conversando del più e del meno, guardandosi attorno con aria paciosa, una mano in tasca e nell’altra il fischietto. L’opinione pubblica è sempre pronta a criticarli senza pietà, c’è chi dice di vederli in divisa mentre fanno la spesa, chi al bar a chiacchierare con la tazzina di caffè in mano, chi in coda alla posta e chi a giocare la schedina. Eppure, cascasse il mondo, ogni giorno verso l’una uno di loro sulle strisce pedonali a far attraversare i bambini che escono da scuola lo si trova sempre. I più anziani si ricordano che, negli anni Cinquanta del Novecento, i vigili urbani venivano addirittura festeggiati e omaggiati dalla cittadinanza il giorno della Befana, con dolci e bottiglie di vino depositate alla rotonda davanti al bar Triestina. Ma si racconta che, nel giro di pochi anni, quel tributo di gratitudine si esaurì, anche in modo un po’ ripugnante, quando alcuni automobilisti, divenuti troppi e troppo cattivi, colsero proprio quella festosa occasione per vendicarsi delle eccessive contravvenzioni, recando in dono cibo e bevande, si disse, di orrenda provenienza organica.

Periodicamente, almeno a ogni cambio di amministrazione, un comunicato stampa del Comune annuncia l’arrivo – raramente per concorso – di un nuovo comandante, che immediatamente viene soprannominato “lo sceriffo” oppure “il sergente di ferro”, pronto a rimettere in riga l’indolente truppa. Nel giro di qualche mese quella che sembra essere una parabola degna di Full Metal Jacket finisce per diventare una commedia del Commissario Lo Gatto con Lino Banfi: una volta il Comandante comincia ad appuntarsi gradi da solo e si proclama Tenente Colonnello, una volta una vigilessa va in servizio in succinti abiti borghesi perché le si sono strappati i pantaloni e non bastano i soldi per le divise, una volta il corso di aggiornamento finisce in una seduta di balli di gruppo, una volta esce sui giornali lo scandalo dei milioni di euro di multe preventivati e non incassati, una volta ancora un vigile viene beccato a farsi spuntare i capelli in ufficio usando il gonfalone come tovaglia.

Da qualche anno i vigili urbani si fanno chiamare Polizia Locale, e puntualmente si dibatte se sia il caso di dotarli di pistole e manganelli. La parola Polizia, si presume, dovrebbe incutere più timore.

Il lavoro dei vigili urbani non è dei più facili: costretti a confrontarsi con una realtà di strada sempre più impaziente e talvolta violenta, responsabili del controllo di ambiti spinosi come l’edilizia, in alcuni casi assimilati per responsabilità agli ufficiali di polizia giudiziaria, negli ultimi anni gli agenti di Gaeta hanno anche partecipato con un ruolo di primo piano in indagini difficili e delicate come quella che portò al processo per lottizzazione abusiva i proprietari dell’ex vetreria Avir. Ma ai loro superiori in Comune, che tentano di compensare la penuria dei bilanci affidandosi al Codice della strada, una sola cosa interessa alla fine di ogni giornata: quanto abbiamo incassato oggi? E così chi cerca i vigili ora sa dove trovarli: appostati dietro le aiuole, sui marciapiedi, in qualche rientranza della carreggiata, alle spalle di una curva, su un davanzale coperti dai vasi di gerani, nascosti dietro un palo come la Pantera Rosa. Hanno una micidiale macchinetta di ultima generazione con cui immortalano le targhe degli ignari automobilisti di passaggio a cui scappa anche di poco il piede sull’acceleratore. Loro sono lì, chiusi nell’automobile di servizio, mentre aspettano e verbalizzano. Asserragliati in quella scatola di lamiera hanno tempo per parlare, per pensare, per confidarsi i dispiaceri o le gioie famigliari, per giocare a tressette o ascoltare musica, per leggere un romanzo o magari per innamorarsi. In fondo lo fanno per il bene di chi non ha fatto in tempo a notarli e ora – click! – gliene sta dicendo di tutti i colori.