Venezia, quanta acqua

Venezia oscilla, come da secoli i suoi pali di legno piantati nel fango e nell’acqua, tra il silenzio e il fracasso, tra le corti ovattate e il Canal Grande strombazzante di barche, le gondole solitarie e la flotta di serenate, con la fisarmonica e i turisti che battono le mani a ritmo e un baritono ciccione, i vecchi abitanti che si guardano attorno circospetti e le comitive di turisti con bandierina gialla in testa. Ci sono specchi convessi agli angoli dei canali per evitare gli scontri e segnali stradali con limiti di velocità per le imbarcazioni a motore. Il decollo dei piccioni frulla come l’avviamento di un motore imbolsito, una marcia che non ingrana.  A fine giornata nella città-souvenir, c’è sempre qualcuno che si domanda: a che ora chiude Venezia?

La città alza gli occhi al cielo, con l’aria un po’ stanca, stordita dal milione di voci che la assordano, sfinita dal conto dei passi di gente che ogni giorno gira in tondo, si ferma, riparte, si perde. Dove sono? Chiede qualcuno con la cartina della città in mano. A Venezia ci sono solo angoli da girare, per scattare una foto, per proteggersi dalla radioattività estetica di eccessiva bellezza, per sperare in un cicchetto meno caro. Ma ogni immagine sembra già vista, insieme all’umidità Venezia è incrostata di immaginario, le sue pietre scricchiolano sotto una catasta di apparizioni che fanno più danno dell’acqua alta. Le strutture architettoniche in qualche modo resisteranno, eppure Venezia un giorno sprofonderà lo stesso, sotto il peso insopportabile di visioni, storie, personaggi, fantasie, film, depliant turistici e sogni ad occhi aperti. Ma come mi insegnò un vecchio uomo di televisione, mai lasciarsi andare ai ricorrenti allarmi sulla sorte di Venezia invocando solidarietà, c’è sempre qualcuno con una gondola sul comò e il ricordo pur soltanto di un viaggio di nozze che ancora serba rancore per un conto troppo caro nei dintorni di piazza San Marco.


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