Camorra, o anche mafia. Qualcuno la nomina ma non si sa se l’ha mai vista davvero. In questa ridente plaga tirrenica non ci sono morti ammazzati, rare sono le rapine per strada, poco frequenti i borseggi, latita pure lo sfruttamento della prostituzione. Sono poche le vetture bruciate, oppure i negozi che saltano per aria, se succede si tratta sicuramente di un incidente di percorso. E dunque nelle piazze tagliate in obliquo dal sole, a metà strada tra Roma e Napoli, sotto i castelli baronali oppure tra i colonnati littori, sui lungomari che guardano a sud o all’ombra dei capannoni agricoli, sono in molti a sollevare il lenzuolo e subito ritrarsene con un’appena percepibile smorfia di disgusto. «La malavita qui… e da quando?» si chiedono quelli dall’aria sorpresa. «Siamo in mano alla camorra…» ribattono i rassegnati. «È una diffamazione, qui non siamo a Napoli!» chiosano i più risentiti. Eppure le indagini sulle infiltrazioni malavitose nel sud pontino si susseguono, inanellandosi una appresso all’altra, come una catena che si allunga, da sud verso nord.
Negli anni Ottanta l’epicentro era Formia, colonizzata dalla potente e temuta famiglia Bardellino. Negli anni Novanta molti sguardi si concentrarono sul porto di Gaeta, con le ombre delle indagini sul traffico di rifiuti tossici che arrivarono a lambire anche l’assassinio in Somalia della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi. Negli anni Duemila il cerchio si è stretto attorno a Fondi, paese famoso per quel mercato ortofrutticolo che è tra i più grandi d’Europa. «Camorra, ‘ndrangheta, mafia… questa è la nuova malaria pontina, altro che bonifica ce servirebbe» commentò nel 2009 lo scrittore operaio Antonio Pennacchi, “fasciocomunista” di Latina.
A furia di andare su e giù per la Pontina, a furia di rilassarsi al sole di Gaeta pensando che in fondo queste cose non ci toccano, illudendosi di vivere in un’isola felice, oppure soltanto sul bordo di una pentola ancora da scoperchiare, a furia di spulciare cronache non sempre libere su giornali non sempre affidabili, sembra di vederne fin troppi di fantasmi nelle terre pontine. Queste sono terre di villeggiatura, dove i camorristi possono venire a fare le vacanze e nel frattempo fare qualche affare, senza però essere disturbati troppo, come un turista danaroso e potente che di fronte a una bella casa al mare non resiste alla tentazione di comprarsela. Queste sono zone di confine, tra nord e sud, tra Roma e Napoli, una specie di mensola geografica dove riporre le cose, come in uno di quei ripostigli sotto casa che fa sempre comodo avere a disposizione.
Ecco, i fantasmi sono difficili da evocare: si ha paura che si materializzino, che diventino realtà. Molti amministratori locali sembrano appena svegliati da un lungo sonno, così lungo che non si sono capacitati di cosa è successo nel frattempo. Anche loro, sindaci e assessori e santini elettorali buoni per ogni occasione, avvertono degli spettri alle loro spalle. I Comuni mostrano difficoltà nel controllare il loro territorio, quando addirittura non risultano coinvolti nell’illecito: sarà perché non hanno i mezzi, o perché non lo sanno fare, o perché sono i primi a restare ipnotizzati da quella montagna di denaro che si riversa entro i loro confini.
Camorrista è un’etichetta che si fa fatica ad affibbiare. Da queste parti ci si sente fortunati, ci si sente innocenti. I colpevoli sono altri, sono lontani, oltre il fiume. Se qualcuno deve avere a che fare con i colpevoli, se li difende in tribunale, li cura, gli compra e vende le terre, se gli paga il pizzo, gli subappalta un lavoro, gli vende macchine vestiti medicine appartamenti, se gli disegna le case, si fa costruire le case dai loro operai o raccogliere le olive e i pomodori dai loro braccianti, se gli affitta locali, se gli affida la gestione della nettezza urbana, se gli concede prestiti in banca, si fa prestare dei soldi, gli compila i moduli per ottenere i sussidi dell’Unione Europea, se gli fa fare la campagna elettorale, li vota, gli compra dei voti, se gli compra il fumo l’erba la cocaina la mozzarella, ebbene se qualcuno tocca i colpevoli ha la buona creanza di non parlarne in giro, di non contaminare l’innocenza degli altri.
Gli osservatori più scafati diranno che è sempre stato così: in queste lande le maglie del governo e della legalità ognuno se le allarga a proprio piacimento, tanto da farci passare quello che gli pare. Ma stavolta c’è di più. “La quinta mafia” la chiama qualcuno. Come a dire: una nuova specie geneticamente modificata, quasi come certe mele del mercato ortofrutticolo. Una piccola parte di una partita che si gioca nel resto della regione e nel resto del Paese.
